Leon Faun: “Sto imparando a lasciar andare la rabbia” – INTERVISTA

Leon Faun

A tu per tu con Leon Faun in occasione dell’uscita del suo nuovo album, il terzo del suo percorso, intitolato “Fase REM”. La nostra intervista al giovane cantautore

A due anni dal precedente progetto, Leon Faun torna con “Fase REM”, il nuovo album in uscita il 22 maggio per Walkin’ Records e distribuito da The Orchard. Un disco che attraversa sogno, inconscio e risveglio, trasformando la celebre fase del sonno in una metafora di passaggio, consapevolezza e rinascita artistica. Anticipato dai singoli “Polvere da sparo”, “Buia melodia” e “Mon amour“, il progetto nasce dall’esigenza di ritrovare spontaneità e libertà espressiva, lasciandosi alle spalle pressioni, aspettative e sovrastrutture.

In “Fase REM” convivono ombre e lucidità, rabbia e desiderio di lasciarla andare, sonorità aggressive e momenti più intimi. Un lavoro volutamente non lineare, che fa della sincerità il proprio punto di forza e che racconta il bisogno di tornare a sognare davvero, dentro e fuori la musica. Ne abbiamo parlato direttamente con Leon Faun in questa intervista, tra riflessioni sull’hype, il peso delle aspettative, il rapporto con i propri demoni e la ricerca costante di autenticità.

Leon Faun racconta il disco “Fase REM”, l’intervista

Si tratta del tuo terzo progetto discografico dopo “C’era una volta” del 2021 e “Leon” del 2024. E mi viene subito in mente Caparezza, quando cantava che il secondo album è sempre quello più difficile nella carriera di un artista. Ecco, ti chiedo: come la mettiamo col terzo?

«In realtà questo è stato il più facile. È nato da una necessità di ricominciare a fare musica con totale spensieratezza. Sul secondo disco c’era sicuramente più pressione: il primo, nel mio caso, ci ho messo vent’anni a farlo, il secondo appena tre. Qui invece il flusso creativo è stato molto più naturale, molto più easy».

“Fase REM” arriva dopo due anni di lavoro e sembra nascere in una zona sospesa tra sogno, inconscio e realtà. Quanto questo disco è stato per te una fuga dal mondo e quanto invece un modo per tornarci dentro magari con una nuova consapevolezza?

«Più che una fuga, è stato un modo per tornare a fare musica nel modo giusto. Nel 2025 mi ero ritrovato in una specie di limbo, con la pressione del dover tornare e del capire come farlo. A un certo punto ho smesso di ragionarci troppo e ho iniziato semplicemente a fare musica come mi veniva, nella maniera più spontanea possibile. In questo disco il sogno non è solo quello notturno, ma anche il desiderio di tornare a sognare davvero, a vivere la musica per quello che dovrebbe essere alla base».

In questo percorso pensi di aver acquisito nuove skill o nuove consapevolezze?

«Più che acquisire skill, penso di essere tornato a essere totalmente me stesso. Ed è stata proprio questa la chiave. Ho fatto musica senza filtri e senza preoccuparmi troppo di renderla lineare. E va bene così, perché è proprio il concept dell’album».

Il titolo si ispira a una fase del sonno. Nel tuo personale vocabolario, che significato assume nello specifico la “Fase REM”?

«È il momento prima del risveglio. Quel punto esatto in cui capisci che è arrivato il momento di ricominciare a fare le cose per quello che dovrebbero essere, senza troppi ragionamenti. Anche i sogni spesso hanno un senso che magari non cogli subito, e infatti questo disco non è nato seguendo una linea logica precisa. Ed è stato proprio quello il vantaggio».

Entrando nelle tracce, parto da “Polvere da sparo”. Nel testo leggo una critica molto lucida verso il sistema attorno a noi. Mi aggancio a questi discorsi chiedendoti: tra gli aspetti che non ti piacciono di questo mondo, qual è quello che ti provoca più fastidio?

