Mauro Pagani: “Il segreto è continuare a guardarsi intorno e lasciarsi sorprendere” – INTERVISTA

Mauro Pagani

A tu per tu con Mauro Pagani per parlare del suo nuovo disco, il sesto in studio, intitolato “Tutto è già qui”, disponibile da venerdì 16 ottobre 2026 per BMG. Ecco la nostra intervista

Ventitré anni dopo “Domani“, Mauro Pagani torna con “Tutto è già qui”, il sesto album in studio che porta il suo nome, in uscita il 16 ottobre per BMG in occasione dei festeggiamenti per i suoi ottant’anni. Polistrumentista, compositore e produttore tra i protagonisti della musica italiana, dagli anni con la Premiata Forneria Marconi allo storico sodalizio con Fabrizio De André, fino alle colonne sonore e alle produzioni per altri artisti, l’artista raccoglie in questo nuovo lavoro esperienze, incontri e visioni maturate in oltre mezzo secolo di carriera.

Un disco che riflette il suo percorso, tra inquietudini per il presente e fiducia nelle nuove generazioni, ricerca sonora e curiosità verso ciò che ancora deve arrivare. Perché, anche quando lo sguardo si fa disincantato, la musica continua a offrire ragioni per sperare: basta imparare ad ascoltare e accorgersi che, spesso, ciò che cerchiamo è già davanti a noi. Dal significato del nuovo album al ricordo del progetto benefico del 2009 in sostegno delle popolazioni terremotate dell’Abruzzo, fino all’esperienza sanremese e agli insegnamenti di una vita votata alla musica, abbiamo incontrato Mauro Pagani per ripercorrere le tappe di un viaggio artistico ancora in movimento.

Sono passati ventitrè anni anni dal tuo precedente album di inediti. Come mai hai aspettato così tanto prima di tornare con un nuovo disco?

«Ci devo pensare bene alle cose, mettiamola così. Quando mi sono accorto che era passato tutto questo tempo, ho detto: “Eh, la miseria!”. In realtà ho fatto un sacco di cose: colonne sonore, produzioni e molto altro. Sono sempre stato un ingordo e mi considero un musicista di facili costumi. Mi faccio corteggiare con una certa facilità e ho sempre trovato, per fortuna, cose interessanti di cui occuparmi. Poi, un paio d’anni fa, ho cominciato a mettere ordine al materiale che avevo accumulato. Ho sempre registrato le mie idee, perché un provino appena realizzato restituisce un’atmosfera di base che spesso è più comprensibile di tante altre cose. A un certo punto mi sono ritrovato con una bella quantità di appunti e registrazioni e ho pensato che fosse meglio tirarne fuori almeno una parte, prima che marcissero. Ed eccoci qua».

Nei brani si avverte uno sguardo piuttosto disincantato sul presente…

«Se mi guardo intorno in questo periodo, ho poco da essere ottimista. C’è una percentuale di imbecilli per metro cubo che non è accettabile in questo momento storico e sembra che ne spuntino sempre di nuovi. Sono molto più ottimista quando guardo ai giovani. Magari li vedo un po’ sperduti, distratti, in difficoltà nel trovare la propria strada, ma sento anche cose belle, una grande volontà di gridare: “Ci siamo, siamo qui!”. È questo che mi sta più a cuore. Sono un inguaribile ottimista, anche se a volte non sembra».

Il titolo “Tutto è già qui” sembra voler sottolineare questo ottimismo. È un invito a guardare meglio ciò che abbiamo davanti?

«Sì, è un invito a guardarsi intorno. Tutto è lì, da vedere. Bisogna imparare a osservare quello che ci circonda, senza continuare a cercare altrove una risposta a tutto. A volte le cose ci sono già, siamo noi che non riusciamo a vederle o ad ascoltarle».

Quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgoglioso di questo disco?

«È un album che mi rappresenta. Ci sono le mie vittorie e le mie sconfitte, le strade che ho fatto e quelle che intendo fare, se la sorte me lo permetterà. Spero che vi piaccia, perché a me piace molto. Certo, ogni tanto mi vengono dei dubbi: riascolto un brano e penso che avrei potuto farlo in un altro modo. Per fortuna, a un certo punto qualcuno chiude il lavoro e ti dice che è finita, che non devi più toccare più una nota o una parola. Altrimenti non finirei mai, ma forse è proprio questo il bello».

