Nico Arezzo: “La musica è una forma di dialogo che faccio costantemente con me stesso” – INTERVISTA
A tu per tu con Nico Arezzo per parlare del tour in partenza e dell’ultimo disco “Non c’è fretta”, fuori dallo scorso 23 gennaio. La nostra intervista al cantautore siciliano
Nico Arezzo è pronto a portare in tutta Italia il suo nuovo disco “Non c’è fretta”, fuori per Take away Studios con distribuzione Artist First, realizzato con il contributo di Nuovo Imaie. Il “Minchia che Tour 2026” è uno spettacolo pensato fin dall’inizio per la dimensione live, che riunisce i brani d’album pubblicato lo scorso 23 gennaio con quelli del precedente “Non c’è mare”.
Il tour si presenta così come uno spazio collettivo in continua evoluzione, pensato per restituire sul palco tutta l’energia e le sfumature del progetto. Di seguito le date in calendario.
- 12 MARZO – MILANO @ ARCI BELLEZZA SOLD OUT
- 13 MARZO – TORINO @ MAGAZZINO SUL PO SOLD OUT
- 19 MARZO – BOLOGNA @ LOCOMOTIV CLUB SOLD OUT
- 20 MARZO – ROMA @ LARGO VENUE
- 21 MARZO – CONVERSANO (BA) @ CASA DELLE ARTI
- 3 APRILE – PALERMO @ I CANDELAI
- 4 APRILE – CATANIA @ ZŌ
- 6 APRILE – RAGUSA @ BAM
- 10 APRILE – RENDE (CS) @ MOOD SOCIAL CLUB
- 11 APRILE – LIVORNO @SMÀNIA FESTIVAL
“Non c’è fretta” arriva dopo un anno molto intenso. