Michele Merlo: “Il mio obiettivo? Far emozionare la gente” – INTERVISTA

A tu per tu con il giovane cantautore vicentino, attualmente in promozione con il singolo “Aquiloni

Tempo di nuova musica per Michele Merlo, talentuoso artista che ha da poco pubblicato l’inedito “Aquiloni” (qui la nostra recensione), brano che ha colpito per la sua semplice forza emotivo-comunicativa. Lo abbiamo incontrato all’Apollo Club di Milano, poco prima della sua esibizione sul palco di Spaghetti Unplugged, rassegna che unisce la tipica dimensione live all’improvvisazione e allo spirito di una jam session, coinvolgendo l’attenzione del pubblico molto più di tantissimi altri contesti dal vivo.

Ciao Michele, benvenuto su RecensiamoMusica. Ci troviamo all’Apollo Club di Milano per la rassegna Spaghetti Unplugged. Innanzitutto come stai?

«Sono molto emozionato, è sempre bello suonare le canzoni davanti alla gente. Ho già suonato a Roma per Spaghetti Unplugged in passato, è un’esperienza che mi ha lasciato tante buone vibrazioni. Sono super contento di essere qui».

Tra poco riabbraccerai il tuo pubblico, so che viene da tutta Italia…

«Sì, ci sono persone che sono venute apposta dalla Sicilia. Sai, a volte me lo chiedo anch’io, vivo sempre questo stato in cui non riesco a capire l’effettivo potenziale delle canzoni, ogni tanto mi interrogo sul perché qualcuno possa prendere un aereo per sentire me cantare, ma poi mi rendo conto che farei lo stesso per Vasco Rossi, per cui posso comprendere chi fa degli sforzi per andare a sentire chi vuole bene».

Come descriveresti il tuo rapporto con i social network?

«Cerco di rispondere sempre a tutti, penso sia una prerogativa dell’artista riuscire a mantenere un contatto con le persone, preferisco sempre farlo di persona, mi piace mantenere un contatto per quanto possibile fisico con chi mi segue, un abbraccio non costa nulla, mentre attraverso i social è tutto molto più liquido».

Non possiamo non parlare del tuo ultimo singolo “Aquiloni”, un pezzo che ha toccato il cuore di molti. Te l’aspettavi una reazione così positiva e calorosa?

«In realtà mi aspettavo una risonanza maggiore, perché è una canzone che ho scritto in pochissimo tempo, non ha avuto troppe revisioni, ho voluto tenerla com’era, una sorta di racconto, quasi una preghiera. Penso sia arrivato il messaggio di speranza, una cosa che a me manca in questo momento».

Qual è stato il valore aggiunto che sono riusciti a donare al brano i due producer Federico Nardelli e Giordano Colombo?

«Con Fede abbiamo un rapporto continuativo da anni, da quando era ancora a Roma e realizzava produzioni più piccole. Sono entrambi due grandissimi professionisti, sicuramente hanno saputo coniugare quello che volevo io a livello testuale con delle scelte stilistiche e musicali molto forti. Il risultato è semplice ed abbastanza classico, non ci siamo spremuti il cervello per fare cose complicate».

A proposito del brano hai dichiarato: “Non è una canzone che salverà la musica italiana, ma sicuramente ha salvato la mia”. Cosa intendevi esattamente?

«C’è sempre la pretesa di voler lasciare il segno nella musica, il proprio graffio nei brani. A me personalmente dei graffi e dei segni frega veramente poco, mi basta vedere la gente emozionarsi, sono fatto così, non ho il desiderio di lasciare un marchio indelebile nel tempo».

Il tuo percorso è molto interessante perché nasci Michele Merlo, ad un certo punto diventi Mike Bird, ti trasformi improvvisamente in Cinemaboy, per poi ritornare Michele Merlo. E’ decisamente un’analisi un po’ spicciola, ma tu come lo descriveresti il tuo percorso?

«Bipolarismo schizofrenico (ride, ndr). Al di là di alcune ingenuità discografie principalmente mie, ho voluto scindere le cose, la parentesi prettamente televisiva di Mike Bird, il progetto in inglese con Cinemaboy e quello attuale in italiano con il mio vero nome, a livello di consapevolezza mi sembrava normale tornare a utilizzare il mio nome reale, senza dovermi inventare niente».

A proposito di consapevolezza, credi di aver raggiunto il giusto equilibrio tra chi sei e chi vorresti essere?

«Sono onesto, non lo so. Mi piace vivere la musica come una continua esperienza che ti permette di mutare, lo considero uno dei pochi campi nell’ambito dell’arte che ti dà la possibilità di farlo. Sono aperto a qualsiasi tipo di cambiamento, sempre nei limiti della coerenza progettuale. Oggi ho una consapevolezza molto più solida, sento di avere davanti una strada più importante rispetto a prima».

Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo prossimo futuro? Quali sono i progetti in cantiere?

«Guarda, il progetto è sempre quello di continuare a scrivere canzoni che parlano dei cazzi della gente. Questo è il mio obiettivo, se riesco a realizzarlo posso andare a letto sereno. Personalmente mi sento vittima dei movimenti musicali, non lo nego. Ad un certo punto mi sono reso conto che mancavano canzoni che ti parlano di determinate cose, che ti dicono di vivere quasi come un comandamento, per cui ho deciso di intraprendere quel tipo di via».

Per concludere, dove e a chi ti piacerebbe arrivare con la tua musica?

«Ragiono molto a step, innanzitutto mi piacerebbe avere un bel tour di una decina di date sold out nei club piccolini da trecento persone, poi da lì è tutto un dire. Non guardo mai ai numeri, bensì mi interessa la reazione che prova chi mi ascolta, perché è quella che mi fa andare a letto sereno oppure no».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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