Marcella Bella: “La musica è arte, anche quella cosiddetta leggera” – INTERVISTA

A tu per tu con l’interprete siciliana, negli store con il cofanetto celebrativo “50 Anni di Bella Musica

Cosa accomuna Marcella Bella, Raffaella Carrà e Paul McCartney al sottoscritto? La data di nascita, quella di oggi, per cui quale miglior occasione per incontrare nuovamente una delle interpreti più importanti della musica leggera italiana? A un anno e mezzo di distanza dalla precedente intervista realizzata in occasione del lancio di “Metà amore metà dolore”, ritroviamo Marcella Bella per parlare della nuova raccolta “50 Anni di Musica Bella”, contenente i suoi maggiori grandi successi più l’inedito Ti mangerei. Da “Montagne verdi” a “Io domani”, passando per “Nessuno mai”, “L’ultima poesia”, “Nell’aria” e “Senza un briciolo di testa”, queste sono soltanto alcune delle hit racchiuse all’interno di questo nuovo progetto, rilette dal vivo con l’ausilio di una grande orchestra. Un doppio cd contenente ventidue canzoni,  più un libro ricco di retroscena inediti, raccontati dalla stessa artista siciliana. Reduce dall’esperienza in veste di coach nella trasmissione Ora o mai più, la ritroviamo in questa piacevole chiacchierata tra passato, presente e futuro.

Ciao Marcella, bentrovata e, come cantavi a Sanremo nell’87, “Tanti auguri“! Nel giorno del tuo compleanno non posso che cominciare chiedendoti: qual è il tuo personale bilancio di tutti questi anni di vita e di musica?

«Premetto che non mi piacciono i bilanci (sorride, ndr), perché non amo guardare al passato, ripensare alle cose fatte bene o a quelle sbagliate, tanto a che serve? Non cambia niente, in più siamo tutti sulla stessa barca perché viviamo costantemente situazioni di alti e bassi. Nella mia vita ho avuto tante esperienze, ho alle spalle una carriera lunghissima e non avrei mai immaginato di arrivare a festeggiare questo cinquantennale, anche perché il direttore artistico della CGD al mio primo contratto mi disse: “facciamo due successi e poi arrivederci”, ma forse era soltanto una persona parecchio scaramantica (ride, ndr). Da lì ho intrapreso il mio bel percorso che mi ha portata fin qui».

50 Anni di Bella Musica” è il titolo del tuo nuovo cofanetto che racchiude un doppio cd live più un libro. Con un repertorio così vasto e tante cose da raccontare, qual è stato il criterio di selezione sia delle tracce che degli aneddoti?

«Per quanto riguarda le canzoni ho scelto semplicemente le più famose, diciamo le hit, quelle più importanti, le mie preferite e quelle amate dal mio pubblico, ovvero i ragazzi del mio fanclub che sono molto carini e mi supportano da tantissimi anni. Ho fatto un bel mix di pezzi, d’altra parte non potevo farli mica tutti, ho inciso ben quarantanove album, puoi immaginare, non sarei riuscita neanche a cantarne nemmeno la metà, per cui ho fatto una cernita e scelto ventidue brani.

In autunno riprenderò con gli spettacoli dal vivo, ci saranno come anteprime altre due serate evento per certi versi simili allo spettacolo del Brancaccio, con la grande orchestra e tanti ospiti: il primo show sarà a Milano, la mia città adottiva, mentre il secondo a Palermo, chiudendo il cerchio dalla mia amata Sicilia. Per quanto riguarda gli aneddoti, invece, ho cercato di trovarne uno originale per ogni canzone, completamente inedito perché non l’avevo mai raccontato».

© foto di Danilo D’Auria

Nel corso della tua fortunata carriera in diverse occasioni ti sei assentata per dedicarti alla tua famiglia, non ti sei mai sottratta e hai preso scelte per certi versi coraggiose. Come sei riuscita a coniugare il pubblico e il privato?

«E’ impossibile cantare per cinquant’anni di continuo (ride, ndr), sarei proprio un fenomeno. Nel percorso di qualsiasi artista ci sono momenti di silenzio, è giusto così, ognuno di noi ha la propria vita, io mi sono assentata per la famiglia, mi sono dedicata ai miei bambini, in particolare la seconda e il terzo che sono nati a undici mesi di distanza l’una dall’altro, oppure quando mi sono innamorata e poi sposata.

Riconosco di non aver mai calcolato nulla, proprio perché non ho mai rimandato le mie scelte personali, non ho mai sacrificato gli affetti per il lavoro, non sono stata attenta a guardare solo e unicamente alla mia professione dando un calcio alla mia vita privata. Ho cercato di dedicarmi sia alla musica, che rimane la mia più grande passione, che a tutto il resto. Se oggi ho un matrimonio che dura da quarant’anni, dei figli meravigliosi e una bella famiglia è perché mi sono dedicata a loro».

Ad ogni tuo ritorno, però, immagino avrai trovato il mercato discografico un tantino cambiato, soprattutto negli ultimi anni. Cosa manca in quest’epoca rispetto ai tuoi esordi?

«Beh, non è che sia stata lontana dalle scene per secoli (ride, ndr). Certamente mi dispiace che la musica italiana non si venda più come una volta: negli anni ’70, ’80 e ’90 i numeri erano impressionanti rispetto a quelli di oggi. Dopodichè sono subentrati il web e un modo diverso di concepire questo settore, da ascoltare le canzoni si è passati a scaricarle, di conseguenza i dischi vengono acquistati sempre meno. E’ davvero un peccato che non ci siano più le vecchie grandi case discografiche, che ho vissuto e amato tantissimo, al loro interno si respirava un atmosfera familiare, ogni artista aveva la possibilità di crescere e di costruire qualcosa di importante, si seguiva una linea. Adesso c’è un usa e getta dei talent show, i ragazzi vengono seguiti per due o tre mesi e poi “avanti il prossimo”, questo non è bello per i giovani».

