Massimo Bigi Bestemmio e prego Enrico Ruggeri

A tu per tu con il cantautore e musicista, in uscita con l’album che segna il suo debutto discografico

“Bestemmio e prego”, un titolo curioso ma altrettanto evocativo per raccontare la bella storia di Massimo Bigi, musicista di lungo corso al suo debutto discografico spinto, spronato e coadiuvato da Enrico Ruggeri (qui la nostra ultima intervista), l’amico di sempre con cui ha realizzato questo lavoro. Produttore nonché co-protagonista del singolo apripista “Come se fosse facile”. Dieci le tracce in scaletta, impreziosite dalle collaborazioni con Silvio Capeccia e Andrea Mirò. In occasione di questa interessante uscita, abbiamo raggiunto via Skype l’artista, per approfondire la conoscenza della sua personale visione di vita e di musica.

Ciao Massimo, benvenuto. Partiamo da “Bestemmio e prego”, l’album che segna il tuo debutto discografico. Da quali punti sei partito e come si è sviluppato l’intero processo creativo?

«E’ una storia che parte da molto lontano, ho iniziato da ragazzino strimpellando una chitarra. Col tempo mi sono occupato sempre più della parte tecnica, cominciando a lavorare come fonico. Da qui la conoscenza e il contatto con alcune persone influenti del mondo dello spettacolo, a cominciare da Marco Poggioni, che mi ha presentato Enrico Ruggeri. Tra noi c’è stato subito un bellissimo feeling, venivamo da esperienze comuni: il punk, il rock’n’roll e Lou Reed.

Sono stato il suo tour manager, abbiamo girato parecchio insieme, dall’Inghilterra alla Corea, fino al Brasile. Poi ci siamo allontanati per po’ per questioni di lavoro, ma non ci siamo mai persi, tra noi c’è sempre stato un contatto, ogni volta che passava dalle mie parti veniva a trovarmi. Quando ha saputo che avevo ricominciato a suonare con degli amici e che mi autoproducevo, ha insistito per ascoltare qualcosa di mio e per realizzare questo progetto. Dopo il lockdown abbiamo iniziato a mettere insieme i pezzi, alcuni dei quali li abbiamo scritte a quattro mani partendo da zero».

Massimo Bigi Bestemmio e prego Enrico Ruggeri

A proposito del lockdown, come hai vissuto emotivamente quel periodo e come stai affrontando questo delicato momento?

«Vivendo in campagna posso ritenermi fortunato, la casa più vicina alla mia è a 500 metri. Vivo in un agriturismo immerso nei vigneti. L’unico problema era la socializzazione, raggiungere gli altri, ma con la mia compagna abbiamo vissuto questo momento in maniera tutto sommato serena, nonostante tutti i dubbi del caso. Certo, il lockdown ci ha penalizzato, in vari settori, compreso l’ambito discografico».

Si parla molto dei lavoratori dello spettacolo, delle difficoltà che le cosiddette maestranze stanno riscontrando a seguito della pandemia. Tu che hai lavorato per anni come fonico e sei stato dietro le quinte per tanto tempo, cosa ti preoccupa di questa situazione?

«La cosa che più mi spaventa è che viene a mancare la continuità degli spettacoli e delle tournée, quando vai ad interrompere un qualcosa non sai mai quello che può determinare. Questo cambiamento mi preoccupa particolarmente, a tutti i livelli, compreso quello sociale. Vedere bambini con la mascherina mi fa riflettere, ai grandi ormai mi sono abituato, mentre vedere un bimbo di quattro anni con la mascherina è un qualcosa che mi fa pensare».

Essendo tu un’attento osservatore, ti chiedo un analisi su quello che stiamo vivendo dal punto di vista sociale. Qual è l’augurio che ti senti di rivolgere all’intera umanità? Cosa speri che questa situazione così estrema di difficoltà possa insegnarci?

«Le esperienze negatine, tendenzialmente, ci spingono per natura a reagire. In genere succede questo, però la società è profondamente cambiata, quello che mi fa paura è la strumentalizzazione. Mi sono reso conto che durante un periodo difficile come il lockdown, in cui c’era bisogno di maggiore coesione, abbiamo sviluppato ulteriore discriminazione. Siamo stati bombardati da un ingente quantitativo di notizie diverse e contrastanti tra loro. Quello che ci mancava era la verità, l’informazione vera che poteva guidarci al meglio».

Il mio augurio è quello di essere riusciti a sviluppare un modo di vedere le cose da più angolazioni, una nuova prospettiva. La tua storia ne rappresenta un bell’esempio: pubblicare un disco a 62 anni non deve essere visto come un limite, bensì come un vantaggio, perchè avere a disposizione un bagaglio di vita vissuta deve essere considerato un valore aggiunto. La musica non ha età e l’arte deve andare oltre quelle che sono le discutibili logiche di mercato. Quali sono le caratteristiche che ti rendono più orgoglioso di questo album?

«Ti dico la verità, personalmente avevo tantissimi dubbi, più volte ho sollevato le mie perplessità ad Enrico. In questa incertezza, un mio amico è stato fondamentale, perchè mi ha fatto riflettere sul fatto che questa uscita potesse riscattare le tante persone che non ce l’hanno fatta, che non hanno avuto le stesse opportunità, che si sono reinventati più volte nella musica pur di arrivare a raggiungere l’obiettivo di vivere di questa forma d’arte. Questa è una cosa che mi ha fatto riflettere molto, donandomi una grande forza. In qualche modo mi sento di rappresentare quella categoria di persone che hanno sempre seguito e amato la musica, pur di arrivare a concretizzare qualcosa in questo ambito. Mi faccio forte di questo».

Per concludere, a proposito di insegnamenti, ti chiedo qual è la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica fino ad oggi?

«Innanzitutto insistere, non arrendersi mai. I valori della musica li conosciamo, tra tutti la convivialità, condividere con gli altri e crescere insieme. Questo è fondamentale ed è quello che sento di aver imparato in tutti questi anni, anche perchè quando sei in pace con ciò che ti sta intorno… riesci davvero a dare il meglio di te stesso».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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