“Labirinto”, Luchè debutta a Sanremo tra rap e aperture melodiche – RECENSIONE
Un equilibrio riuscito tra anima urbana e melodia accessibile, Luchè è pronto a calcare per la prima volta il palco dell’Ariston di Sanremo con “Labirinto”
Debutta a Sanremo Luchè e lo fa con un pezzo intitolato “Labirinto”, firmato con Davide Petrella, Stefano Tognini e Rosario Castagnola. Dopo aver anticipato il nostro giudizio con le consuete pagelle realizzate dopo l’ascolto in anteprima riservato alla stampa, approfondiamo il senso e il suono della canzone.
Luchè, la recensione di “Labirinto”
Già dal primo ascolto, “Labirinto” conferma un dato di fatto: a Sanremo Luchè non intende snaturarsi. Il suo debutto all’Ariston è coerente con il mondo sonoro che lo ha definito negli anni: notturno, emotivo, urbano. La voce roca nelle strofe è quasi parlata, scava un’intimità ruvida che non cerca abbellimenti. È un racconto in penombra, costruito su immagini e tensioni interiori. Poi l’inciso si apre: entrano effetti, linee melodiche più ampie, un respiro che allarga l’orizzonte senza perdere intensità. È una dinamica ben studiata, che gioca sull’alternanza tra chiusura e apertura.
La parte rappata si fa largo dalla seconda strofa, rimarcando una struttura ormai tipica della migliore tradizione italiana contemporanea. Nulla è lasciato però al caso. Il ritornello, ripetuto e calibrato con precisione, funziona perché resta in testa senza forzature, sostenuto da una produzione che tiene insieme tensione e accessibilità.
“Labirinto” è un compromesso riuscito tra melodia e ritmo, tra anima e corpo. Non punta a far ballare, ma a smuovere qualcosa dentro. È una canzone che vive di atmosfera, più che di picchi spettacolari. E dopo un solo ascolto lascia la sensazione di un brano che potrebbe crescere molto dal vivo, proprio grazie alla sua intensità trattenuta. Per Luchè, il Festival di Sanremo diventa così un territorio da esplorare senza tradire la propria identità.