Matthew Lee: “La musica è il linguaggio più universale che esista” – INTERVISTA

Matthew Lee

A tu per tu con Matthew Lee per parlare del suo nuovo medley “Burning Hopes”, un medley tra “Burning Love” di Elvis Presley e “High Hopes” dei Panic! At The Disco. La nostra intervista

C’è chi custodisce la tradizione e chi, invece, sceglie di farla dialogare con il presente. Matthew Lee appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Pianista, performer e autentico animale da palcoscenico, negli anni ha costruito una carriera internazionale partendo dal rock’n’roll delle origini per arrivare a una cifra stilistica personale, capace di attraversare epoche e generi senza perdere identità.

Lo dimostra il nuovo medley “Burning Hopes“, in cui l’energia di Elvis Presley incontra il pop contemporaneo dei Panic! At The Disco in una veste country rock che apre una nuova fase del suo percorso artistico. Parallelamente continua il tour di “From 20’s to 20’s – The Piano Odyssey“, uno spettacolo che racconta cento anni di musica in una sola sera, trasformando il pianoforte nel filo conduttore di un viaggio tra grandi classici e successi moderni. Con lui abbiamo parlato di contaminazioni, libertà creativa, del valore senza tempo delle grandi canzoni e di come si possa guardare al futuro senza mai smettere di dialogare con il passato.

“Burning Hopes” nasce dall’incontro tra Elvis Presley  e i Panic! At The Disco, due mondi che, almeno sulla carta, possono apparire distanti. Ti diverte mettere in crisi le categorie musicali o, semplicemente, non hai mai creduto che esistessero realmente? 

«Credo di non averci mai creduto davvero. Ho sempre pensato che la musica fosse un linguaggio unico e che i generi servissero più ai negozi di dischi che agli artisti. Sono cresciuto con Elvis, Jerry Lee Lewis e Little Richard, ma ascolto anche produzioni moderne. Se una melodia funziona e trasmette emozioni, non mi interessa da quale etichetta provenga. “Burning Hopes” nasce proprio da questa libertà: prendere l’energia del rock’n’roll delle origini e vestirla con un linguaggio sonoro contemporaneo».  

Hai detto che questo brano rappresenta la direzione dal tuo presente a come ti immagini il tuo futuro  artistico. Che tipo di lavoro c’è stato in studio dietro la  costruzione del sound? 

«È stato un lavoro molto accurato. Non volevamo fare un semplice brano rockabilly con un suono moderno, ma creare qualcosa che sembrasse nuovo pur mantenendo la  mia identità. Abbiamo lavorato molto sugli arrangiamenti, sulle chitarre, sulle dinamiche e sulla produzione, cercando un equilibrio tra strumenti suonati e un approccio più  attuale. Ogni dettaglio è stato pensato per far convivere due  mondi senza che uno prevalesse sull’altro».  

Nel video di “Burning Hopes” la componente visiva è  molto curata e sembra amplificare il racconto musicale. Quanto è cambiato oggi il modo di pensare un progetto discografico, sapendo che deve vivere anche attraverso le immagini? 

«Oggi la parte visiva è fondamentale. Una canzone non vive  più soltanto nell’ascolto: spesso il primo contatto avviene attraverso un video o un contenuto sui social. Per questo credo che musica e immagini debbano raccontare la stessa storia. Non significa sacrificare la musica, ma darle un’estensione narrativa. Se il mondo visivo riesce a  trasmettere le stesse emozioni del brano, allora il progetto acquista ancora più forza».  

Tra il suono delle varie chitarre, in questo medley, il pianoforte sembra fare ulteriormente da collante. Una volta Francesco Baccini mi disse che la magia della  musica suonata è che il suono di un piano resta uguale nei decenni e non passa mai di moda. Condividi questo pensiero? 

