Luigi Tenco: il ricordo di un’artista libero, straordinario e controverso
Il nostro omaggio a Luigi Tenco, a 59 anni dalla prematura scomparsa, ricordiamo l’angola di indimenticati successi quali “Mi sono innamorato di te”, “Lontano lontano” e “Ciao amore ciao”
Ci sono artisti che attraversano il tempo come una melodia: non hanno bisogno di essere spiegati, basta ascoltarli. Luigi Tenco è uno di questi. A 59 anni dalla sua prematura scomparsa, avvenuta nella notte del 27 gennaio 1967 a Sanremo, il suo nome continua a evocare un’eredità rara: canzoni che non invecchiano, parole che non fanno sconti, una sensibilità che ancora oggi suona moderna e, soprattutto, necessaria.
Tenco era un giovane protagonista della cosiddetta “scuola genovese”, cresciuto musicalmente tra jazz e canzone d’autore, capace di un linguaggio asciutto e diretto, lontano dalla retorica sentimentale dominante. Aveva già lasciato impronte indelebili con brani come “Mi sono innamorato di te”, “Vedrai vedrai”, “Ho capito che ti amo” e “Lontano lontano”: canzoni che non cercavano l’applauso facile, ma la verità, anche quando bruciava.
Nel 1967, spinto anche dalle dinamiche discografiche del tempo, Tenco accettò di partecipare al Festival con “Ciao amore ciao”, in coppia con Dalida, vedette internazionale di origine italiana. Il brano raccontava una storia semplice e durissima: un contadino lascia la campagna, e con essa l’amore, per inseguire in città un futuro che promette opportunità ma spesso consegna solitudine e disillusione. Non era solo una canzone: era un pezzo di Italia che cambiava pelle, un racconto di migrazione interna e di identità sradicata, messo in musica con un taglio emotivo che non cercava di piacere a tutti.
Quella sera, però, “Ciao amore ciao” venne eliminata. E qui la cronaca diventa tragedia. Nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967, Luigi Tenco fu trovato morto nella sua stanza all’Hotel Savoy di Sanremo. La ricostruzione ufficiale parlò di suicidio, ma la vicenda – già allora gestita in modo sbrigativo – ha alimentato negli anni dubbi, ipotesi alternative e richieste di chiarimento su alcuni passaggi mai del tutto limpidi.
La diciassettesima edizione del Festival rimase inevitabilmente segnata da quella morte. E ciò che ancora oggi colpisce, oltre al dolore, è il contesto: la scelta di andare avanti comunque, di proteggere lo spettacolo, di ridurre il dramma a un passaggio rapido. Anche perché, in quell’Italia, pronunciare la parola “suicidio” in tv era, di fatto, un tabù. La tragedia restò lì, in controluce, come una verità scomoda da non guardare troppo a lungo.
Luigi Tenco è rimasto “controverso” non solo per le ombre legate alla sua morte, ma per una ragione più profonda: era un artista che non accettava di addomesticare il proprio talento. Scriveva d’amore senza lustrini, raccontava la delusione senza vergogna, metteva in musica la quotidianità senza travestirla da favola. E questa, spesso, è la forma più autentica di coraggio: dire le cose come sono, anche se il pubblico vorrebbe sentirsi dire altro.
Le sue canzoni, oggi, non chiedono commemorazioni di rito. Chiedono ascolto. Perché “Mi sono innamorato di te” non è solo una dichiarazione: è una confessione umana. “Lontano lontano” non è solo una fuga romantica: è il sogno di sottrarsi al rumore del mondo. “Ciao amore ciao” non è solo un addio: è una fotografia sociale, un dolore collettivo trasformato in poesia. E forse è qui la lezione che resta, a distanza di 59 anni: alcune voci non smettono quando si spengono. Continuano. Perché hanno detto qualcosa che non abbiamo ancora finito di capire.