L’Officina della Camomilla: “Il divieto è uno dei grandi motori della cultura pop” – INTERVISTA

L'Officina della Camomilla

A tu per tu con la band in occasione dell’uscita del nuovo disco “VM18”, avvenuta lo scorso 9 ottobre 2026. La nostra intervista a L’Officina della Camomilla

Dopo il concerto evento dello scorso 29 aprile all’Alcatraz di Milano, L’Officina Della Camomilla inaugura un nuovo capitolo del proprio percorso e annuncia l’uscita del nuovo album “VM 18”, disponibile dal 9 ottobre.

Il disco espande l’immaginario della band in un mosaico di visioni, rituali e stati di coscienza alterati, sospeso tra adolescenza e cultura pop, letteratura e cinema, psichedelia e memoria generazionale. Il titolo diventa così la chiave simbolica del progetto: una soglia oltre il semplice divieto anagrafico, verso uno spazio in cui desiderio, immaginazione e riferimenti culturali convivono senza gerarchie. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Partiamo subito dal titolo curioso, che richiama un divieto. Cosa rappresenta per voi “VM18” e quando avevate capito che era il titolo giusto?

«”VM18″ è una soglia, ma anche una specie di portale verso un immaginario che non ha mai smesso di esercitare il proprio fascino su di noi. Il divieto, in fondo, è uno dei grandi motori della cultura pop: delimita un territorio e, proprio mentre cerca di escluderci, ci invita a entrarci. È la promessa di qualcosa che si trova appena oltre il confine, dove desiderio, paura e fantasia diventano difficili da separare. Ci interessava soprattutto questa ambiguità: da una parte il riferimento a un limite anagrafico molto concreto, dall’altra la possibilità di evocare uno spazio mentale in cui l’infanzia e l’età adulta si sovrappongono. VM18 è anche una specie di archeologia delle nostre ossessioni, un archivio di immagini, suoni e suggestioni che ci hanno accompagnato crescendo e che continuano a parlarci in modi diversi. Abbiamo capito che era il titolo giusto quando ci siamo accorti che non descriveva soltanto il disco, ma ne conteneva già l’atmosfera. C’era qualcosa di ironico e inquietante, familiare e proibito. Come certe videocassette che da bambini sapevamo di non dover guardare, ma che proprio per questo diventavano irresistibili».

Avete descritto la title track come una fiaba nera, un folk horror, un’apocalisse infantile. Quali riflessioni e quali ricordi hanno ispirato questa canzone?

«Ci interessava recuperare quella zona oscura dell’infanzia in cui la realtà non è ancora completamente separata dalla fantasia. Da bambini si può avere paura di qualcosa senza sapere esattamente che cosa sia: una casa abbandonata, un bosco al crepuscolo, una figura intravista con la coda dell’occhio. Sono immagini che rimangono impresse perché non trovano mai una spiegazione definitiva. Il folk horror lavora proprio su questo terreno: trasforma il paesaggio in una presenza minacciosa, il folklore in una memoria collettiva che riaffiora, la natura in qualcosa che non è necessariamente disposto ad accoglierci. Volevamo portare questa sensazione dentro uno scenario apocalittico, ma osservandolo attraverso gli occhi di due bambini fantasma. Uno sguardo che rende tutto più fragile e, allo stesso tempo, più inquietante. C’è anche una riflessione sul mondo che lasciamo in eredità. L’apocalisse, oggi, non è soltanto un tema cinematografico: è diventata una possibilità che attraversa il nostro modo di immaginare il futuro. Raccontarla attraverso l’infanzia significa rovesciare il punto di vista abituale. Non sono gli adulti a spiegare la catastrofe ai bambini, ma sono i bambini a sopravvivere simbolicamente al mondo degli adulti. Forse la canzone nasce proprio dall’incontro tra questi due sentimenti: la nostalgia per un’infanzia in cui tutto sembrava misterioso e la consapevolezza adulta che il mistero può avere anche una dimensione terribile».

Se aveste la possibilità di tornare indietro nel tempo, quale di queste canzoni fareste ascoltare per prima a voi stessi bambini?

«Probabilmente proprio la title track. Non tanto per prepararci a quello che sarebbe successo, quanto per dirci che le immagini che ci spaventavano da bambini non erano necessariamente qualcosa da cui fuggire. Potevano diventare materiale creativo, strumenti per dare forma a emozioni che allora non sapevamo nominare. Da piccoli assorbiamo la cultura in maniera quasi fisica. Un film, un disco, una copertina o una scena televisiva possono imprimersi nella memoria senza che siamo in grado di comprenderne davvero il significato. Molti anni dopo, quegli stessi frammenti riemergono trasformati. Ci accorgiamo che continuavano a lavorare dentro di noi, come una colonna sonora segreta. Far ascoltare “VM18″ ai noi stessi bambini sarebbe un modo per mettere in comunicazione queste due versioni di noi: quella che viveva le immagini come apparizioni e quella che oggi cerca di ricomporle in una forma musicale. Non potremmo spiegare tutto, naturalmente. E forse non dovremmo farlo. Ci limiteremmo a suggerire che anche ciò che sembra incomprensibile può diventare, un giorno, una possibilità espressiva».

Dal punto di vista musicale, che tipo di lavoro c’è stato dietro la costruzione del sound da dare a questo disco?

