Michele Bravi: “Ho scelto di giocare con l’armonia” – INTERVISTA
A tu per tu con Michele Bravi per parlare di “Prima o poi”, brano che presenterà in gara a Sanremo 2026. La nostra intervista all’ugola de “Il diario degli errori”
Terza volta in gara al Festival e una consapevolezza nuova nel modo di stare sul palco. Michele Bravi torna a Sanremo 2026 con “Prima o poi”, un brano diretto dal maestro Alterisio Paoletti che si presenta come un monologo interiore trasformato in musica. Una riflessione sulla fine di una storia, ma soprattutto sul senso di inadeguatezza che accompagna chi, almeno una volta, si è sentito fuori posto nel mondo.
Scritto con Rondine e Gianmarco Grande e prodotto dallo stesso Bravi con Carlo di Francesco, il pezzo si muove tra immagini frammentate e suggestioni cinematografiche, alternando malinconia e ironia. Armonicamente spiazzante, costruito su variazioni che disorientano e accompagnano emotivamente il testo, “Prima o poi” fonde britpop e respiro sinfonico, con un’orchestra che non fa solo da sfondo ma diventa personaggio. Un brano che, come racconta il cantautore nell’intervista, non è solo una canzone ma la “testa d’ariete” di un progetto più ampio, pensato come una vera colonna sonora emotiva: un piano sequenza musicale capace di trasformare la quotidianità in un musical interiore.
Tra il dialogo con l’orchestra dell’Ariston e l’omaggio a Ornella Vanoni nella serata cover insieme a Fiorella Mannoia, Michele Bravi affronta questo Sanremo con tranquillità emotiva e grande impegno professionale, pronto a mettere in scena… con un pizzico di grottesco e molta sincerità… le fragilità che ci rendono umani.
Sanremo 2026, Michele Bravi presenta “Prima o poi”, l’intervista
“Prima o poi” segna il tuo terzo Sanremo. Racconti la fine di una storia, ma la domanda è: come hai voluto raccontarla?
«Ho cercato di raccontarla nel modo più dissacrante possibile. Quando viviamo un’emozione, tendiamo sempre a immaginarla in maniera cinematografica: se sei felice spuntano le margherite, se sei triste sei alla finestra con la tisana e la goccia che scende sul vetro. Io sono partito proprio da quel cliché. Dal melodramma che ci raccontiamo quando “ci si rompe il cuore”. È una teatralità molto italiana, molto latina. In realtà la sofferenza è goffa, disordinata, meno elegante di come la immaginiamo. Ma perché la raccontiamo così? Perché il teatro è dentro di noi. Con “Prima o poi” ho voluto dipingere proprio questa contraddizione».
Nel brano c’è una visione cinematografica ma anche una nota tragicomica, come nella scena del citofono: “E ti vorrei citofonare ma non so più il tuo nome”. È un modo per esasperare la sofferenza?
«Sì, perché quella sofferenza così drammatica nasce spesso da un fomento personale. A volte siamo talmente innamorati dell’idea dell’amore che accettiamo chiunque pur di non rinunciare a quell’immagine. C’è qualcosa di tragicomico in tutto questo. Sai già che finirà male, ma vai avanti lo stesso. È una sofferenza che in fondo scegli. Il grottesco aiuta a raccontare questa dinamica, e il Festival stesso ha qualcosa di grottesco: è sacro e allo stesso tempo meravigliosamente provinciale. Quest’anno lo affronto con tranquillità emotiva e grande impegno professionale. Sanremo è uno specchio culturale dell’Italia, con tutto il suo folclore. E quel folclore, in fondo, mi rende orgoglioso».
A dirigerti sarà il maestro Alterisio Paoletti. Come sono andate le prove con l’orchestra?
«Di solito se le prove vanno bene, temo la diretta! Però sì, sono andate bene. L’orchestra di Sanremo non ha bisogno di presentazioni. In questo brano non è solo accompagnamento: è un personaggio. Suona tanto, suona difficile, dialoga con me. Magari da casa si percepisce solo un bel suono, ma per noi sul palco è un vero scambio».
Armonicamente il pezzo è spiazzante: gli accordi non vanno sempre dove ti aspetti. È un modo per disorientare e raccontare emotivamente quello che succede nel testo?
«L’armonia è come un navigatore musicale: può portarti dove vuole, può sorprenderti o rassicurarti. E io ho scelto di giocarci».
Per la serata cover duetterai con Fiorella Mannoia omaggiando Ornella Vanoni con “Domani è un altro giorno”. Come nasce questa scelta?
«L’omaggio nasce dalla stima profonda per Ornella. Lei rappresenta un modo teatrale di vivere la musica, un manifesto artistico. Io non ho mai avuto la fortuna di incontrarla, ma ho sempre avuto uno sguardo da ascoltatore. Fiorella invece ha uno sguardo doppio: artistico e umano. Conosce la persona oltre l’icona. Mi piaceva l’idea di unire queste prospettive in un brano che, secondo me, racconta perfettamente l’identità di Ornella. Sarà un momento speciale».
Hai definito “Prima o poi” una testa d’ariete per il nuovo progetto discografico. Possiamo dire che il concept del disco sarà emotivo più che tematico?
«Sì. Volevo creare una colonna sonora completa. Non solo una canzone che accompagna un momento, ma un intero film emotivo. Mi sono chiesto: se cammino con le cuffie nelle orecchie, quali scene voglio immaginare? Dove entrano i ballerini? Dove inizia a piovere? Dove cambia la luce? Ho costruito un piano sequenza emotivo, quasi un musical della vita quotidiana. Il filo che lega le tracce non è tanto tematico quanto sensoriale. È un percorso emotivo che ti accompagna scena dopo scena».