Una canzone, un libro: insieme

“Altri si vantino delle pagine che han scritto;
io vado fiero di quelle che ho letto.”

Capitano nella vita momenti di ingiustificata bellezza. Ad esempio. Apri la finestra e il cielo è tutto un grigiore da far piangere le nuvole; la doccia non ne vuole sapere di regolarsi nella temperatura ideale; i cani dei vicini affabulano piani segreti per testare il tuo infarto con latrati e assalti di sorpresa, paragonabili solo ai film con i lupi mannari giganti; insomma, tutto sembra dissolversi nel dimenticatoio del sonno ma poi, ecco che per un momento casuale, all’universo intero gli prende la briga di mettere a posto le cose per qualche manciata di minuti. È un momento piccolo, non che cambi poi granché nella vita in generale. Però intanto quel momento te lo segni, chissà cosa ne può venire fuori. A me è venuto fuori un articolo. Questo.

Presi un libro dal titolo meraviglio: Elogio dell’ombra. È il mio primo libro che leggo di Jorge Luis Borges e so di certo che non sarà l’ultimo. Prima di posizionarmi nella mia abitudine posizione – ovvero qualsiasi, purché ci sia luce e non ci siano zanzare – misi una canzone di sottofondo: “Ratafià” di Paolo Conte. Una canzone che già di per se è uno spettacolo, accompagnata con Borges, è poesia.

Elogio dell’ombra” è di fatti una raccolta di poesia centrati sul tema della morte e del ricordo che sono per Borges come due lunghe ombre che abbracciano il corpo, e con esso, la vita. C’è una purezza e una tenerezza che difficilmente si riescono a trovare nei classici libri di poesie e neanche nelle canzoni – a parte quelle di Paolo Conte. Forse perché la grande brama degli scrittori volge nello stupire il lettore, mentre per Borges, il centro di ogni cosa è lo scoprire. Inteso proprio come azione. Scoprire, privare qualcosa di ciò che lo ricopre. Vedere l’ombra che si cela dietro ogni ragionevole verità. Chiarissimo no? Con le parole di Borges, fidatevi, lo capirebbe anche un bambino. Una poesia a caso: “Israele”. Poche righe e tra loro c’è questa:

Cos’altro eri, Israele, se non quella nostalgia,
quel voler salvare,
tra le mutevoli forme del tempo,
il tuo vecchio libro magico, le liturgie,
la tua solitudine con Dio?

Qual è il rapporto fra un ebreo e la sua religione? Questo. Cinque frasi di Borges. Vedete allora come riesce a togliere, a scoprire il coperchio dei luoghi comuni e della superficialità per arrivare all’osso e al cuore della questione. Cinque righe. Questo è Borges. Poi certo, non bastano le sue poesie per capire il mondo, ma intanto ti appare un poco più chiaro, un poco più sincero. Il tutto usando una macchina da scrivere, qualche foglio bianco e un’innata pazzia che hanno solo i geni – e Paolo Conte.

E ancora. Questa forse è la mia preferita. Si intitola “le cose”. È una lista di oggetti. Molto carina ma pur sempre una lista di oggetti. Quelli che potremmo fare ognuno di noi uscendo per far la spesa. Solo che lui è Borges ed ecco che nell’ultima frase ti frega.

… Quante cose,
atlanti, soglie, lime, coppe, chiodi,
ci servono in silenzio come schiavi,
cieche e misteriosamente segrete!
Dureranno ben oltre il nostro oblio;
non sapranno mai che ce ne siamo andati.

Se dopo aver letto queste parole vi siete guardati attorno a guardare alcuni oggetti pensando “cazzo… è vero.”, confesso che ho fatto lo stesso anch’io. E non è che non ci abbia mai pensato a questa cosa degli oggetti che durano più di noi. È che non ci ho mai pensato in quella maniera lì, con quelle parole lì. Ma ora lo so per certo, non perché Borges me l’abbia fatto notare. Lo so perché Borges ha dato fiato ai miei pensieri, ha dato metrica alle mie paure e ha restituito una mia preoccupazione in una poesia. Il che non fa che dimostrare la bellezza ingiustificata che dimora nei libri.

Andrei avanti per ore a scrivere e ad elogiare altre frasi di Borges. Ma so già che poi, una volta che si inizia a trasporre tutto ciò che ci ha incantato in quell’attimo di bellezza in cui la musica e la letteratura ci hanno fatto respirare l’odore della vita, si andrebbe avanti a raccontare all’infinito. Come ad esempio la sua poesia sui lettori, o quella su Buenos Aires, o anche la preghiera, e come non citare il suo omaggio a Kipling o la sua ammirazione per Eraclito e Virgilio e… ecc. ecc.  Roba che non finisci più. E perciò mi fermo qui.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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