Il tuo precedente album del 2003 si intitolava “Domani” e la canzone che gli aveva dato il nome ha conosciuto una seconda vita il 21 aprile del 2009, quando una compagine di cinquantasei artisti si è riunita nel tuo studio di registrazione, le Officine Meccaniche di Milano, dando vita a un’operazione benefica in sostegno della popolazione abruzzese colpita pochi giorni prima dal terremoto. Cosa ricordi di quel momento che, senza voler eccedere in paragoni, rappresentò una sorta di operazione italiana alla “We Are the World”?

«È cominciato quasi per caso. A un certo punto Jovanotti e Giuliano Sangiorgi mi hanno telefonato e mi hanno detto: “Senti, dobbiamo fare qualcosa e ci serve un sergente maggiore”. Ho risposto di sì. Eravamo in cinquantasei, cioè cinquantasei cantanti più altri cinquantasei manager, tutti nel mio studio. Una situazione che sarebbe potuta diventare complicatissima, perché quando metti insieme tante persone potrebbe andare anche male. Invece sono stati tutti rispettosi e attenti. Pensate che in tre giorni abbiamo scelto il pezzo, arrangiato la base, registrato le voci e mixato tutto. Sulla carta un lavoro piuttosto difficile, ma è successo con grande facilità perché l’atteggiamento di tutti era costruttivo. Sono venuti artisti molto diversi tra loro, da Zucchero ad Al Bano, e ciascuno ha partecipato donandosi con grande disponibilità. Quello che era successo qualche giorno prima in Abruzzo era stato terribile, ma da quella tragedia è nata un’esperienza in cui la musica ha saputo unire le persone e trasformare la volontà di fare qualcosa in un progetto concreto».

A proposito di Sanremo, tu hai negli anni ricoperto vari ruoli. Nel 1988 ha partecipato con i Figli di Bubba, l’anno successivo ha scritto con Gino Paoli e Sergio Bardotti il brano “Io come farò” per Ornella Vanoni. Poi sei stato membro della commissione nel 2000, direttore artistico musicale nel 2013 e nel 2014, infine ospite nella serata cover qualche anno fa con Giovanni Truppi e Vinicio Capossela. Come hai vissuto il palco dell’Ariston sia l’unica volta in cui sei stato in gara, ma anche quando ti sei ritrovato a scegliere le canzoni e dirigere l’orchestra?

«Allora, l’esperienza dei Figli di Bubba è stata molto breve. Da sempre sostengo che dentro ognuno di noi si nasconda un cretino al quale bisogna dare libera uscita ogni tanto. Quindi è stato un gioco che ho fatto con piacere, terminato già dopo un mese che eravamo insieme, perché far ridere per mestiere è davvero complicatissimo. Quando mi sono ritrovato nei panni di direttore artistico e musicale, mi sono messo davvero in gioco. È stata un’esperienza molto importante, nella quale ho imparato tante cose, soprattutto a essere veloce e responsabile. Quando hai un’ora per fare un arrangiamento, hai un’ora e non puoi chiedere più tempo. La cosa non era sempre semplice, anche perché lavorare con un’orchestra classica significa confrontarsi con musicisti abituati a un certo modo di fare le cose. Se non riesci a trovare subito il loro movimento, dopo un po’ rischiano di andare avanti come se tu non ci fossi. Ricordo che, dopo una prima prova, mi sono reso conto che qualcosa non funzionava. Così ho passato la notte a studiare come muovermi, dirigendo l’aria nella mia camera. Il giorno dopo sono arrivato e ho diretto la prova generale. Uno dei musicisti mi ha detto: “Tu stanotte non hai dormito”. Se n’era accorto, era andata meglio del giorno precedente. Quando hai compagni di viaggio che magari non conoscono fino in fondo la difficoltà del tuo compito, devi mettere in conto che ti chiedano cose che per loro sono semplici e per te non lo sono affatto. Fabio Fazio, infatti, la faceva facile, ma dirigere quattordici cover non è un gioco da ragazzi. Per fortuna ho avuto dei buoni compagni di viaggio, che mi hanno aiutato a fare bene il mio lavoro. Sono stati due anni belli devo dire. E ne sono uscito con una maggiore consapevolezza».

Per concludere, hai detto che la musica è la tua seconda lingua e che, dopo tanti anni, continui a incuriosirti. Qual è l’insegnamento più importante che ti ha lasciato questa nobile forma d’arte?

«La cosa più importante è stata la capacità di farmi sorprendere e stupire. Significa ascoltare con un’attenzione tale da accorgersi quando sta succedendo qualcosa, da riuscire a sentirlo davvero. Se ti tieni sveglio, se rimani acceso, invecchi di meno. Forse non invecchi proprio, almeno con la testa. Puoi perdere qualche pezzo del corpo, ma se la testa funziona devi essere grato alla sorte».

Scritto da Nico Donvito
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