«La finzione. Penso che la sincerità ripaghi sempre, sia nel lavoro che nei rapporti umani. Viviamo in un periodo storico dove tutto è molto più velato, costruito. È l’epoca dell’apparire, ma spesso si cerca di apparire per ciò che non si è. Invece il vero flex, secondo me, è essere naturali. Sembra banale, ma oggi tra paragoni, trend e numeri si perde facilmente questa cosa».

Nei brani ritorna spesso il concetto di hype. In “Buia melodia” dici: “Tolto quell’hype non hai più argomenti”, mentre in “2 ore” canti: “Tutti zombie, tempi nostri, pieni d’hype o tutti vuoti”. Come descriveresti oggi il tuo rapporto con le aspettative?

«In passato magari mi importava di più, oggi zero. Questo disco nasce proprio dalla constatazione che non mi interessa come verrà percepito: avevo bisogno di buttare fuori il progetto così com’era. Non vedo l’ora di suonarlo live e condividerlo con chi avrà voglia di viverlo davvero. Secondo me l’hype può diventare nocivo per il processo creativo. Quando inizi a pensare troppo a cosa può funzionare o meno, le cose diventano forzate. E il pubblico non è stupido, lo capisce subito».

“Il risveglio” è uno skit e contiene una frase molto forte: “La coerenza è la morte dell’arte, come della scienza”. In questo disco sembra quasi che tu abbia lavorato sull’incoerenza proprio per non restare chiuso dentro un personaggio. È così?

«Sì, assolutamente. Era una cosa che avevo iniziato già con “Leon”, dove avevo un po’ abbandonato il discorso fantasy che era stato pompato molto più dal pubblico che da me. Qui l’incoerenza è diventata anche sonora: il disco è diviso quasi in due parti. Si passa da pezzi più trap e aggressivi a ballad o addirittura a sonorità country. È stato un percorso naturale. Infatti uno dei miei pezzi preferiti è “Niente da Far West”, che è molto diverso dal resto del disco, un po’ come “La ragazza normale” nel progetto precedente».

Una delle caratteristiche delle tue produzioni è il linguaggio, spesso stratificato, che qui sembra quasi spezzarsi per poi reinventarsi. Che lavoro c’è stato in fase di scrittura e di sound?

«La differenza principale è che questo album non è nato da un concept prestabilito. Non mi sono detto “adesso faccio Fase REM”. Ho iniziato a scrivere perché volevo farlo, poi a un certo punto mi sono accorto che quei brani stavano bene insieme. Io parto sempre molto dall’aspetto visivo. Per esempio il video di “Polvere da sparo” mi ha aiutato tanto nel processo creativo. Ai tempi addirittura scrivevo prima il videoclip e poi la canzone. Mi è sempre piaciuto unire musica e immaginario».

Tra i pezzi che più mi hanno colpito c’è “Scissione”. Verso la fine dici: “Salvami da me”. Quanto pensi che il nemico più difficile da affrontare sia spesso la versione di noi stessi che alimentiamo da soli?

«Tantissimo. Nel mio caso tantissimo. Io sono il mio amico numero uno, ma spesso dovrei concedermi di aiutarmi molto più facilmente. Sarebbe anche semplice, ma poi nascono dinamiche strane. Però va bene così. Come si dice? Vivere male per scrivere bene…».

Già con “Leon” avevi affrontato i tuoi demoni. Ma dimmi se può essere una lettura corretta: in “Fase REM” sembra quasi che tu abbia imparato a conviverci e anche a lasciare andare un po’ di rabbia.

«Sì, assolutamente. La rabbia è stata il mio più grande carburante ma anche il veleno più grande che mi ha accompagnato per tanto tempo. Sto imparando a lasciarla andare. Combatto ancora con me stesso, ho ancora le mie cose, però ho iniziato a limarla e questa è una cosa importantissima, perché la rabbia non va sottovalutata».

Per concludere, quali elementi ti rendono più orgoglioso di questo disco?

«Di questo disco sicuramente la spontaneità. Oggi si seguono tantissimi schemi, invece secondo me il compito di un artista è restare se stesso. È quello che ho cercato di fare anche stavolta. Una volta che realizzo qualcosa che io stesso ascolterei da fan, allora sono soddisfatto».

Scritto da Nico Donvito
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