“Ma dimme te” di Paola Turci: te la ricordi questa?

Ma dimme te Paola Turci

Viaggio quotidiano nella colonna sonora della nostra memoria, tra melodie sospese nel tempo pronte a farci emozionare ancora. Oggi parliamo di “Ma dimme te” di Paola Turci

La musica è la nostra macchina del tempo: basta una nota, un ritornello, ed eccoci di nuovo lì, in una stagione vicina o lontana, in un’auto con i finestrini abbassati o nella cameretta della nostra infanzia. “Te la ricordi questa?” è il nostro appuntamento quotidiano per riavvolgere il nastro delle emozioni, proprio come si faceva una volta con una semplice penna e una musicassetta. Oggi l’orologio del tempo ci riporta al 2017 con “Ma dimme te” di Paola Turci.

Ogni giorno, alle 13:00, vi accompagneremo in un viaggio musicale alla riscoperta di queste gemme nascoste: canzoni che hanno detto tanto e che hanno ancora tanto da dire, pronte a sbloccare ricordi, evocare immagini, restituirci pezzi di passato con la potenza che solo la musica sa avere. Brani che forse oggi non passano più in radio, pezzi di artisti affermati lasciati in un angolo, o successi di nomi che il tempo ha sbiadito ma che, appena tornano nelle nostre orecchie, sanno ancora farci vibrare. Perché la musica non invecchia, si nasconde soltanto tra le pieghe del tempo, aspettando il momento giusto per colpire nel segno e farci esclamare sorpresi un: “Te la ricordi questa?”.

Ti sblocco un ricordo: “Ma dimme te” di Paola Turci

“Ma dimme te” è una delle chiusure più forti, teatrali e identitarie della discografia di Paola Turci. Ultima traccia dell’album “Il secondo cuore” del 2017″, la canzone sceglie il romanesco come lingua emotiva e politica, trasformando un confronto sentimentale in un atto di accusa diretto, ironico e amarissimo. Il cameo finale di Marco Giallini non è un orpello, ma la naturale estensione narrativa di un brano che vive di dialogo, scontro e disincanto.

La scelta del dialetto non è folkloristica, ma funzionale. Il romanesco qui è ruvido, immediato, incapace di mediazioni. Ogni verso suona come una stilettata: non c’è spazio per l’ambiguità, né per il romanticismo consolatorio. Turci usa la lingua per spogliarsi e spogliare l’altro, smascherando posture, bugie, ruoli già visti.

La parte recitata finale non spezza il brano: lo completa. Il botta e risposta teatrale svela l’illusione reciproca, l’autoinganno condiviso, la fregatura che entrambi si stanno concedendo. Il fiore in mano e lo sguardo diffidente raccontano l’eterna frattura tra desiderio e realtà.

Paola Turci firma con “Ma dimme te” uno dei suoi ritratti più crudi e veri: una canzone che parla di amore quando l’amore è già diventato disincanto, ma non ha ancora smesso di fare male. Un finale coerente, coraggioso, necessario.

Il testo di “Ma dimme te” di Paola Turci

Famme capì
Co’ ‘sta faccia sfacciatc’hai quarcosa da dì
Famme vedè
Se c’hai l’occhi sinceri
O se so’ solo neri
Come corvi che t’aspettano
Pe’ rubasse tutto l’oro
E tenessero pe’ loro
E tenessero
Famme morì
Tanto a te t’ho capito
Non te cambia er vestito
Sei come l’altri
Famme impazzì
Mente mangi il gelato
Io me scordo er passaro
E me scioglie er sorriso

Ma dimme te
Come faccio ancora a credere
Alla voce tua de vento
Su ‘sto core che è ‘na foglia
E tu je dai er tormento
Che sto ancora qui a comanttere
Pe’ ‘na guerra de’ poracci
Che s’ammazzano de baci
E finiscono pe’ stracci

Famme er favore
Tanto a me non me incanti
Coi diamanti tra i denti
Che te brillano
So’ tutte le amanti
Che te sei divorato
Come un lupo affamato
Bello come uno zingaro
Già lo so me dai la sòla
E me lascerai da sola
Si tu me lascerai

Ma dimme te
Come faccio ancora a credere
Alla voce tua de vento
Su ‘sto core che è ‘na foglia
E tu he dai er tomento
E allora dimme te
Che sto ancora qui a combattere
Pe’ ‘na guerra de’ poracci
Che s’ammazzano pe’ stracci

A bella nun te fà tutto sto’ film
Io c’ho in mano un fiore e tu me guardi così
Me graffi come ‘na gattaccia incattivita
Mente io sto qui a datte ‘n’antra fregatura
Vojo avecce in testa un pensiero solo
Che non è un letto, no, ma un amore
Un amore vero

E allora dimme te
Che sto ancora qui a combattere
Pe’ ‘na guerra de poveracci
Che s’ammazzano de baci
E finiscono pe’ stracci

Scritto da Nico Donvito
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