A tu per tu con la nota artista romana, in uscita con il suo undicesimo album intitolato “Per essere felici

Gradito e ispirato ritorno per Marina Restuccia, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Marina Rei, cantautrice e musicista di spessore che, nel corso di questi venticinque anni di carriera, ha saputo regalarmi momenti di pura bellezza. Si intitola “Per essere felici” l’opera musicale che segna la sua attesa rentrée discografica, a sei anni di distanza dal precedente lavoro “Pareidolia”, un disco sofferto, curato in ogni suo minimo particolare, scritto e riscritto più volte, fino a raggiungere la piena soddisfazione della sua autrice, proprio come ci ha raccontato in questa piacevole intervista.

Ciao Marina, benvenuta. “Per essere felici” è il titolo del tuo nuovo progetto discografico, da quali spunti sei partita e come si è evoluta la fase creativa di questo lavoro?

«Guarda, è un discorso un po’ complesso, nel senso che ho iniziato diverso tempo fa, avevo scritto parecchie cose, ma non ne ero del tutto convinta, così ho cominciato a riscriverne altre. Poi, non ne ero ancora convinta al punto che stavo per mollare, nel frattempo facevo esperienze live nei vari tour e, in qualche modo, mi ricaricavo. Insomma, c’è voluta tanta forza di volontà, in questo mi ha aiutato parecchio Riccardo Sinigallia, che ha capito la mia sofferenza, la frustrazione che provi nel momento in cui non sei soddisfatto di quello che hai scritto. Non sono una persona che si accontenta, tendo ad essere molto esigente ed autocritica con me stessa. Per un periodo sono arrivata a perdere un po’ la fiducia, piano piano mi sono messa nuovamente al lavoro e ho trovato la chiave giusta, ecco perché questo disco rappresenta per me una specie di opera prima, è come se avessi dovuto ricominciare da capo per scoprirmi di nuovo e mettermi in gioco in modo importante».

Un disco che non ha subito contaminazioni esterne, hai incentrato tutto sulla purezza della tua voce e della tua scrittura. Questo a voler in qualche modo sottolineare che, per te, la felicità sta nell’essenzialità delle cose?

«Anche, sì, perché no. Sicuramente mi reputo una persona che nella sua contentezza ci mette le piccole cose, la mia famiglia e gli amici più stretti, quelli sui quali so di poter contare sempre. “Per essere felici” è un disco che non vuole somigliare a niente, non vuole rincorrere nessun tipo di sonorità, ho voluto cominciare da capo e ripartire da zero, in qualche modo mi bastava che la canzone stesse in piedi anche solo piano e voce. A livello di produzione non volevo che l’arrangiamento sovrastasse la scrittura, doveva essere qualcosa di consequenziale, diventare un tutt’uno. Per me era importante che le parole e la musica non perdessero la loro primordiale emozione».

La facoltà di essere se stessi, lontano da chi ci vorrebbe diversi” canti nella bellissima title-track, come sei arrivata a questa consapevolezza in un’epoca come la nostra che, forse, tende più ad omologarci e non a valorizzarci individualmente?

«Beh, proprio per questo sono arrivata a questa consapevolezza, fatta anche di sofferenza, perché negli anni ti rendi conto di esserti distaccato da certi meccanismi, fino a realizzare che la cosa che vale di più per te stesso è essere te stesso. E’ giusto restare padroni della propria realtà, a dispetto di ciò che pensano gli altri».

Figuri tra gli artisti che sono stati lanciati dal palco di Sanremo, hai partecipato quattro volte in gara, quanto reputi realistica la possibilità di rivederti per la quinta volta al Festival?

«In realtà non lo escludo, nonostante negli anni sia molto cambiato, resta un palco importante, un’occasione per parlare di sé attraverso la propria musica. “Per essere felici” è la canzone che ho sottoposto quest’anno alla commissione, non ho problemi a dirlo, ho creduto che fosse il pezzo giusto. Poi, chiaramente, ascoltando le proposte selezionate, a parte le rare eccezioni di Tosca e di Diodato, lo considero un brano che si discosta parecchio, perché necessita un ascolto attento.

Intendiamoci, il mio disco era già pronto e avevo già progettato di uscire a gennaio con o senza Sanremo, per me non è cambiato nulla, il cammino di questo lavoro sarebbe stato lo stesso. In futuro chissà, figurati, se dovessi avere di nuovo tra le mani una canzone come quella ci riproverei, per il momento la vedo dura perché una nuova “Per essere felici” non è che la scrivo dopodomani (sorride, ndr), però al Festival mi ci vedrei solo con un pezzo di una certa importanza, ne deve valere la pena, non tornerei all’Ariston tanto per, questo è quello che penso».

Negli ultimi anni l’attenzione del pubblico è un po’ scesa ai minimi storici, dall’altra parte anche il livello dei contenuti delle canzoni si è abbassato. Pensi che questo scossone emotivo causato dalla pandemia e dalle sue conseguenze socio-economiche, possa in qualche modo risollevare la qualità delle proposte e una maggiore propensione all’ascolto?

«Penso che l’attenzione alla musica non cambierà, con l’avvento della televisione e dei social tutto ha cominciato a far parte di un circuito molto più veloce e frettoloso. Ecco perché prediligo i concerti, durante i live ho l’occasione di presentare le mie canzoni con il tempo necessario e, dall’altra pare, c’è chi ascolta con la dovuta attenzione. Credo che questa sia la dimensione più giusta per la musica, lo stiamo capendo proprio adesso vista la momentanea impossibilità di suonare dal vivo come prima, di questo ne stiamo un po’ tutti soffrendo. Credo che per tornare ad una normalità dal punto di vista live ci vorrà ancora un po’, probabilmente non prima dell’anno prossimo».

Magari con una consapevolezza diversa, visto che ai concerti ultimamente non si faceva a meno di tenere il cellulare in mano…

«Sì, ma vabbè, quella è una consuetudine che purtroppo c’è da un bel po’ di tempo, anche se devo dire che non tocca più di tanto il pubblico che mi viene a seguire dal vivo, fortunatamente. Dipende un po’ dalla mancanza di godersi il momento che stiamo vivendo, per pensare già a quello che vivremo. Credo che concentrarsi e vivere pienamente il presente sia un qualcosa che stiamo perdendo e che, invece, vale la pena recuperare».

Per concludere, quest’anno festeggi venticinque anni di carriera, le nozze d’argento dalla pubblicazione del tuo primo album. Qual è la lezione più importante che senti di aver imparato dalla musica?

«Mi ha insegnato tante cose, dallo stare sul palco al condividere l’emozione con gli altri musicisti e con il pubblico. Sono diventata grande con la musica, sono diventata la persona che volevo essere, mi fa sentire talmente a mio agio che penso sia giusto rivolgerle la giusta cura, la dovuta attenzione. Questo se vogliamo parlare in maniera poetica eh, poi è chiaro che ci sono anche momenti difficili e di sconforto, ma non dovuti alla musica stessa, bensì a tutto ciò che le ruota attorno e che rende le cose decisamente più difficili. Se seguissimo soltanto il flusso e la bellezza della musica sarebbe tutto molto più facile».

© foto di Simone Cecchetti

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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