Mazzariello: “Sanremo? La cosa che mi tiene più vivo è la curiosità” – INTERVISTA

Mazzariello

A tu per tu con Mazzariello per parlare del suo nuovo singolo “Manifestazione d’amore”, in gara tra le Nuove Proposte di Sanremo 2026. La nostra intervista al giovane cantautore

Settimane senza dormire, scale infinite da fare di corsa, scioperi, traffico e quasi incidenti: eppure, in mezzo a questo caos, resta una sola certezza. Alla fine della giornata conta tornare da chi si ama. Da qui nasce “Manifestazione d’amore”, il brano con cui Mazzariello ha convinto la giuria di Area Sanremo e si è guadagnato un posto tra le Nuove Proposte di Sanremo 2026.

Una canzone che racconta la bolla frenetica della città e della performance continua, fino allo scarto improvviso: la morte sfiorata a un incrocio che obbliga il protagonista a fermarsi e a rimettere in ordine le priorità, con una domanda semplice e spietata: quante volte corriamo così forte da rischiare di perdere ciò che conta davvero?

Dopo una selezione durissima, con oltre 500 candidati, Mazzariello arriva all’Ariston con un pezzo nato in amicizia e costruito su immagini vive, delicate e primordiali, dentro un suono ampio e personale. Lo abbiamo incontrato a poche settimane dal Festival: ci ha raccontato le prove con l’orchestra, la “scuola” di Area Sanremo, la sua idea di leggerezza “alla Troisi” e l’emozione di portare sul palco una storia che parla di tutti noi.

Mancano poche settimane all’inizio del Festival di Sanremo e tu sarai tra i protagonisti della categoria Nuove Proposte. Parto col chiederti: come sono andate le prove con l’orchestra?

«Ragazzi… bellissimo. Emozione pura. Piano, pianti, lacrime. Ho provato davvero tutto lo spettro delle emozioni. Ero anche abbastanza carico, quindi viva me, sono fiero di me quando affronto le cose così. Vedere la propria canzone suonata da un’orchestra magnifica di 60-70 elementi è qualcosa di indescrivibile: la musica prende vita davvero. Lo so, sembra una frase cantautorale del ’900, ma è vero. Mi sono sentito con la terra sotto i piedi più di tutte le altre volte, più di qualsiasi live. Non volevo più andarmene».

Noi ci eravamo beccati a Sanremo qualche settimana fa, all’indomani della serata televisiva. Eri abbastanza stanco, anche perché eri provato dal tour de force di Area Sanremo: audizioni serrate, più di 500 artisti. Come hai vissuto questo percorso?

«Area Sanremo è stata una scuola incredibile. Mi ha lasciato tantissimo, soprattutto dal punto di vista emotivo. Tutto era serrato, in dieci giorni succedeva di tutto: ogni giorno dovevi sapere se eri passato o no. È stato davvero incredibile, mi sono sentito dentro una specie di Hunger Games musicali. Però sono molto contento, perché ho conosciuto tanti artisti fortissimi, anche amici, con cui abbiamo condiviso emozioni enormi: gioia, tristezza, adrenalina. Io non sono un grande fan delle competizioni… però eccoci qua. E devo dire che è stata una grande scuola».

E rispetto a Sanremo Giovani dello scorso anno, ci sono state differenze nel modo in cui hai vissuto questa esperienza?

«Sì, assolutamente. A Sanremo Giovani ero molto più in ansia. Quest’anno mi porto dietro lo stesso carico emotivo, ma quella esperienza mi è servita: mi ha insegnato come reagire sotto pressione. Sto cercando di vivere tutto con più leggerezza e con quella consapevolezza che arriva proprio dalla leggerezza stessa».

Veniamo al brano che porterai sul palco dell’Ariston: “Manifestazione d’amore”, scritto con Gianmarco Manilardi e Francesco Pesaresi. È una canzone che sembra quasi un film. Parlaci del protagonista.

