Un libro, una canzone: insieme

“Era libero: la sua tenacia era stata premiata, la maledizione che lo aveva accompagnato per tutta la vita era finita. Balzò in piedi, pazzo di felicità, e gli cadde il culo per terra”.

I film, che a dirla tutta sono un bel modo di portare sullo schermo dei libri molto semplificati, hanno una logica molto elementare. All’inizio c’è un mondo intatto, senza grossi problemi o grosse preoccupazioni per l’eroe. Poi arriva l’incidente scatenante che mette l’eroe in forte crisi. È restio per un po’ ma alla fine, nonostante tutto gli sia contro, ce la mette tutta per risolvere il suo conflitto. E il mondo, prima tranquillo, ora è trasformato, come l’animo dell’eroe. Prendete qualsiasi film in circolazione e vedrete che confermerà tutte le situazioni qua sopra elencate. È una strategia che funzionava dagli inizi del 900’ e funzionerà ancora per un bel po’.

Anche i libri, che a dirla tutta sono un bel modo di portare sui fogli un’umanità molto semplificata, hanno questa stessa logica. Con più libertà, con più modi per spaziare da un punto all’altro, ma grossolanamente, quello è. Certo, uno scrittore si deve fissare dei punti prima di scrivere il contenuto della sua storia. Il punto di svolta, il punto dove lui scopre che lei non lo ama, il punto dove lei ritorna, il punto dove si baciano e via così. Poi ognuno fa le linee che vuole per congiungere queste esistenze, ma una volta fissati i punti, quelli sono. Ne salta uno e tutta la storia crolla.

Perché vi dico ciò? Perché ho appena scoperto che tutto questo discorso è, in realtà, sbagliato. O meglio, può essere astutamente ribaltato. Avevo tra le mani questo libro di Sandro Veronesi chiamato La forza del passato. Il titolo non era dei migliori, ma se conosci un po’ Veronesi va a finire che poi una possibilità gliela concedi. Così l’ho letto. Non è che non ci fosse la trama nella storia. La trama c’è, eccome se c’è. Uno scrittore sposato e con un figlio che, salendo sul taxi, si trova minacciato da un tassista che sostiene di essere un vecchio amico di suo padre appena deceduto. Punto di svolta, chiaro come il sole. E gli altri punti, man mano che si legge, si trovano. Eccome se si trovano.

Dunque cosa c’è di strano? La cosa strana è che di questi punti ci disinteressiamo poco alla volta. Come se fossero superflui; come se fossero il tentativo solito degli umani quando si fissano nell’immaginarsi un senso laddove un senso non c’è. Per farvi capire: non c’è nessuna distinzione tra i pensieri del protagonista riguardo l’affitto da pagare e la scoperta di aver salvato una vita di un bambino in ospedale. Tutto è sullo stesso piano. Tutto scorre davanti agli occhi del protagonista come un grosso, unico fiume in piena. Proprio per questo, ai punti, non gliene importa più nessuno. Sono le linee, le curve drammatiche e spericolate del protagonista a tenere in piedi il racconto. Un racconto dove tutto crolla, tutte le certezze. Persino il passato, che è la più grande roccaforte per le nostre convinzioni. Quello che rimane, sono linee meravigliose. Un personaggio che diventa tutto e niente; un uomo che si presta in più occasione ad essere il contrario di se stesso. Come? Pensando. Ecco quello che fa di Veronesi una della penne più interessante d’Italia. I pensieri del protagonista. Possono essere cose piccole, ma vai tu a pensarle. Così leggi una storia che parla di redenzione e intanto scopri cose apparentemente inutili: tipo che i capelli dei bambini crescono di 0,133 centimetri alla settimana; scopri che Balanda fu il primo scacchista a tirare una testata al suo avversario e a vincere lo stesso la partita – dopo di lui, fu opportunamente introdotta la squalifica per aggressione – e che dopo i quarant’anni muoiono circa mille neuroni al giorno.

Cosa servono queste cose nella storia? A colorare le emozioni del protagonista. Capiamoci, senza colori il protagonista si capirebbe lo stesso. Ma in quel caso avremmo solo una storia abbastanza buona con un finale abbastanza debolino. Invece qui abbiamo delle iperbole che sono delle rare bellezze di scrittura. Il capitolo 17 è un vero e proprio capolavoro di letteratura. Così ho capito che questa sorte di “elogio alla divagazione” io già la conoscevo, ma non nella letteratura bensì nella musica, grazie a Francesco De Gregori con una delle sue perle più belle e sconosciute: Quattro cani.

Cosa rimane alla fine? Una morale, un significato, un segreto per affrontare le buie e e grigie notti malinconiche? Niente di tutto ciò. Rimane un colore. Quello che alla fine ci da la forza, se non di vivere, per lo meno di svegliarci la mattina senza odiare il prossimo. Però forse così divaghiamo troppo, e per quanto Veronesi sarebbe orgoglioso di me per questo, é meglio trovare il punto che fa da chiusa all’articolo di oggi. Che mi sembra proprio di averlo trovato. Qui.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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