Michele Bravi: “Ho sempre amato la musica che nasce dalla dimensione teatrale” – INTERVISTA
A tu per tu con Michele Bravi per parlare del nuovo disco “Commedia musicale”, disponibile da venerdì 17 aprile 2026. La nostra intervista al cantautore
Michele Bravi torna con un lavoro ambizioso e fuori dagli schemi. “Commedia musicale”, in uscita il 17 aprile, è un album che rompe i confini tradizionali del pop per abbracciare un immaginario teatrale fatto di ironia, contraddizioni e racconto quotidiano.
Prodotto dallo stesso artista insieme a Carlo di Francesco, il disco si compone di undici tracce che si muovono tra suggestioni sinfoniche, aperture orchestrali e momenti più leggeri e ballabili, dando vita a una vera e propria “tragicommedia” musicale. Un viaggio che prende forma tra i già noti “Popolare”, “Prima o poi” e “Genitore 3”, e che si sviluppa come una narrazione fatta di personaggi, emozioni e scene sospese tra realtà e immaginazione.
Con questo progetto, Michele Bravi immagina la vita come un musical continuo, in cui anche i gesti più semplici diventano racconto. Un equilibrio sottile tra spontaneità e scrittura, tra imperfezione e autenticità, che restituisce un disco profondamente umano. In questa intervista, l’artista ci accompagna dentro il suo universo creativo, tra teatro, musica e una visione del mondo che mescola poesia e autoironia.
Michele Bravi racconta l’album “Commedia musicale”, l’intervista
Già prima di Sanremo ci avevi anticipato qualcosa, ma ascoltando “Commedia musicale” è chiaro fin da subito il concept emotivo, sonoro e lessicale. Quando e come hai maturato la forma di questo progetto?
«È un disco a cui ho pensato per tanti anni, ma non ero ancora pronto, artisticamente, a concepirlo davvero. Io ho sempre amato la musica che nasce dal teatro, quella dimensione in cui tutto diventa racconto, anche il dialogo più semplice. Anzi, ti dirò: a me piacerebbe che nella vita si cantasse sempre. L’idea è nata proprio da lì, da quella sensazione che hai quando cammini con le cuffie e ti immagini dentro un musical, con il faro puntato addosso e i ballerini dietro. Mi sono chiesto: cosa succede se porto la commedia musicale, che è un linguaggio teatrale, dentro la scrittura pop? Questa è la mia risposta. Poi sarà il pubblico a dire se funziona oppure no».
Nel descriverlo hai parlato di un incontro tra mondi diversi: Broadway e teatro di burattini, il colto e il popolare. Nel “girare questo film”, c’è stata più progettazione o improvvisazione? Più scene ripetute o più “buona la prima”?
«Direi molto più “buona la prima”. La commedia, storicamente, nasce come linguaggio popolare, spontaneo. E io avevo bisogno di quella naturalezza. Sono uno che tende a riscrivere molto, a lavorare tantissimo sui testi, ma qui ho fatto il contrario: ho lasciato anche delle imperfezioni, delle ruvidità, perfino errori grammaticali. Perché volevo mantenere quel tono colloquiale, umano, quasi parlato. Questo disco sta a metà tra operetta e rivista, contiene tanti linguaggi diversi, e proprio per questo aveva bisogno di spontaneità».
Nel presentare l’album hai detto: “Questo disco contiene canzoni felici. Scusate”. Ci sono anche momenti ballabili, fino alla chiusura con “Insuccesso”, che vira verso la disco music. In questo multiverso un po’ alla “La La Land”, ti è venuta voglia di ballare almeno nella tua testa?
«Nella realtà è impossibile, non ne sono in grado, ma nella mia testa ballo tantissimo! Mi piaceva l’idea della contraddizione: chiudere un disco con una parola come “insuccesso” e poi farlo su una base disco dance, completamente opposta a quello che ti aspetteresti. È un po’ la storia del protagonista del disco, che rincorre qualcosa di grande, quasi come Don Chisciotte con i mulini a vento, ma il risultato è sempre un po’ storto. Però è tenero, è umano. È quella goffaggine che ti fa dire: non è perfetto, ma gli vuoi bene lo stesso».
In tal senso, “Genitore 3” è il tuo nuovo singolo, in cui rifletti su una figura che definisci “la più inadeguata per antonomasia”. Quali riflessioni hanno ispirato questa canzone?
«È uno dei brani più autobiografici del disco, perché sono in una fase della vita in cui la genitorialità è diventata una domanda. Non so se avrò un figlio, ma già il fatto di chiedermelo mi sorprende. Per scriverla ho parlato molto con mia madre, che mi ha avuto a 21 anni. E oggi, avendo più o meno quell’età, mi chiedo: ma come hanno fatto? Ho capito che forse l’unico modo per essere genitori è improvvisare, fare del proprio meglio con quello che si ha. È una cosa che guardo con grande tenerezza. Allo stesso tempo, è anche un tema sociale: io oggi legalmente non posso diventare genitore. E allora mi chiedo: è giusto che una scelta così intima non dipenda da me? Non ho una risposta, ma credo che farsi le domande sia già un inizio».
Per concludere, questo disco sembra muoversi tra poesia e autoironia, mentre il mondo attorno a noi è attraversato da tensioni e contraddizioni fortissime. Non pensi che anche la realtà, in un certo senso, sia diventata una forma di esasperazione continua?
«Sì, con una differenza enorme: quando esasperi davanti a un pianoforte nasce lo spettacolo, quando succede nella realtà nasce il terrore. Quello che stiamo vivendo oggi, se fosse un film, sarebbe quasi una commedia, forse anche divertente. Ma nella vita reale è un incubo. Io mi guardo intorno e penso: se me l’avessero raccontato non ci avrei mai creduto. Persone che decidono da sole le sorti del mondo, senza limiti. Nella creatività questa libertà è meravigliosa, perché significa immaginazione senza freni. Nella realtà, invece, diventa pericolosa. Perché la libertà finisce dove inizia quella degli altri… e oggi, chi ha il potere, sembra averlo dimenticato».