Mannarino: “La vita e la morte sono una danza” – INTERVISTA
A tu per tu con Mannarino in occasione dell’uscita del suo nuovo disco, intitolato “Primo amore”. La nostra intervista al popolare cantautore romano
A cinque anni dall’ultimo lavoro, Mannarino torna con “Primo amore”, un disco che segna un nuovo capitolo del suo percorso artistico e umano. Un progetto che si muove tra introspezione e visione, capace di fondere cantautorato popolare e ricerca esistenziale, confermando la sua voce tra le più riconoscibili e fuori dagli schemi del panorama italiano.
“Primo amore” è un viaggio emotivo e circolare, sospeso tra opposti che convivono e si alimentano a vicenda: vita e morte, luce e oscurità, istinto e coscienza. Un lavoro che nasce da una profonda necessità di interrogarsi, più che di rispondere, e che prende forma attraverso una scrittura essenziale, fatta di immagini, simboli e tensioni interiori. Al centro, un uomo che si mette in discussione, attraversa il dubbio e accetta la complessità, cercando una verità che non sia definitiva ma vissuta.
Ne abbiamo parlato con Mannarino, che ci ha raccontato la genesi del disco, il percorso personale che lo ha attraversato e il significato di questo nuovo inizio, tra smarrimento, consapevolezza e libertà.
Mannarino racconta il suo nuovo album “Primo amore”, l’intervista
“Primo amore” è il titolo del tuo nuovo album, che arriva a cinque anni dal precedente. E come prima domanda partirei da una panoramica generale chiedendoti come si è sviluppato il processo creativo di questo progetto lungo questo lustro?
«Sì, venivo da un album che è stato “V”, uscito in piena pandemia, ed era un disco che raccontava lotte di popoli, c’era l’Amazzonia, c’era l’Africa, un viaggio e una riflessione anche sui popoli indigeni, perché ero entrato a contatto con realtà di resistenza. Poi mi sono chiesto quale fosse il proseguimento di questo percorso, anche a livello umano. Ho cominciato a interrogarmi e da sola è venuta questa ricerca più esistenzialista, più intima rispetto a prima, più interna. È partito tutto da un viaggio da solo, con dei terremoti interiori e delle domande sulla vita in generale: dove andiamo, cosa facciamo qui, cosa significa essere umani. E poi anche sulla mia vita personale: ho messo la lente su di me, mi sono affrontato come essere umano e la risposta l’ho cercata nella musica».
Sui social hai scritto: “Sono stato lontano, mi sono dovuto perdere per arrivare qui. Ti porto tutto l’amore che ho trovato dall’altra parte del cielo, e che era sempre stato dentro di me”. Ecco, in questo viaggio, pensi di esserti fatto più domande o pensi di aver trovato più risposte?
«Non c’è una risposta. Però toccare il mistero e sentirti parte del mistero ti fa stare più tranquillo. Non è una risposta definitiva, ma è un abbraccio. Nel disco c’è sempre questa lotta tra bene e male, buio e luce, vita e morte, e io sto in mezzo senza prendere posizione, perché non credo ci sia un’antitesi. La vita e la morte sono una danza. La morte non è il contrario della vita, è lo spazio che permette alla vita di esistere. Anche il bene e il male convivono. Già liberarsi dall’idea di dover avere una risposta è un passo avanti».
Il titolo “Primo amore” porta con sé un’ambiguità poetica e potente, perché da una parte richiama l’origine, ma dall’altra anche qualcosa che inevitabilmente si è perso. Lo consideri un disco più legato alla memoria o alla consapevolezza del presente?
«È la responsabilità di affrontare la vita e se stessi senza appigli strutturali, religiosi o filosofici che ti ingabbiano. Sono sistemi che servono, anche socialmente, perché danno dei binari e tengono a bada il “mostro” che abbiamo dentro. Però io mi sono chiesto altro: mi sono perso, sono andato lontano, anche cancellando il linguaggio e la memoria. In un certo senso ho cercato di uscire da queste strutture per trovare qualcosa di più interno, più libero».
Passando a “Maradona”, quali riflessioni hanno ispirato questo brano tra realtà e mito?
«Maradona è Dio del calcio. Il calcio è lo sport del sogno, del popolo, dove può succedere di tutto. Basta un pallone per giocare. Maradona è un simbolo, ma è anche uomo. È cielo e terra insieme. Nell’album c’è sempre questo asse: sotto ci sono il tribunale, l’ospedale, il carcere, e sopra c’è il cielo. Maradona sta lì in mezzo, è Dio ma è anche umano. È l’uomo che mette Dio nel cielo. E dentro questa immagine c’è anche il tema della libertà, dei sistemi che costruiamo e che ci definiscono».
Per concludere, una riflessione sul valore delle parole: questa tua scrittura essenziale ha anche un valore etico oltre che estetico?
«Il valore estetico nasce dal suono: le parole devono suonare. Poi nel significato c’è anche un valore etico, perché tutto quello che metto dentro ha per me un senso profondo. Io lancio questo disco nell’aria, che è qualcosa di effimero. Magari prima arriva l’estetica, poi col tempo arriva anche il significato. I testi sembrano semplici, ma dentro nascondono tanti livelli».