Marco Ferradini: “Usiamo troppe parole che alla fine perdono valore” – INTERVISTA

A tu per tu con il cantautore lombardo, in uscita con il singolo “Le parole” in duetto con sua figlia Charlotte

Restituire valore agli sguardi e ai gesti silenziosi che, spesso, raccontano molto più di quanto possiamo immaginare. Questo il senso profondo del messaggio scelto da Marco Ferradini per il suo ritorno discografico, contenuto all’interno del singolo “Le parole”, in radio a partire dal 7 giugno. Un brano coinvolgente e fortemente evocativo, realizzato in duetto con sua figlia Charlotte (qui la nostra recente intervista), abile nell’aggiungere ulteriore gentilezza alla resa finale, per un’interpretazione a due voci sentita e istintivamente recitata. Il brano anticipa il nuovo disco del cantautore lombardo, la cui uscita è prevista per il prossimo autunno per Cello Label.

Ciao Marco, partiamo dal tuo nuovo singolo “Le parole”, cosa racconta?

«Della incapacità delle parole di tradurre, comunicare i sentimenti. Uno sguardo, un sospiro con tutta la loro carica di incognite inespresse dicono molto più di tante parole che spesso gonfiamo a dismisura fino a farle scoppiare, cadere nel ridicolo».

In una società così frenetica e virtuale che dà poco valore a ciò che dice, quanto è importante tornare a dare peso alle parole?

«Appunto quello che intendo dire. Usiamo troppe parole che alla fine perdono valore. Senti una canzone rap e vieni sommerso da una tempesta di terminologie e concetti, ma alla fine non ti resta dentro niente».

Per rafforzare il senso di questo messaggio e renderlo plurigenerazionale, hai coinvolto tua figlia Charlotte. Quale apporto è riuscita a donare al pezzo?

«I figli so piez e core, non so se si scrive così ma il significato è quello. Il piacere di cantare con tua figlia è inspiegabile a parole (come dicevamo sopra). A metà brano entra la sua voce calda e rotonda che aggiunge colore e poi da lì le armonie dialogano rincorrendosi fino alla fine». 

A proposito del videoclip, la scelta di realizzarlo in uno studio di registrazione è sintomatico della volontà di concentrarti più sulla comunicazione piuttosto che sulle immagini?

«Avevamo appena finito di registrare ed eravamo molto soddisfatti e rapiti dall’interpretazione. Il video non ha fatto altro che cogliere questi momenti di verità».

Facciamo un salto indietro nel tempo e ripercorriamo alcune delle tappe più importanti della tua carriera. Partiamo dagli esordi, quando incidevi jingle pubblicitari e sigle di cartoni animati, cosa ricordi di quel periodo e quanto ha contato per te la gavetta?

«La parola gavetta viene sempre intesa come un periodo faticoso, di lavoro nell’ombra, poco gratificante. Niente di più sbagliato. Non dimentichiamoci che quando fai musica sei la persona più felice del mondo. Stai facendo quello che ti piace e non tutti hanno questa fortuna. Ho fatto per anni il vocalist, cantato per tanti artisti, jingle pubblicitari, cartoni animati, acquisito tanta esperienza che mi è servita e mi serve ancora. Mi sono divertito perché non dobbiamo mai dimenticare che se ti diverti riesci a fare meglio le cose e a comunicare meglio gli stati d’animo. E spero, sempre con la dovuta umiltà, che il mio contributo sia servito a rendere migliore la musica italiana in  quegli anni».

Insomma, ti sei fatto trovare pronto per il grande successo di “Teorema”, canzone che è entrata di diritto nel firmamento della musica leggera italiana. Una volta composto il pezzo con Herbet Pagani, eravate consapevoli della potenza universale di ciò che avevate tra le mani?

«Sì, tornavamo a casa dopo un fine settimana in montagna passato a comporre il Q Disc “Schiavo senza catene” che conteneva quattro brani: “Questa sera”, “Schiavo senza catene”, “Week end” e “Teorema”. Ascoltavamo le registrazioni effettuate con un walkman e quando arrivò “Teorema” ci rendemmo conto di avere in mano una bomba. Eravamo veramente al settimo cielo, come racconto nel brano “Stelle negli oroscopi” uscito con “La mia Generazione”, doppio cd dedicato ad Herbert Pagani. Poi le vendite del Q Disc ci diedero ragione. Colgo l’occasione per ringraziare e ricordare un grande artista ingiustamente dimenticato».