Sei reduce da due stagioni di “Ora o mai più”, hai notato particolari differenze tra le due edizioni?

«La prima stagione è stata bellissima, perché era tutto ancora molto schietto e sincero, da parte sia dei giudici che degli artisti in gara, si sono approcciati in modo più carino con noi che siamo stati i loro tutor, abbiamo cantato con loro cercando di fare il possibile per dargli il nostro personale contributo. Nella seconda edizione ci scontravamo con “C’è posta per te” di Maria De Filippi, un colosso dell’auditel, quindi è nata l’esigenza di creare delle situazioni un pochino più accattivanti e che hanno funzionato, perché strada facendo abbiamo guadagnato diversi punti a livello di audience. Quest’anno il programma mi ha impegnato un pochino di più perché ci siamo parecchio scontrati tra noi coach, mentre la volta passata l’abbiamo vissuta più alla leggera, era tutto molto più soft. E’ comunque un’esperienza che mi piacerebbe rifare».

In un’intervista che si rispetti sulla tua carriera non si può non citare Sanremo, hai partecipato in gara otto volte, non hai mai vinto ma hai portato sempre dei gran bei pezzi. Cosa rappresenta per te il Festival e come vedi l’ipotesi un po’ futuristica di una conduzione artistica affidata a Mina?

«Sanremo per me è un insieme di gioie e dolori, come si dice? Croce e delizia (ride, ndr). Guarda, questa ipotetica candidatura di Mina mi lascia un po’ perplessa, mi domando quale apporto possa dare un’artista che è fuori dal giro e non si fa vedere da quarant’anni. Forse lavorerà dietro le quinte con la maschera? Non lo so, mi sembra una cosa un po’ strana, probabilmente il suo contributo lo darà continuando a non farsi vedere oppure attraverso altre persone. Però non è una scelta ancora definitiva, io tifo per Amadeus, una persona bella e sincera, mi ricorda sotto certi aspetti Fabrizio Frizzi, è un grande professionista, si intende tantissimo di musica, ha iniziato la sua carriera come deejay radiofonico, personalmente mi auguro che ci sia lui, se lo merita».

Altra storica kermesse a cui hai partecipato per ben quattordici volte è il Festivalbar, che hai vinto nel 73’ con “Io domani”, a pari merito con Mia Martini. Si sente la mancanza di una rassegna estiva di questo genere?

«Ma certo! Anche “Un disco per l’estate” era un format bellissimo, perché dava la possibilità di presentare le canzoni che poi si sarebbero sentite l’indomani sulle spiagge. Adesso non c’è più niente, ci sono questi summer non so che cosa: delle passerelle inutili di canzoni e cantanti che passano e spassano. Il Festivalbar era una trasmissione fantastica, purtroppo non ci sono più grandi personaggi come Gianni Ravera e Vittorio Salvetti, loro volevano davvero bene alla canzone italiana e la mettevano in risalto con manifestazioni incredibili, d’inverno c’era Sanremo, più tante kermesse estive nelle varie piazze. Ho appena inciso anche io una canzone nuova, si chiama “Ti mangerei”, ma sai che non so dove andare a cantarla? Mi chiedo davvero come posso fare per promuoverla, perché è la solista storia, le radio passano quello che vogliono, hanno un criterio tutto loro, non so».

Da questo punto di vista hai proprio ragione, ma credi che il web possa rappresentare uno spiraglio e, oggi come oggi, una vetrina? 

«Forse i social sono rimasti ancora l’unico canale libero, personalmente su Facebook e Instagram interagisco con il mio pubblico, fortunatamente sono libera di mettere quello che voglio. Infatti, mi hai dato un’idea, posterò la mia nuova canzone e la farò sentire a chi mi segue perché è una vetrina anche quella. Nelle prossime settimane uscirà anche il videoclip che trovo bellissimo, perché ci sarà da mangiare veramente, cucina e amore (sorride, ndr)».

Come se la stanno passando l’arte, la cultura e la musica in Italia?

«Credo ci sia sempre posto per chi vuole fare o interagire con l’arte, qualsiasi cosa è cultura, anche guardare un tramonto e restarne affascinati. Ho scoperto con il tempo che per apprezzare le cose devi amarle e non necessariamente capirle, non sempre quando giro per i musei riesco davvero a comprendere subito le opere, soprattutto quelle di arte moderna, perché ci vuole una particolare preparazione, bisogna aver studiato l’artista. A me piace accostarmi all’arte da profana, sentire quello che mi trasmette, lo trovo bellissimo perché a mia volta con le canzoni cerco di fare la stessa cosa, lasciando libera interpretazione al pubblico. La musica fa parte del mondo dell’arte, anche quella cosiddetta leggera!».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica in questi anni di attività?

«Ho imparato che bisogna sempre essere umili, anche quando sei all’apice della tua carriera, in ogni vittoria non bisogna dimenticare mai che la sconfitta è dietro l’angolo, soprattutto nel nostro mestiere passare dalle stelle alle stalle è un attimo. Per quanto mi riguarda ho sempre avuto i piedi ben saldi per terra, non mi esalto mai troppo perché per un successo ci possono essere molteplici insuccessi, questo modo di pensare mi ha sempre aiutata a viverla serenamente. La vita non è fatta per le persone arroganti, quelli che credono di essere chissà chi. A trasmettermi questa lezione è stato mio fratello Gianni, che non smetterò mai di ringraziare per questo prezioso insegnamento, ancor più che per le canzoni meravigliose che negli anni mi ha regalato».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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