Malamore: “Siamo dei romantici nostalgici e conservatori di ricordi” – INTERVISTA

Malamore

A tu per tu con i Malamore per parlare dell’album “Le vite degli altri”, che segna un’evoluzione nel loro percorso. La nostra intervista alla band pugliese

A distanza di quattro anni dal debutto discografico, i Malamore tornano con un nuovo capitolo destinato a segnare una svolta nel loro percorso. La band pugliese formata da Osvaldo Greco, Matteo Spano e Giacomo Spedicato, presenta “Le vite degli altri”, secondo album in studio in uscita il 27 marzo 2026, un lavoro che mette a fuoco una direzione più diretta e istintiva, senza rinunciare alla profondità della scrittura.

Anticipato dai singoli “Rivoluzione Punk” e “Un fratello”, il disco spinge il suono verso territori più ruvidi e compatti, dove le chitarre tornano centrali e l’impatto emotivo si fa immediato. Al centro resta però l’identità cantautorale della band, capace di intrecciare energia e racconto, vissuto personale e sguardo collettivo.

“Le vite degli altri” è un progetto che nasce dall’urgenza di esprimersi senza filtri, osservando da vicino relazioni, fragilità e contraddizioni del presente. Un disco che non cerca scorciatoie e che, attraverso storie apparentemente altrui, finisce per raccontare in modo diretto e sincero chi sono oggi i Malamore. Li abbiamo incontrati per farci raccontare questo nuovo lavoro e il percorso che li ha portati fin qui.

I Malamore presentano il nuovo album “Le vite degli altri”, l’intervista

“Le vite degli altri” segna un’evoluzione nel vostro percorso. Quando e come avete capito che era arrivato il momento di cambiare?

«Non è stato affatto semplice, perché venivamo da un album molto introspettivo sia a livello di scrittura che di produzione e quello che non volevamo era ritornare a scrivere seguendo quello stile. Ci piace rinnovare, ma anche considerato questo contesto storico, volevamo portare al pubblico la nostra “rivoluzione”. Il cambiamento è arrivato di getto, come uno schiaffo in faccia per farci svegliare da una condizione di stasi che non ci giovava affatto sulla nostre vite. Così l’abbiamo scritto, in modo diretto e impulsivo, ma al tempo stesso per non cadere nella banalità ci siamo presi tutto il tempo necessario per poterlo confezionare». 

Il titolo è molto evocativo: raccontate “le vite degli altri” per parlare di voi stessi. Ed è altamente probabile che in molti si riconosceranno in queste storie. Credete quindi nel potere dell’immedesimazione in musica? 

«Assolutamente si, e crediamo che quando una canzone o la musica in generale riesca a far accadere questo, stia facendo l’effetto giusto sulle persone». 

Rispetto ai precedenti lavori, qui il suono è più diretto, più ruvido. Che tipo di lavoro c’è stato dietro la ricerca musicale in studio?

«C’è stato un ritorno alle nostre origini. Gli ascolti avuti durante il periodo dell’adolescenza, che in qualche modo hanno segnato il nostro carattere musicale, non solo per un effetto nostalgia, ma anche per cercare di rievocare quei suoni analogici e puri che al giorno d’oggi, per questioni di “comodità” è facile poter dimenticare». 

“Rivoluzione Punk” sembra quasi un manifesto. Cosa significa oggi, per voi, essere “punk” in termini di attitudine? 

«Essere liberi di potersi esprimere».

“Caos” parla di passato e nostalgia, che rapporto avete con i ricordi e con il tempo che passa? 

«Siamo dei romantici nostalgici e conservatori di ricordi. Non potremmo vivere senza ricordi e non dimenticare quello che di straordinario, in tutti i sensi, è accaduto nelle nostre vite fino ad oggi». 

Si parla spesso di omologazione musicale: vi sentite parte di una scena o preferite restarne ai margini? 

«Ci piace sentirci parte della scena musicale italiana, cercando in qualche modo di essere autentici». 

Per concludere, quali elementi e quali caratteristiche vi rendono orgogliosi del vostro percorso fin qui e di questo nuovo album “Le vite degli altri”? 

«Come abbiamo sempre detto, la nostra è una famiglia e se ad oggi questa famiglia è ancora qui, con nuove persone intorno che lavorano insieme, con rispetto e umiltà per questo lavoro, non possiamo che essere orgogliosi».

Scritto da Nico Donvito
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