Max Gazzè, tutto quello che c’è da sapere su “L’ornamento delle cose secondarie”
Tempo di nuova musica per Max Gazzè che, a partire da venerdì 15 maggio 2026, ha reso disponibile l’album “L’ornamento delle cose secondarie”. Ecco quello che c’è da sapere
Era il 1996 e veniva pubblicato “Contro un’onda del mare”, il primo album di Max Gazzè che conteneva “L’eremita”. Oggi il cantautore romano torna con “L’ornamento delle cose secondarie”, in uscita il prossimo 15 maggio per Columbia Records / Sony Music.
Il nuovo progetto, ideato dallo stesso artista, si presenta come un ritorno consapevole all’origine, ma senza nostalgia. Piuttosto, un movimento circolare: alcuni titoli riemergono, si trasformano, si interrogano di nuovo. È il caso proprio de “L’eremita – parte II” e “Sul filo – parte II”, che diventano oggi non citazioni, ma snodi di un discorso più ampio.
IL DISCO – Max Gazzè torna con un album che segna una deviazione netta rispetto alle forme più immediate del presente, e che si presenta fin da subito come un lavoro “diverso” per struttura e linguaggio. Un disco che guarda alla sperimentazione – per l’utilizzo di strumenti costruiti ad hoc – e ad una musica con sfumature prog, articolato in venti brani che non seguono una logica lineare ma un andamento più circolare e stratificato, dove memoria e presente si rincorrono continuamente.
Non si tratta di un ritorno celebrativo, ma di una ripresa del proprio percorso. Non è un caso che l’intero disco sia accordato a 432 Hz, scelta che lo allontana dallo standard contemporaneo dei 440 Hz e lo avvicina a una dimensione più organica, meditativa. Il suono si fa spazio e dentro quello spazio si muovono canzoni che sembrano provenire da una stagione più sperimentale, libera da forme rigide, dove la scrittura segue traiettorie asimettriche interiori.
Dentro questo ritorno vicino, per attitudine, proprio ai primi lavori, c’è anche una biografia che pesa come sottotesto: quella di un artista cresciuto tra Italia e estero, abituato fin da piccolo a osservare il mondo da prospettive mobili, non radicate in un solo luogo. Questa condizione attraversa il disco come sensibilità: uno sguardo che non si fissa mai del tutto, ma osserva, traduce, sposta.
Il tutto si innesta in un presente che entra costantemente nel lavoro: fragilità sociali, perdita di riferimenti etici, rapporto tra individuo e collettività, e una domanda continua su cosa significhi “tenere insieme” il mondo oggi.
LE CANZONI – L’apertura, “Il contadino magro”, è già una dichiarazione: la semina come gesto lento, la perdita delle illusioni come condizione necessaria per arrivare all’essenziale. È una figura interiore, quella del contadino, che accetta la fatica e la misura del tempo. Subito dopo, “L’eremita – parte II” torna come soglia: non fuga, ma sospensione, attesa di un segnale interiore prima dell’azione. È un disco che chiede tempo, che rifiuta l’immediatezza.
“Intermezzo bianco” e “Facce da vecchi” lavorano su questa stessa linea: il primo come spazio fragile tra due vite, il secondo come attraversamento delle età, dove il tempo non consuma ma deposita, stratifica. In “Amo” arriva invece una dichiarazione totale, quasi un manifesto: amare tutto, senza gerarchie, senza distinzione tra alto e basso. È un’apertura radicale al mondo.
La memoria personale entra in gioco con “Da piccolo”, racconto di una distanza che lascia tracce profonde, e con “Sorriso largo”, dove il legame tra generazioni diventa continuità invisibile. Ma anche qui, niente indulgenza: l’emozione è sempre filtrata, trattenuta, essenziale.
“Cherubini scalzi” sposta lo sguardo sulla città, su una spiritualità che si manifesta ai margini, nelle fragilità quotidiane. Mentre “La legge dell’etica” è il punto più esplicitamente civile del disco: un’affermazione netta, in un tempo in cui l’etica sembra spesso ridotta a opinione.
Da “Attriti” in poi il disco si fa ancora più interiore: alleggerirsi, lasciare spazio, non consumarsi nel proprio ardore. “La forma” cerca l’essere attraverso il corpo, “Il matrimonio di tua figlia” racconta il tempo che si spezza e la necessità del lasciare andare. In “Ali” il limite diventa possibilità: non basta volere, ma proprio nel limite si intravede il volo.
“Io, Giuda” è uno dei momenti più intensi: un monologo che scava nella colpa e nel rimorso, senza giudizio, senza assoluzioni facili. “Rumore” porta tutto dentro il caos contemporaneo: la preghiera diventa impossibile, e proprio in questa impossibilità trova una forma di verità.
“Sul filo – parte II” e “Fatto accaduto in estate” insistono sull’instabilità e sulla transitorietà: l’identità come equilibrio precario, il tempo che scivola via come sabbia. “Dio” non definisce, ma attraversa immagini, frammenti di esperienza del divino.
E poi “Terra madre”, che riprende e amplia un discorso già presente nel passato, trasformandolo in una denuncia chiara della mercificazione del mondo e in una chiamata alla responsabilità collettiva. È uno dei centri morali del disco.
A chiudere, “L’oscurità”: non negazione della luce, ma passaggio necessario. Ed è forse qui che si condensa il senso complessivo del lavoro: un attraversamento, più che una risposta.