A tu per tu con il gruppo musicale bergamasco, fuori con il disco d’esordio intitolato “Oggetti smarriti

Una musica libera dagli schemi e dalle ansie da prestazione, con questo spirito i Lowinsky irrompono sul mercato pubblicando “Oggetti smarriti”, album che rappresenta un ulteriore tassello nel loro percorso e che arriva a circa un anno di distanza dal loro omonimo EP. In occasione di questa uscita, abbiamo incontrato la band bergamasca in un locale al centro di Milano (ringraziamo il Caffè Pasticceria De’ Cherubini per averci ospitato), per parlare della loro musica e ascoltare dal vivo alcuni estratti di questo loro interessante nuovo lavoro.

Ciao Carlo, ciao Tasso, benvenuti. “Oggetti smarriti” è il titolo del vostro album d’esordio. Quali tematiche e che tipo di sonorità avete scelto di includere in questo vostro biglietto da visita musicale?

«Le tematiche sono varie, sempre legate alle esperienze personali, all’introspezione, diciamo che per noi viene meglio guardarci dentro piuttosto che dare uno sguardo fuori. Come sonorità, invece, veniamo dagli anni ’90, i nostri riferimenti sono principalmente quelli, quindi abbiamo cercato di sviluppare quel suono, senza necessariamente fossilizzarci in un genere particolare, relegarci ad un unico sound. Abbiamo imparato a gestirci al meglio, aspiriamo ad un certo mondo, ma non ci concentriamo solo su quello».

Riferimenti principalmente internazionali, come d’altronde i vostri ascolti. A cosa si deve la scelta di cantare in italiano, optare per la nostra lingua piuttosto che per un facile inglese?

«Inizialmente, prima ancora di fondare i Lowinsky, cantavamo in inglese, perché ai tempi sembrava quasi una scelta obbligata facendo un determinato genere, non essendoci dei reali riferimenti cantati in italiano, sembrava impossibile fare altrimenti. Col tempo abbiamo provato ad abbattere questo preconcetto e ci siamo ritrovati a scrivere dei testi un pochino più sensati, a cui poter prestare attenzione. Banalmente cantare la lingua che conosci e capisci di più, è molto più soddisfacente, rispetto ad una lingua che mastichi ma che non padroneggerai mai come l’italiano».

In questo ultimo periodo stiamo vivendo una situazione inedita a livello mondiale, l’emergenza sanitaria nei confronti della diffusione del Covid-19 sta mutando la nostra quotidianità. D’altro canto sta anche danneggiando vari settori, tra tutti quello musicale che già non navigava in acque tranquille. Come state vivendo quanto sta accadendo? 

«Inizialmente molto male, al di là dell’emergenza sanitaria a cui dobbiamo far fronte e che resta il problema principale, qualsiasi settore sta accusando ingenti danni. Nel nostro piccolo, avevamo organizzato con fatica da mesi una serie di date assieme alla nostra manager e alla nostra etichetta, purtroppo tutto è stato cancellato per via di questa emergenza. Siamo riusciti a fare giusto la data di release del disco, che è stata veramente bella. Stiamo cecando di affrontare la cosa in maniera positiva, di tornare in studio a registrare qualcosa in qualche forma ancora da definire, poi ci concentreremo sui live in streaming, che si potranno seguire da casa attraverso i nostri canali social. Certo, sono palliativi, non situazioni definite, ma è tutto quello che si può fare oggi».

A chi si rivolge oggi la vostra musica e a chi vi piacerebbe arrivare?

«A chiunque abbia voglia di ascoltarci, sembrerà una risposta banale ma il concetto è quello. A noi non interessa il successo o la notorietà, fosse stato per quello avremmo optato per un altro genere, anche se non saremmo stati in grado di farlo. La cosa che ci dà soddisfazione è quando la musica arriva, subito dopo la realizzazione del disco stesso che ci gasa e ci inorgoglisce parecchio, l’aspetto che più ci riempie di gioia è quando sentiamo cantare le nostre canzoni, non importa a chissà quanta gente, bastano giusto un paio di persone e possiamo ritenerci più che soddisfatti. Non pensiamo ad un target, piuttosto ci piace l’idea di poter arrivare a persone di estrazione diversa».

Per concludere, c’è una lezione particolare che avete imparato dalla musica in questi anni di attività?

«La principale è buttarsi, non stare troppo ad inseguire la perfezione, perché si migliora sicuramente col tempo. Bisogna avere coraggio, magari tornare ad una volta, quando si aveva coraggio e ci si buttava di più, in maniera spontanea, direttamente nei locali, tornare a forme nettamente più libere, senza troppe ansie, senza farsi problemi o ragionare troppo a tavolino».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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