Un libro, una canzone: insieme

Un giovane, poi, si cimenta nel mondo della scrittura, leggendo, osservando, rubando il più possibile. Gli capita di leggere bravi scrittori, pessimi scrittori, e così facendo una certa dose di arroganza e sfacciataggine crescono in lui, tanto da considerarsi lui stesso migliore degli altri. Ecco, vorrei dire a questo baldo giovane e a chiunque ammiri ad un destino simile: non leggete Borges. Crollerete miserabilmente nella vostra mediocrità.

Non perché sia difficile leggerlo, tutt’altro. Neanche perché usa parole e grammatiche pretenziose e elitarie. No, quel che frega ogni sogno di un sfrontato aspirante scrittore che legge per la prima volta Borges, è l’eleganza. È come avere in mano un proprio autoritratto quando davanti hai Michelangelo intento ad affrescare la Cappella Sistina. Non è che puoi fare tanto lì. Nascondi il tuo disegno e con esso la tua invidia. Invidia, questo va detto, non per il modo in cui Michelangelo lavora o per come Borges scriva, ma per le cose che quei due vedono. Sembrano essere in tutt’altro panorama, vedere cose che tu non hai mai neanche immaginato. È la loro testa, la loro eleganza che noi sogniamo.

Prendiamo L’Aleph di Borges. ‘L’Aleph’ è una raccolta di racconti dello scrittore argentino. Sono dei più variegati: in qualcuno si rivela in prima persona, ad altri fa parlare un filosofo nazista sulla pace, in qualche altro scopre la terra degli immortali e via così. È però la capacità con le quali dice le cose che fa incantare. Per intenderci. Questo è l’inizio di un racconto intitolato “il morto”:

“Che un uomo del suburbio di Buenos Aires, un tristo bravaccio senz’altre doti che l’infatuazione del coraggio, s’interni nei deserti battuti da cavalli della frontiera brasiliana e divenga capo di contrabbandieri, sembra a prima vista impossibile. A chi la pensa così, voglio narrare il destino di Benjamìn Otàlora, di cui forse non resta ricordo nel quartiere di Balvanera e che morì, secondo il suo stile, ucciso da un colpo di pistola, ai confine di Rio Grande do Sul”.

Non è letteratura. È musica. È una sinfonia suonata piano e che ti entra dentro. Poco importa se non conosci la parola “suburbio” e se alla prima lettura non ci hai capito una mazza. Intanto la musica l’hai sentita, e se ti è piaciuta chi è il folle che non vorrebbe risentirla un’altra volta?

Borges è così. Non scrive delle frasi che il lettore possa capire subito. Lui incide nella pietra un modo di stare al mondo, e cioè, fino all’ultimo respiro, fino all’ultima virgola prima di chiudere le sue lunghissimi frase, dentro l’eleganza. Perché ogni volta che leggi un suo libro, un suo racconto, è come se entrassi a casa sua. Ti levi il cappello, fai attento a dove metti i piedi, e sai già che non imbeccherai mai in una frase tipo “ieri stavo bene”, bensì “ieri l’impazienza mi svegliò. L’impazienza, non l’inquietudine, e il singolare sollievo di stare in quel giorno”.

Ah. Si sente che è un’altra cosa, no? È più complicato, è più difficile, ma che panorama si vede da lassù? Che panorami deve aver visto Borges per poter tirare fuori frasi come quelle?

Sentite quest’altro inizio di un altro racconto: “Questa”, disse Dunraven con un ampio gesto che non disdegnava le offuscate stelle e abbracciava il nero altipiano, il mare e un edificio maestoso e decrepito che sembrava una scuderia decaduta, “è la terra dei miei antenati”.

Sei lì lì per abbandonarlo, pensi che ora stia esagerando e poi, tac. Eccoti il salto finale. Eccone un altra. “Avevo compreso da tempo che non c’è cosa al mondo che non sia germe d’un Inferno possibile”. Togli “possibile” a quella frase, e viene fuori una discreta idea. Rimetti quell’aggettivo ed è una filosofia.

È come sentir cantare Franco Battiato. Non è che lo capisci sempre, a volte ti perdi, devi riascoltarlo più volte. Però non c’è un solo singolo istante in cui ti senti veramente smarrito. Tieni salda la mano di Borges e ti lasci guidare. Penserà lui dove e verso cosa, come nella canzone “La cura

Borges era effetto di miopia e divenne totalmente cieco verso la fine della sua vita. Nonostante ciò continuò a scrivere saggi, poesie e libri fino ai suoi ultimi anni. Perché il suo era un dialogo con se stesso. E noi, per tutti gli incontri che possiamo fare nel corso della vita, non conosceremo nessuno più elegante e mostruoso di noi stessi.

Dobbiamo decidere noi in che modo guardarci. Se con paura o con eleganza, celando la consapevolezza di possedere dei desideri che viaggeranno sempre più veloci dei nostri talenti. E come scrisse Borges: forse nel mio volto era scritta la magia, forse io stesso ero il fine della mia ricerca.

Ve lo giuro. Se leggete Borges, vi sentirete molto meno suburbi. Qualsiasi cosa esso significa.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

By Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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