Lil Jolie: “La mia fantasia è il luogo in cui mi ritrovo davvero” – INTERVISTA

Lil Jolie

A tu per tu con Lil Jolie in occasione dell’uscita dell’album “Luoghi comuni”, disponibile da venerdì 18 settembre 2026 per BMG

Con “Luoghi comuni“, Lil Jolie apre un nuovo capitolo del proprio percorso artistico, mettendo al centro le storie, le persone e quelle emozioni capaci di trasformare un’esperienza individuale in qualcosa di condiviso. Il titolo dell’album racchiude già questa doppia anima: i luoghi come punti d’incontro e di immedesimazione, ma anche i luoghi comuni come stereotipi e semplificazioni da mettere in discussione.

Tra rock, indie, sfumature grunge e una voce finalmente lasciata più libera di mostrarsi in tutte le sue sfaccettature, il disco attraversa gli ultimi due anni della sua vita, alternando autobiografia e storie raccolte dagli altri. Lil Jolie racconta così un album fatto di rabbia e fragilità, fantasia e realtà, cercando nella musica un luogo in cui poter essere, semplicemente, se stessa.

Lil Jolie racconta il disco “Luoghi comuni”, l’intervista

“Luoghi comuni” è il tuo nuovo album, disponibile dal 18 settembre per BMG. Il titolo contiene una doppia valenza: da una parte i punti di incontro, ciò che ci accomuna, dall’altra gli stereotipi, ciò che può invece allontanarci. Come convivono queste due anime nel disco?

«Quando stavo facendo brainstorming sul titolo mi sono venuti in mente tantissimi nomi. Uno degli ultimi, prima di arrivare a “Luoghi comuni”, era “Risonanze”, ma mi sembrava un po’ troppo borghese. Volevo trovare qualcosa di più colloquiale, semplice. Poi il disco è molto dedicato agli altri: io sono una persona molto empatica e parlo tantissimo delle storie dei miei amici, di quello che condivido con le persone della mia vita. A un certo punto ho pensato: “Oddio, forse è proprio Luoghi comuni”. Venendo dalla provincia e dal Sud, è anche un disco dedicato tanto a loro, ai miei migliori amici di giù. C’è tanta empatia e ci sono tante storie che sono mie, ma anche storie che mi sono state raccontate e che in qualche modo ho fatto mie».

Proprio perché nel disco confluiscono esperienze personali e storie che hai raccolto dagli altri, quanto credi nel potere dell’immedesimazione nella musica?

«Tantissimo. Forse sono una delle persone più plasmabili, ma lo intendo in senso positivo: secondo me è una parola bellissima. Sono una persona che sente tanto e si lascia trascinare dalle situazioni, sia in modo positivo sia negativo. Posso farmi trascinare dalla felicità di una persona che ho vicino e vivere quella stessa sensazione, oppure farmi trascinare nel suo dolore. C’è voluto un lavoro su me stessa per riuscire a essere una persona sensibile, quindi a sentire e vedere l’altro senza farmi plasmare dall’altro. E ci sto ancora lavorando».

“Luoghi comuni” arriva dopo “Bambina”, “La vita non uccide”, Amici, Sanremo e il progetto con Vale LP. È un disco che racconta gli ultimi due anni della tua vita: che momento rappresenta?

«Questo disco racconta proprio gli ultimi due anni. Ho iniziato a scriverlo due anni fa, poi l’ho abbandonato per lavorare al progetto con Vale. Ci sono pezzi che hanno due anni e altri che hanno due mesi, quindi è stato un lavoro costruito lungo tutto questo periodo. Parla tanto del periodo successivo a Sanremo».

A livello sonoro, invece, hai trovato anche una sorta di “luogo ideale”? Che lavoro avete fatto in studio, anche insieme a Dario Mangiaracina?

«Assolutamente. C’è stata una ricerca, però il lavoro è stato molto freestyle. Io vengo dal rock e dall’indie rock, da un mondo che parte dagli anni Novanta e anche un po’ prima. Da bambina ascoltavo gli anni Settanta, i Pink Floyd, quel mondo lì. Crescendo ho scoperto l’alternative italiano e quello inglese e mi sono appassionata a quel tipo di sound. Abbiamo scritto tutti i pezzi sulla chitarra: sono nati proprio da un giro, da una progressione semplice, e poi ci abbiamo costruito il nostro suono. Forse “Sophie” è stato il primo pezzo che ci ha fatto pensare di essere sulla direzione giusta».

L’ascolto si apre con “Senza pace”, dove la tua voce sembra assumere un ruolo particolarmente importante. In questo disco mostri registri diversi rispetto al passato: come è cambiato il tuo modo di cantare?