«Il lavoro è stato soprattutto quello di costruire un ambiente sonoro, più che di assemblare semplicemente una successione di brani. Ci interessava che il disco avesse una sua geografia emotiva, che ogni canzone potesse sembrare una stanza diversa dello stesso edificio, con luci, ombre e profondità differenti. Abbiamo cercato un equilibrio tra elementi organici e dimensioni più allucinate, lasciando che le strutture musicali potessero aprirsi, deformarsi e assumere talvolta una qualità quasi cinematografica. La psichedelia, in questo senso, non è soltanto un riferimento stilistico: è un metodo per alterare la percezione, per far sì che un suono familiare diventi improvvisamente estraneo. Ci interessava anche il rapporto tra memoria e distorsione. Quando ricordiamo qualcosa, non ne conserviamo una registrazione fedele: ne rimangono frammenti, impressioni, colori emotivi. Abbiamo cercato di lavorare con una logica simile, facendo convivere suggestioni diverse senza costringerle sempre a una sintesi perfetta. Il risultato che cercavamo non era la nostalgia di un suono appartenente a un’epoca precisa, ma la possibilità di utilizzare il passato come materiale vivo. Le influenze sono importanti, ma lo diventano davvero quando smettono di essere semplici citazioni e cominciano a generare qualcosa di nuovo».

Il vostro progetto nasce a Milano nel 2008. Come si è evoluto nel tempo fino ad arrivare a oggi?

«Dal 2008 a oggi è cambiato inevitabilmente il nostro modo di ascoltare, di scrivere e di guardare alla musica. Cambia il rapporto con le influenze, cambia il contesto culturale e cambia anche la percezione di ciò che ci appartiene. All’inizio alcuni riferimenti possono essere quasi delle dichiarazioni d’identità; con il tempo diventano parte di un linguaggio personale, qualcosa che non abbiamo più bisogno di esibire per dimostrare da dove veniamo. Milano, con le sue contraddizioni, è stata uno sfondo importante. È una città che può apparire estremamente concreta, produttiva e proiettata verso il futuro, ma che contiene anche una dimensione notturna, periferica, fatta di spazi transitori e atmosfere sospese. È in questa frizione che abbiamo trovato molto materiale immaginativo. Credo che l’evoluzione più significativa sia stata la possibilità di trasformare un insieme di interessi e intuizioni in un universo sempre più riconoscibile. Non significa aver raggiunto una forma definitiva. Al contrario, significa poter tornare sulle stesse ossessioni da prospettive diverse, scoprendo che contengono ancora zone inesplorate. “VM18″ rappresenta anche questo: non un punto d’arrivo che cancella ciò che è venuto prima, ma un nuovo capitolo in cui la nostra storia si riorganizza, trovando connessioni che magari non erano evidenti all’inizio».

Un momento importante è stato lo scorso 29 aprile all’Alcatraz, un vero e proprio evento più che un semplice concerto. Cosa vi ha lasciato?

«Un evento come quello dell’Alcatraz ci ricorda che la musica non esiste soltanto come registrazione, come oggetto che ciascuno ascolta individualmente attraverso le proprie cuffie. Esiste anche come esperienza collettiva, come temporanea comunità di persone che condividono uno spazio, un volume sonoro e una stessa intensità emotiva. È interessante pensare a come un immaginario costruito attraverso frammenti di memoria, riferimenti cinematografici e suggestioni personali possa diventare qualcosa di fisico quando viene portato sul palco. Le immagini interiori si trasformano in luci, corpi, suoni, reazioni del pubblico. Quello che fino a quel momento apparteneva soprattutto a noi comincia a essere reinterpretato dagli altri. Ci ha lasciato soprattutto la sensazione che il progetto avesse acquisito una dimensione ulteriore: non soltanto una raccolta di canzoni, ma un mondo capace di essere abitato. E in un’epoca in cui tanta musica viene consumata in modo frammentario, attraverso ascolti veloci e continui passaggi da un contenuto all’altro, creare un’esperienza che chieda attenzione e partecipazione ha un valore particolare».

Per concludere, cosa vi rende orgogliosi del vostro percorso finora e, in particolare, delle nuove canzoni contenute in “VM18″?

«La cosa di cui siamo più orgogliosi è aver continuato a seguire le nostre passioni senza trasformarle in una formula. In un panorama culturale che tende a rendere tutto immediatamente riconoscibile e consumabile, ci interessa conservare una certa ambiguità, lasciare che le canzoni contengano elementi che non si esauriscono al primo ascolto. Sentiamo di aver trovato un modo per far convivere dimensioni diverse: l’intimità e la spettacolarità, la memoria personale e l’immaginario collettivo, la fascinazione per il passato e il desiderio di inventare qualcosa che non sia già stato completamente codificato. C’è anche un aspetto generazionale. Crescendo, ci si accorge che la giovinezza non scompare davvero: cambia forma, diventa una specie di archivio interiore al quale continuiamo ad attingere. Il rischio è trasformare quell’archivio in un museo nostalgico, ripetendo all’infinito le stesse immagini. La possibilità più interessante, invece, è riaprirlo, rimettere in circolazione i suoi fantasmi e scoprire che possono ancora produrre significati nuovi. Se “VM18″ riesce a fare questo, allora rappresenta per noi qualcosa di importante: la dimostrazione che si può guardare indietro senza rinunciare a immaginare in avanti. Anche quando il futuro appare incerto, la musica può ancora costruire mondi, creare connessioni e dare una forma condivisa a ciò che altrimenti rimarrebbe soltanto una sensazione indistinta».

Scritto da Nico Donvito
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