Analisi sulle conseguenze socio-discografiche del Covid-19, in questa estate senza (o con pochi) concerti

Scendere a patti con il distanziamento sociale, chissà per quanto tempo dovremo ancora familiarizzare con questo termine. La nostra quotidianità è stata letteralmente stravolta dal virus, molti di noi si stanno già abituando a questa nuova condizione, alcuni avvertono la mancanza di una certa interazione umana, altri ancora hanno allentato le misure di sicurezza e sono tornati a condurre una vita “normale”, in barba al buon senso. In una situazione nuova e complicata come questa non c’è un giusto metodo comportamentale, di sicuro l’inosservanza delle norme è oltremodo sbagliata, in un vano e stupido tentativo di rimozione che non porta da nessuna parte, se non verso un susseguirsi di situazioni che potrebbero riportarci nel pieno dell’incubo.

Tra i vari settori colpiti, a risentirne in modo significativo è la musica live e, di conseguenza, tutta la discografia nazionale. Ho cercato di pensare al perché e ho focalizzato la mia attenzione su un semplice ragionamento, chiedendomi: “se il Coronavirus fosse arrivato venti o trenta anni fa, avrebbe causato gli stessi problemi in termini discografici?”. La risposta è no, all’epoca l’intero sistema era ancora supportato dalla vendita dei dischi, mentre oggi i concerti detengono il monopolio degli introiti economici, sia per le multinazionali che per le etichette indipendenti. Una serie infinita di decisioni grossolane prese senza mostrare interesse nei confronti del mondo dell’arte, ci hanno portato a questa situazione, a dipendere totalmente dalle tournée, quando fino a poco fa l’intera industria si auto-sostentava anche grazie ad altre entrate.

Tecnici, musicisti e maestranze si ritrovano costretti a lanciare appelli, a chiedere l’intervento del Governo, questo a causa di inadempienze messe in atto dai discografici, manager, amministratori delegati e personaggi che avrebbero dovuto tutelare gli interessi dell’intero settore, non soltanto i propri. Ma l’Italia è quel fantastico posto in cui la politica ci insegna a fregare il prossimo, a non pensare alle conseguenze globali delle nostre azioni, così ci ritroviamo a fare i conti con una gestione approssimativa e mediocre che, a partire dall’inizio del nuovo millennio, ha ridotto la discografia in ginocchio, che non si dica sia stato il Covid, perché non è affatto così. Gli errori sono molteplici, una matassa difficile da sbrogliare, l’avvento di Internet è stata di certo una svolta epocale, in primis a causa della pirateria, all’epoca chi stava seduto su quelle poltrone non ha intuito minimamente la forza del digitale, bensì ha continuato per anni a puntare sulle vendite fisiche, fino a quando non sono nate una serie di piattaforme esterne che hanno svalutato l’arte, proponendola a 9 euro e 90 centesimi al mese, tipo “all you can eat”, svuotandola del suo reale valore.

E se le discografiche fossero corse ai ripari in tempo creando delle proprie piattaforme? Probabilmente non ci troveremmo in questa condizione, preoccupante non solo dal punto di vista economico ma anche socio-culturale, perché la musica è sempre più trattata come intrattenimento e non come una forma d’espressione artistica. Per almeno un decennio i social network e il digitale sono stati lavorati male, così come anche i talent show, in un primo tempo snobbati dalle etichette e poi diventanti un pozzo da saccheggiare fino all’ultima goccia. Se la pandemia fosse scoppiata negli anni ’80 o ’90, l’industria avrebbe potuto continuare tranquillamente a vivere con l’acquisto degli album, anzi avrebbero avuto sicuramente un ruolo centrale in questo difficile momento, naturalmente attraverso canali di consegne a domicilio più moderni, invece di puntare ancora sulla vecchia e obsoleta distruzione nei pochi negozi di dischi rimasti aperti.

Una volta che viene svalutato un prezzo è difficile far capire al pubblico che un cd ha un valore economico di XX euro, quando andando sul telefonino può goderne a prezzi modici in quantità illimitata, se non in maniera del tutto gratuita. Pensate agli sms, all’inizio erano a pagamento e costavano un salasso, poi sono arrivate promozioni che con un costo prepagato te ne regalavano 100 al mese, poi 100 a settimana, poi 100 al giorno, fino ad arrivare ad oggi con la messaggistica istantanea che li ha letteralmente superati, roba che i millennials non sanno nemmeno di cosa stiamo parlando. Ecco, le canzoni non possono e non devono fare la fine degli sms. Perché i live prima del virus funzionavano ancora? Perché i prezzi dei biglietti non si erano mai svalutati, anzi rispetto al passato erano anche aumentati, ma la gente paga per qualcosa che ha un valore ben preciso, non per qualcosa che può avere gratis con altre formule. Pensare a un futuro di live solo in streaming equivarrebbe alla fine di tutto, perché poi arriverebbe puntuale la pirateria digitale, comincerebbero a proporci tre spettacoli al prezzo di uno, poi un abbonamento mensile e buonanotte ai suonatori, ciaone a tutti quanti.

Rieducare il pubblico al concetto di costo di mercato (qui una nostra precedente analisi) è un’impresa ardua, quasi impossibile, specie in tempi di crisi, ma è l’unica soluzione per poter dare un futuro all’arte musicale, nel nostro Paese ma non solo. Se qualcuno non ci illumina dobbiamo farlo da soli, maturando una nuova consapevolezza quantomai necessaria, soprattutto quando tutto ripartirà davvero e torneremo a piangere, a commuoverci, a tenerci per mano mentre il cantante di turno intona sul palco una delle nostre canzoni preferite. Questo è qualcosa che non ha prezzo e non possiede un preciso valore economico, non c’è moneta che possa coniare l’emozione. Sia chiaro, il consumismo ha colpito praticamente tutti i settori, ma perché lo sport riesce a fidelizzare più della musica? Non permettiamo che l’arte diventi totalmente fluida, appelliamoci alla nostra coscienza e riflettiamo durante questa estate, che sarà così diversa e inedita. Non abituiamoci alla mancanza della musica, ma desideriamola e cerchiamola attorno a noi, nel suono della natura o nelle cuffiette del nostro smatphone, non importa il luogo… importa come.

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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