«Il protagonista, per fortuna, non sono io. Lo diciamo subito! Non è autobiografica nel senso stretto: le emozioni sono mie, certo, ma la parte in cui lui rischia di essere messo sotto a un incrocio… ecco, quella no. Mi serviva come gancio narrativo. “Manifestazione d’amore” è una canzone nata in amicizia, e le canzoni nate così mi piacciono sempre di più».

Il brano invita anche a riflettere sulla felicità oggi, sul rischio di restare incastrati in una bolla. Nel testo è proprio la morte sfiorata a far scattare una presa di coscienza…

«Sì, perché noi passiamo la maggior parte della vita a lavorare, a performare, sempre. E spesso finiamo per coincidere con il nostro lavoro. È una cosa che mi pesa: secondo me ci definiamo troppo attraverso quello che facciamo, invece dovremmo definirci di più per quello che siamo nei momenti fragili. Nel caso del protagonista, quel rischio improvviso lo sveglia: pensa che avrebbe potuto non salutare la persona amata. È una cosa poetica, ma anche molto vera».

Musicalmente c’è un mix di influenze: Beatles all’inizio, qualcosa di battistiano. Di cosa sei più orgoglioso?

«Sono orgoglioso della leggerezza che la canzone si porta dietro. E soprattutto di averla fatta con amici a cui voglio bene. Poi sentirla suonata dall’orchestra mi ha reso ancora più fiero. C’è Strawberry Fields, c’è Battisti, e sono contento perché tutto quello che ci eravamo prefissati sta accadendo. E poi mi piace perché mostra fragilità. Quando riesco a farlo senza paura del giudizio, allora sì che mi sento orgoglioso».

È una leggerezza che però non diventa mai superficialità…

«Esatto. Per me la leggerezza è quella cosa tragico-comica, come Troisi nei suoi film. È una consapevolezza profonda che non ti affossa, ma ti aiuta a universalizzare i momenti brutti e quelli belli».

Hai sempre raccontato di aver vissuto Sanremo in famiglia. Qual è il tuo primo ricordo legato al Festival?

«Il primo impatto che mi viene in mente è John Travolta… Però musicalmente, una canzone che ricordo vividamente è “Fai rumore” di Diodato. Ero in salotto coi miei, non lo conoscevo, e mi colpì tantissimo. Per me è un pezzone».

Tra i big di quest’anno, chi ti incuriosisce di più ascoltare?

«Non ho sentito nulla, però sono curioso di Sayf, che per me è grande. Poi Tredici Pietro, Tommaso Paradiso, Fulminacci… tutta quella quota indie, anche se poi non vengono davvero da lì. Sono quelli che mi incuriosiscono di più».

Parallelamente a Sanremo stai lavorando anche a nuova musica?

«Sì, ho scritto molto. Ci sono canzoni nuove che voglio far sentire dal vivo, perché io scrivo per suonare, per portare la musica in giro. Se sto fermo mi viene l’ansia… e poi sono pigro, quindi devo muovermi!»

C’è un filo che lega gli ultimi singoli, da “Nostalgia & Karaoke” a “Per un milione di euro” fino a “Manifestazione d’amore”?

«Non me lo chiedo mai, perché il filo conduttore sono io che le scrivo. Però sì: comincio a vedere quella cifra tragico-comica di cui parlavamo prima. Forse è quello il filo rosso».

Per concludere Antonio, come te lo immagini e come te lo auguri questo tuo Festival di Sanremo?

«Me lo auguro con curiosità. È la cosa che mi tiene più vivo: la curiosità. So che succederanno mille cose, i meccanismi sono infiniti, non so come fate voi giornalisti a starci dietro. Io voglio divertirmi. L’anno scorso Brunori se l’è vissuta con il massimo del cazzeggio, professionalmente impeccabile. Ecco: quella è la chiave. Pensare ogni giorno “devo cantare all’Ariston” non vale la pena. Meglio viverla bene».

Scritto da Nico Donvito
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