«Semplicemente ho capito che la mia voce non ha una sola anima e ho imparato a lasciarla andare di più. Prima era molto più chiusa, non volevo quasi cacciare fuori la voce, come se mi vergognassi di saper cantare. Paradossalmente, dato che la scrittura per me è una cosa molto importante, mettevo quasi in secondo piano quella parte. Avevo sempre avuto l’impressione che chi sa cantare, in realtà, non possa essere anche un bravo autore. Mi sono liberata di queste sovrastrutture, di questi dogmi inutili. Adesso voglio esprimermi come cavolo voglio».

La traccia che chiude il disco è “Voglio i money”, dove canto e parlato si incontrano e il tono diventa anche provocatorio. Che cosa volevi raccontare attraverso questo brano?

«È un brano molto provocatorio. Io sono una persona a cui piace non prendersi troppo sul serio. In realtà volevo fare un dissing a questo mondo così superficiale, che ci vuole tutti lobotomizzati».

“Metallo” è una delle tracce che ho preferito e la considero quasi un manifesto del disco. C’è tanta ribellione, ma anche una fragilità nascosta dietro una corazza di rock ed elettronica. Quali sensazioni hanno dato origine alla canzone?

«Era un periodo in cui avevo voglia di sperimentare e di usare poche metafore per raccontare una storia. È forse il pezzo più diretto: ho immaginato di avere davanti la persona interessata e di recitarle questo testo. È nato veramente in dieci minuti, quasi come un freestyle. C’è tanta ribellione, voglia di spaccare tutto, tanta rabbia. Però secondo me c’è anche una dolcezza finale. C’è una frase in cui dico, più o meno, “ho amato tanto questa notte che ora non mi è rimasto niente”. È una sensazione che provo costantemente: dalla fase dell’idealizzazione di una persona fino al momento in cui ti accorgi che forse è tutto più bello quando lo vivi nella fantasia».

L’altra traccia che ho particolarmente apprezzato è “Promettimi”, quasi agli antipodi rispetto a “Metallo”. Qui sentimento e dipendenza finiscono per confondersi. È una canzone molto personale?

«Sì, questa è sicuramente una storia personale. Parlo di me. Lasciare andare qualcuno, quando sei dipendente da determinate cose, è molto doloroso. È quasi come sentirsi drogati da una persona o da certe sensazioni. Quando però realizzi che lasciando andare l’altra persona probabilmente lei starà anche meglio, capisci che quello è il più grande atto d’amore. L’ho scritta quando ho pensato e realizzato questa cosa, ed è stato molto doloroso».

“Gomma” è l’unica collaborazione vocale del disco, insieme a Dario Mangiaracina de La Rappresentante di Lista. Che incontro è stato, umanamente e professionalmente?

«L’incontro con Dario è stato assolutamente catartico. Ho conosciuto una persona meravigliosa e ho scoperto un fratello, al di là del musicista fantastico. Non mi sono mai trovata così bene in studio con qualcuno, quindi sarà difficile fare paragoni. Infatti voglio farne ancora, speriamo che lavoreremo sempre insieme. “Gomma” è un brano meraviglioso dei Baustelle. Ci siamo innamorati entrambi di questa canzone: io per i miei motivi, Dario perché ha vissuto proprio quegli anni da adolescente. Io l’ho scoperta più tardi, ma mi fa pensare tantissimo alla provincia. Quando vivi in provincia, soprattutto in un liceo di provincia, tutto quello che c’è fuori ti sembra enorme e non vedi l’ora di guardare oltre. Poi magari, quando finalmente ottieni quello che desideravi, ti rendi conto che non cambia veramente un granché e che forse avevi idealizzato tutto. Io, fondamentalmente, vivo di fantasie. Scrivo canzoni anche per questo motivo. Mi piace molto stare nella fantasia: secondo me è un posto meraviglioso e ci vorrei restare sempre».

Torniamo infine alla doppia valenza di “Luoghi comuni”. Qual è lo stereotipo che ti infastidisce di più e, invece, qual è il luogo in cui ti senti davvero a casa, da sola o in compagnia?

«Il posto più bello dove ritrovarmi l’ho detto prima: sicuramente la mia testa, la mia fantasia. Quando sono sola è veramente un posto magico. Augurerei a tutti di poter fare un giro nella mia fantasia. Di stereotipi ce ne sono tanti, soprattutto sulla mia zona, sul mio Sud. Quelli sono sicuramente tra quelli che mi danno più fastidio».

Scritto da Nico Donvito
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