Una canzone, un libro: insieme

È iniziato dicembre, il mese che immagino il novanta percento delle persone ami più di tutti gli altri. Me lo dicono i tre calendari dell’avvento disposti in bell’ordine sullo scaffale della cucina e me lo ricordano l’automobile coperta di neve e quella sensazione di ansia che provo ogni volta che penso a quanti regali io debba ancora comprare (spoiler da una procrastinatrice recidiva: moltissimi).

Non è proprio il momento giusto questo per parlare di ragazzi e droga. A mia discolpa dico che sono mesi che penso di scrivere questo articolo, ma ogni volta al ballottaggio vince un altro tema. Forse perché più facile, forse perché più leggero. Vince sempre qualcos’altro. E mia sorella non ne può più di sentirmi sproloquiare su quanto non mi sembri mai il momento giusto per scrivere di un libro che, in effetti, è uno di quelli che più mi hanno commosso e colpito in tutta la mia vita da lettrice. Quindi eccomi qui oggi, 3 dicembre, a parlare di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (1978), di Christiane F.

Questo libro nasce da una serie di interviste che due giornalisti, K. Hermann e H. Rieck, hanno sostenuto con Christiane F., la protagonista della storia narrata e imputata in un processo in cui è stata ritenuta colpevole di acquisto continuato di sostanze stupefacenti e ricettazione continua.

Il libro narra la storia dolorosamente vera di una ragazzina che, dal suo quattordicesimo anno di età, sprofonda nel mondo della droga e della prostituzione. È un resoconto dettagliato di azioni, pensieri, sentimenti e contraddizioni di una giovanissima ragazza che, passo dopo passo, droga dopo droga, affonda profondamente in un universo che moltissimi neanche immaginano. È una storia fatta di piccoli passi, una vicenda che parte da droghe leggere assunte in un oratorio e finisce con diversi tentativi di disintossicazione falliti, morte di amici, ricoveri per epatite e una piccola speranza data dal fatto di essere ancora viva. Man mano che ci si immerge nella lettura, si imparano a conoscere i bassifondi della Berlino degli anni Settanta, con le sue discoteche e le sue stazioni, dove incontriamo le vittime del sordido mondo della droga, un mondo dove, alla fine, qualcuno di davvero completamente malvagio non c’è. È la storia di disperati, di esclusi, visti con gli occhi di una ragazzina che è parte di questo mondo e parte di questi disperati.

Non penso che una canzone possa dare un quadro complessivo ed esauriente delle tremende vicissitudini che questi ragazzi hanno vissuto. Forse niente potrebbe. Ma Fabrizio De André è sempre un maestro nel mettersi nei panni degli ultimi e nel dare loro una nuova e potente voce. È ciò che il cantautore fa con il Cantico dei drogati, in cui cede la parola a un tossico disperato ed impaurito.

Ho licenziato Dio
Gettato via un amore
Per costruirmi il vuoto
Nell’anima e nel cuore
Le parole che dico
Non han più forma né accento
Si trasformano i suoni
In un sordo lamento
[…]
E soprattutto chi
E perché mi ha messo al mondo
Dove vivo la mia morte
Con un anticipo tremendo?
Come potrò dire a mia madre che ho paura?
Quando scadrà l’affitto
Di questo corpo idiota
Allora avrò il mio premio
Come una buona nota
Mi citeran di monito
A chi crede sia bello
Giocherellare a palla
Con il proprio cervello
Cercando di lanciarlo
Oltre il confine stabilito
Che qualcuno ha tracciato
Ai bordi dell’infinito
[…]

La cosa più impressionante, forse, è Christiane comincia a drogarsi per far parte di qualcosa. È una ragazza sola che vuole sentirsi parte di un gruppo. Ma alla fine, come ci dice De André, la droga allontana le persone e isola le sue vittime.

Stavo sul letto e pensavo: ma lui è stato il tuo primo ragazzo. In una bara. Non riuscivo a piangere. Non ero più capace di avere veri sentimenti. Quando il pomeriggio seguente andai nel giro nessuno piangeva per Atze. Nel giro non si piange mai. Ma qualcuno era terribilmente incazzato con Atze perché aveva soffiato i nomi degli spacciatori, di quelli come si deve, che vendevano roba perfetta ed ora già stavano in galera, e poi perché lui doveva un sacco di soldi a un sacco di gente. […] Tutto era di nuovo proprio una merda. […] Nel frattempo distruggevo anche mia madre.

