Maria Antonietta e Colombre: “La felicità è un fatto collettivo” – INTERVISTA

Maria Antonietta e Colombre

A tu per tu con Maria Antonietta e Colombre per parlare de “La felicità e basta”, brano che presenteranno in gara a Sanremo 2026. La nostra intervista al duo marchigiano

Maria Antonietta e Colombre sono per la prima volta tra i big in gara alla 76esima edizione del Festival di Sanremo. Un debutto all’Ariston che rappresenta una nuova tappa fondamentale nel loro percorso artistico, arrivato dopo anni di carriere parallele e quindici di vita condivisa, culminati nel primo progetto discografico insieme.

Lo scorso settembre li avevamo incontrati in occasione dell’uscita di “Luna di miele” (qui la nostra precedente intervista), il loro primo album a quattro mani, pubblicato da Bomba Dischi / Numero Uno lo scorso 19 settembre 2025. Un disco che segnava l’inizio ufficiale della loro avventura musicale congiunta. Oggi li ritroviamo alla vigilia di un appuntamento ancora più importante: il palco dell’Ariston, con un brano inedito che si inserisce in modo naturale dentro quel percorso.

A Sanremo 2026 presentano “La felicità e basta” (qui la nostra recensione), una canzone che unisce leggerezza e profondità, ironia e consapevolezza, trasformando la ricerca della felicità in un gesto attivo e condiviso. Con loro abbiamo ripercorso la nascita del brano, il lavoro con l’orchestra e lo spirito con cui si preparano ad affrontare questa esperienza, tra emozione, senso di collettività e la voglia di restare semplicemente se stessi.

Sanremo 2026, Maria Antonietta e Colombre presentano “La felicità e basta”, l’intervista

Com’è nata la canzone e in che momento arriva rispetto al disco “Luna di miele”?

«La canzone è arrivata in estate, dopo il disco. Non era un pezzo di “archeologia sentimentale” rimasto in un cassetto per anni: è nata da un appunto melodico che abbiamo sviluppato quasi subito con la prima strofa. In poco tempo siamo arrivati a una versione molto avanzata, sia a livello di scrittura che di produzione, perché ci piace lavorare in autonomia, cantarci e suonarci le cose. Poi abbiamo capito che il pezzo chiedeva ancora qualcosa. È stato il momento in cui abbiamo messo da parte l’ego e coinvolto Francesco Catitti (alias Katoo, ndr). In un paio di giorni abbiamo sistemato soprattutto il ritornello e lui ha aggiunto quella “brillantina” che serviva. È stato un lavoro molto umano, fatto anche di risate. E quando la musica è così, funziona».

La metafora della “rapina” della felicità è una provocazione contro l’iper-performatività?

«Sì, assolutamente. La felicità nel brano è qualcosa che manca, perché viviamo schiacciati da aspettative, obiettivi standardizzati, meccanismi che legano il merito alla felicità come fosse una gara. Se non ce la fai, la colpa è tua. La “rapina” è una metafora: non è istigazione a delinquere, ma un invito all’azione. Non subire, non aspettare. Andarsi a prendere qualcosa che in fondo ti spetta solo per il fatto di essere vivo. E soprattutto non definire cos’è la felicità: ognuno ha la sua. Noi volevamo spostare l’attenzione sull’atto, non sulla formula».

C’è anche un messaggio anti-individualista? Perchè questa “rapina” cantate di farla insieme…

«Sì, perché crediamo che la felicità sia anche un fatto collettivo. Siamo sempre concentrati sul nostro privato, sul nostro successo personale. Invece alcune cose si fanno insieme, si rischiano insieme e si condividono. Anche musicalmente abbiamo voluto questa dimensione collettiva: con l’orchestra abbiamo lavorato perché suonassero tutti, davvero tutti. È stato emozionante sentire l’arrangiamento prendere vita con ogni sezione coinvolta. Era come se quella “rapina” diventasse un gesto condiviso anche sul palco».

Dopo “Luna di miele”, Sanremo è una tappa simbolica e fisica del vostro percorso. Come sono andate le prove con l’orchestra?

«È stata un’emozione vera. Una parola che a volte suona retorica, ma qui è precisa. Abbiamo lavorato con grande attenzione ai dettagli, dall’arrangiamento con Carmelo Patti fino all’ultima nota. Sentire l’orchestra suonare una canzone che è nata in una stanza, tra noi, è qualcosa che ti arriva addosso. Ti ricorda da dove sei partito: i locali piccoli, la gavetta, le persone che hanno suonato con te negli anni. Sanremo per noi è una tappa, non un punto d’arrivo isolato».

“La felicità e basta” sarà nella ristampa di “Luna di miele”. Chiude un cerchio o apre un nuovo capitolo?

«Non la viviamo come una chiusura. È più un ponte. “Luna di miele” è stato un viaggio importante, nato dopo quindici anni di vita insieme e carriere parallele. Questo pezzo si inserisce naturalmente in quel percorso. Non sappiamo se sarà l’inizio di altri capitoli congiunti, ma sappiamo che questa collaborazione non è stata un episodio. È qualcosa di organico, che ha senso per noi».

Lo scorso settembre, in tempi non sospetti, vi avevo chiesto di Sanremo… Oggi che è un impegno concreto, con che spirito lo affrontate?

«Con leggerezza, che per noi è una forma di protezione. Ci sono tante cose da fare, tante emozioni. Non siamo robot. L’emozione può farti uno sgambetto, ma puoi lavorarci. Ci piace pensare a Sanremo come a uno spazio in cui poter essere noi stessi. Se una canzone ti rappresenta davvero, perché no?».

Per concludere, come ve lo immaginate e come ve lo augurate questo Festival?

«Ce lo auguriamo sereno. Al di là delle classifiche. Nessuno controlla davvero come verrà percepito. Quello che possiamo controllare è come lo vivremo noi. Speriamo di portarci a casa più consapevolezza, più sicurezza, nuove esperienze. Sanremo è una tappa dentro un percorso più lungo. E vogliamo salirci sopra con tutto quello che siamo stati finora, con le persone che hanno fatto parte del cammino. Il resto… sarà quel che sarà».

Scritto da Nico Donvito
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