Nel corso della tua quarantennale carriera hai partecipato due volte a Sanremo, nel ‘78 con “Quando Teresa verrà” e nell’83 con “Una catastrofe bionda”. Quanto è cambiato negli anni, secondo te, il Festival? Ti piacerebbe tornarci?

«Non amo i concorsi canori, per le gare ci sono le corse dei cavalli, c’è lo sport, ma quando canti devi esprimere sentimenti non esibizioni muscolari. Del resto Sanremo è l’unico spazio rimasto alla musica per farsi conoscere. A Sanremo si deve andare per proporre il proprio mondo, non come si faceva una volta con la canzone “sanremese” fatta per stupire ma quasi sempre poco rispettosa dell’artista. 

Bisogna dire che Sanremo può lanciarti come nessun’altra apparizione. Se è cambiato l’ha fatto come tutto il panorama della musica in Italia. Forse non ha più la magia e la democraticità degli anni passati, nel senso che una volta anche la piccola casa discografica poteva arrivare a proporre il proprio artista, adesso se non fai parte di qualche grossa e grassa agenzia o etichetta multinazionale è dura arrivarci. Ritornando alla domanda… ci tornerei? Ma certo a fare “Ferradini” però!».

Arrivando al presente, come valuti l’andamento dell’attuale settore discografico?

«Quale settore?».

Riformulo, come se la sta passando oggi la canzone d’autore?

«Una volta c’erano tanti cantautori perché c’erano tante case discografiche e le condizioni sociali erano molto diverse, con le canzoni si potevano mandare messaggi, permettere ai giovani di esprimersi e sopratutto un pubblico desideroso di ascoltare. Adesso la tecnologia non utilizza più gli stessi canali, la musica fa da sottofondo sbiadito e poco convinto alla comunicazione che avviene solo tramite i social.

Prima molti giovani suonavano la chitarra, uno strumento completo ritmico-armonico-melodico. Fantastico! Bastavano quattro accordi e diventavi cantautore. Adesso basta un clic del mouse e hai tutta la musica del mondo a tua disposizione, ma non suoni più. E tutto si è ridotto a scimmiottare qualche moda venuta dall’estero con la sua gestualità e linguaggio a noi estraneo. Il rap nasce dai ghetti della discriminazione razziale e dalla miseria, da noi è solo superficie, moda sterile e quindi niente sostanza». 

In autunno uscirà il tuo nuovo progetto discografico, cosa puoi anticiparci a riguardo?

«Sarà composto da undici brani inediti e due bonus track. Avrà per titolo “L’Uva e il Vino”. I brani affrontano varie tematiche attuali: in “Pane” parlo della casualita’ che ci ha fatto nascere nella parte del mondo fortunato e della conseguente immigrazione dovuta agli scompensi di un mondo ingiusto e squilibrato. In “Siamo” parlo di come siamo fatti noi italiani, miserie e nobiltà che ci contraddistinguono. Non manca un omaggio alla “Via Padova” di Milano dove ho vissuto negli anni ottanta una bella storia d’amore che ancora continua.  Poi c’è “La 500 e l’Astronave” contro la violenza sulle donne. “Lombardia” brano dedicato alla mia terra. “Sai che cosa c’è” canzone nata dalla voglia di esternare cosa penso senza peli sulla lingua, a ruota libera. E poi “L’Uva e il Vino” che parla delle contraddizioni all’interno del rapporto uomo-donna. Brano che per certi versi riprende la tematica di “Teorema” ma da un’altra angolatura.

Tutte le canzoni sono suonate da musicisti veri e non virtuali. I suoni sono prevalentemente acustici, in sintonia con la mia voce e il mio mondo musicale. Gli arrangiamenti sono miei e di Antonio Chindamo (Aki), colgo l’occasione per ringraziarlo per la preziosa collaborazione e l’entusiasmo che non è mai mancato durante tutto il tempo del nostro lavoro. Del resto mi ha confessato che è sempre stato un mio fan e credetemi carta migliore non potevo trovare».

Per concludere, il prossimo 28 luglio festeggerai il tuo settantesimo compleanno, qual è l’insegnamento più importante che hai appreso dalla musica in tutti questi anni?

«Ecco queste domande mi mandano po’ in crisi perché sono talmente tante le cose da dire… non saprei scegliere, forse che la musica e l’arte in generale ti danno la possibilità di vivere come se fossi ancora un bambino, che ti diverti quando hai in mano una chitarra, che riesci ancora a scrivere canzoni, continuare a credere. Basta anche solo questo per dire grazie alla musica!».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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