So per certo che tutto ciò che ho scritto non può rendere conto di cosa sia effettivamente ‘Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino’. Perché esso non è una sola storia, ma è molte storie messe insieme. È la storia di Christiane ma è anche la storia di tutti coloro che Christiane incontra. Attraverso gli occhi di una ragazzina conosciamo i suoi amici, i suoi amori e i suoi peggiori nemici. Nonostante il libro sia scritto con una crudezza disarmante, in fondo proviamo profonda empatia per molti dei personaggi del libro, che spesso non hanno altre colpe se non essere cresciuti nel posto sbagliato e aver conosciuto la persona sbagliata. E, vorrei specificare, con “sbagliata” non intendo “cattiva”, ma già vittima di un male che spesso contribuisce a perpetuare. Gli stessi sfruttatori dei ragazzi come Christiane, uomini che pagano adolescenti per avere favori sessuali o spacciatori senza scrupoli, spesso non sono dipinti come mostri, ma come uomini soli, emarginati che suscitano pena ancora di più di quanto suscitino rabbia. E fa impressione leggere di come Christiane, che inizialmente è schifata da ciò che è costretta a fare, col tempo consideri questi rapporti come normalità, la sua normalità.

Attraverso il libro si impara a conoscere anche genitori preoccupati, assistenti sociali e professionisti sanitari. Io li ho odiati per non essere stati in grado di aiutare questi ragazzi, per non essere stati in grado di comprenderli. Ma subito dopo ho realizzato che io, al loro posto, non avrei saputo assolutamente cosa fare. Mi sono accorta che questo è solo un libro, che la vita vera degli eroinomani io non la conosco. Le parole di Christiane sono così vere, crude e antiretoriche, che per qualche ora ho creduto veramente di poter capire cosa la dipendenza possa significare. Ma Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino non è un manuale che spiega cosa fare in queste situazioni, è solo un libro che permette di guardare con gli occhi dell’altro, del diverso, dell’incompreso. Ma cosa ne so io, alla fine, di cosa voglia dire passare ogni singolo momento della vita pensando all’eroina? Cosa ne so io di questo:

“Aveva solo quindici anni”. Capii subito. Non avevo nessun bisogno di leggere oltre: era Babsi. Già da prima quasi lo sapevo. Stavo lì incapace di avere qualsiasi sentimento. Ero morta totale. Era come se sul giornale ci fosse la notizia della mia morte. Andai nel bagno e mi feci una pera. Solo dopo potei piangere un poco. Non era chiaro se piangevo per me o per Babsi.

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Elisa Cabiale

Fin da piccola mi interesso a qualsiasi cosa possa raccontarmi una storia, che sia un libro, un film o una canzone. Mi destreggio tra tanti interessi diversi, dal musical amatoriale (sono quella sullo sfondo) alle gite per musei. Dal 2019 sono dottoressa in Scienze dei beni culturali e attualmente frequento il corso di laurea magistrale in lettere moderne. Nel 2015 comincio a scrivere per la Junk Food Films, mentre dal 2018 collaboro con la NAC - Nuova Accademia di Cinema. Vado matta per il cantautorato anni '60-'70, le canzoni dei musical, le opere di klimt, il caffè e la carbonara.

Di Elisa Cabiale

Fin da piccola mi interesso a qualsiasi cosa possa raccontarmi una storia, che sia un libro, un film o una canzone. Mi destreggio tra tanti interessi diversi, dal musical amatoriale (sono quella sullo sfondo) alle gite per musei. Dal 2019 sono dottoressa in Scienze dei beni culturali e attualmente frequento il corso di laurea magistrale in lettere moderne. Nel 2015 comincio a scrivere per la Junk Food Films, mentre dal 2018 collaboro con la NAC - Nuova Accademia di Cinema. Vado matta per il cantautorato anni '60-'70, le canzoni dei musical, le opere di klimt, il caffè e la carbonara.

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