«Assolutamente sì. Il pianoforte ha qualcosa di universale. Può essere protagonista, accompagnatore o persino  un’intera orchestra, come mi piace definirlo. È uno strumento che attraversa i secoli senza perdere la sua forza  espressiva. Cambiano gli stili, cambiano le produzioni, ma il suono di un pianoforte continua ad emozionare allo stesso modo».  

Non a caso il tuo nuovo spettacolo si intitola “From  20’s to 20’s” e attraversa cento anni di musica in una sola sera. Dopo aver suonato così tante epoche, hai scoperto che esiste un filo rosso che le unisce tutte? 

«Sì, ed è molto più semplice di quanto sembri: le grandi canzoni. Al di là degli arrangiamenti o delle mode, ci sono brani che continuano a funzionare perché hanno melodie straordinarie e raccontano emozioni autentiche. Nel mio spettacolo cerco proprio di dimostrare che la buona musica non ha una data di scadenza. Se una canzone è bella, può emozionare nel 1926 come nel 2026. C’è da dire poi che i generi sono tutti concatenati: country, blues, jazz, rocknroll fino al pop».  

Da bambino ti sei innamorato del rock’n’roll grazie ai dischi di tuo padre. Se oggi dovessi far scoprire quella stessa passione a un ragazzo di quattordici anni, gli faresti ascoltare Elvis o partiresti da qualcosa di completamente diverso? 

«Partirei da quello che ascolta lui. Credo che sia importante entrare nel mondo musicale dei ragazzi invece di chiedere a loro di entrare subito nel nostro. Gli farei scoprire le connessioni tra gli artisti di oggi e quelli che hanno costruito le fondamenta della musica moderna. A quel punto arrivare a Elvis diventerebbe un percorso naturale, non una lezione di storia. Diciamo che oggi nel mainstream mancano un po’ di alternative, sarebbe sano averne per poter scegliere autonomamente e non omologarci alla moda».  

In una nostra precedente intervista di qualche annetto fa, mi avevi definito il pianoforte come “un’orchestra sotto le dita”. Come ti sei avvicinato a questo strumento? 

«In modo molto spontaneo. In casa c’era un pianoforte e fin da piccolo ne ero affascinato. Mi piaceva il fatto che con dieci dita si potesse creare un mondo intero: melodia, armonia, ritmo. È uno strumento che ti permette di essere autosufficiente e, allo stesso tempo, di dialogare con qualsiasi altro musicista. Ancora oggi, quando mi siedo al  pianoforte, provo la stessa curiosità».  

La tua carriera è iniziata in modo piuttosto anticonvenzionale: sei stato radiato dal Conservatorio perché il tuo modo di vivere la musica era considerato troppo esuberante. Tornando a quel ragazzo di quattordici anni di cui sopra, se volesse intraprendere un percorso nella musica simile al tuo, che percorso potresti consigliargli oggi? 

«Gli direi di studiare tantissimo, perché la tecnica è uno strumento di libertà, ma allo stesso tempo di non perdere mai la propria personalità. Oggi è facile assomigliarsi tutti  perché siamo continuamente esposti agli stessi contenuti. La differenza, invece, la fa chi riesce a trovare una voce riconoscibile. Le regole sono importanti, ma ancora più importante è capire quando è il momento di usarle e quando è il momento di andare oltre. Arte e regole non vanno molto d’accordo secondo me».  

A parte la capacità di viaggiare nel tempo con la musica, hai suonato in ogni parte del mondo, dagli Stati  Uniti alla Cina, passando per il Medio Oriente e l’Europa. Cosa pensi di aver imparato da questo continuo confronto culturale? 

«Ho imparato che la musica è probabilmente il linguaggio più universale che esista. Ho visto pubblici che parlavano lingue completamente diverse emozionarsi negli stessi punti dello spettacolo, ridere, battere le mani e cantare insieme. Questo mi ha insegnato che, prima ancora delle differenze culturali, esistono emozioni che appartengono a tutti. È una lezione che continuo a portare con me ogni volta che salgo su un palco». 

Scritto da Nico Donvito
Parliamo di: