“Magazzino 18” di Simone Cristicchi: te la ricordi questa?

Magazzino 18 Simone Cristicchi

Viaggio quotidiano nella colonna sonora della nostra memoria, tra melodie sospese nel tempo pronte a farci emozionare ancora. Oggi parliamo di “Magazzino 18” di Simone Cristicchi

La musica è la nostra macchina del tempo: basta una nota, un ritornello, ed eccoci di nuovo lì, in una stagione vicina o lontana, in un’auto con i finestrini abbassati o nella cameretta della nostra infanzia. “Te la ricordi questa?” è il nostro appuntamento quotidiano per riavvolgere il nastro delle emozioni, proprio come si faceva una volta con una semplice penna e una musicassetta. Oggi l’orologio del tempo ci riporta al 2013 con “Magazzino 18” di Simone Cristicchi.

Ogni giorno, alle 13:00, vi accompagneremo in un viaggio musicale alla riscoperta di queste gemme nascoste: canzoni che hanno detto tanto e che hanno ancora tanto da dire, pronte a sbloccare ricordi, evocare immagini, restituirci pezzi di passato con la potenza che solo la musica sa avere. Brani che forse oggi non passano più in radio, pezzi di artisti affermati lasciati in un angolo, o successi di nomi che il tempo ha sbiadito ma che, appena tornano nelle nostre orecchie, sanno ancora farci vibrare. Perché la musica non invecchia, si nasconde soltanto tra le pieghe del tempo, aspettando il momento giusto per colpire nel segno e farci esclamare sorpresi un: “Te la ricordi questa?”.

Ti sblocco un ricordo: “Magazzino 18” di Simone Cristicchi

Inserito nel disco “Album di famiglia”, “Magazzino 18” rappresenta uno dei vertici più alti del percorso artistico e civile di Simone Cristicchi. Non è soltanto una canzone, ma un atto di testimonianza che nasce dall’omonimo musical civile dedicato all’esodo giuliano-dalmata e alla tragedia delle foibe. Un’opera che restituisce voce, dignità e memoria a una pagina di storia italiana a lungo rimossa.

Il brano adotta uno sguardo narrativo intimo, quasi familiare. Non ci sono proclami politici né ricostruzioni didascaliche: la Storia entra attraverso le vite delle persone comuni, costrette ad abbandonare la propria terra con pochi oggetti, trasformati in reliquie di un’identità spezzata. La partenza “in un giorno di pioggia” diventa subito metafora di uno sradicamento definitivo, aggravato dal paradosso di essere cacciati via da una terra che “un tempo si chiamava Italia”.

Simone Cristicchi lavora per immagini semplici e potentissime. Le “vite imballate alla meglio”, le “scarpe strette” come futuro imposto, il freddo dell’inverno del ’47 sono dettagli concreti che rendono l’esodo una ferita fisica prima ancora che storica. La nave bianca, simbolo ambiguo di salvezza e perdita, concentra in sé speranza e paura, soprattutto negli occhi dei bambini, che vivono il trauma senza comprenderlo fino in fondo.

Uno dei passaggi più toccanti è il ritratto del padre. Figura gigantesca e tenera, progressivamente consumata dalla malinconia, incapace di sopravvivere allo sradicamento. Qui il brano compie uno scarto emotivo decisivo: il dolore collettivo si fa privato, la tragedia storica diventa lutto familiare. “Morire di malinconia” non è una metafora poetica, ma una realtà psicologica devastante, conseguenza diretta della perdita delle radici.

Il “Magazzino 18“, luogo reale e simbolico, diventa una sorta di cimitero della memoria. Gli oggetti abbandonati non sono cose inanimate, ma testimoni muti di esistenze cancellate, di identità sospese. Cercare il padre tra quelle masserizie significa cercare se stessi, ricostruire un’appartenenza negata. L’accusa più dura arriva nel racconto dell’arrivo in Italia: non l’accoglienza, ma l’etichetta infamante di “fascisti”. Essere italiani e, allo stesso tempo, stranieri nella propria patria.

Il tema della memoria attraversa tutto il brano. Gli esuli vengono definiti “italiani dimenticati”, come una pagina strappata dal libro della storia. Ed è proprio contro questo strappo che “Magazzino 18” si schiera. La canzone non chiede vendetta né risarcimenti, ma riconoscimento. Ricordare diventa un dovere morale, un atto di giustizia verso chi non ha potuto raccontare.

Un’opera che dimostra come la musica possa farsi strumento di coscienza civile, capace di colmare vuoti storici e restituire umanità ai numeri, ai nomi dimenticati, alle storie taciute. Un brano che non si limita a raccontare il passato, ma interroga il presente, ricordandoci che dimenticare è sempre una scelta.

Il testo di “Magazzino 18” di Simone Cristicchi

Siamo partiti in un giorno di pioggia
cacciati via dalla nostra terra
che un tempo si chiamava Italia
e uscì sconfitta dalla guerra

Hanno scambiato le nostre radici
con un futuro di scarpe strette
e mi ricordo faceva freddo
l’inverno del ’47

E per le strade un canto di morte
come di mille martelli impazziti
le nostre vite imballate alla meglio
i nostri cuori ammutoliti

Siamo saliti sulla nave bianca
come l’inizio di un’avventura
con una goccia di speranza
dicevi “non aver paura”

E mi ricordo di un uomo gigante
della sua immensa tenerezza
capace di sbriciolare montagne
a lui bastava una carezza

Ma la sua forza, la forza di un padre
giorno per giorno si consumava
fermo davanti alla finestra
fissava un punto nel vuoto diceva

Ahhah
come si fa
a morire di malinconia
per una terra che non è più mia

Ahhah
che male fa
aver lasciato il mio cuore
dall’altra parte del mare

Sono venuto a cercare mio padre
in una specie di cimitero
tra masserizie abbandonate
e mille facce in bianco e nero

Tracce di gente spazzata via
da un uragano del destino
quel che rimane di un esodo
ora riposa in questo magazzino

E siamo scesi dalla nave bianca
i bambini, le donne e gli anziani
ci chiamavano fascisti
eravamo solo italiani

Italiani dimenticati
in qualche angolo della memoria
come una pagina strappata
dal grande libro della storia

Ahhah
come si fa
a morire di malinconia
per una vita che non è più mia

Ahhah
che male fa
se ancora cerco il mio cuore
dall’altra parte del mare

Quando domani in viaggio
arriverai sul mio paese
carezzami ti prego il campanile
la chiesa, la mia casetta

Fermati un momentino, soltanto un momento
sopra le tombe del vecchio cimitero
e digli ai morti, digli ti prego
che non dimentighemo

Scritto da Nico Donvito
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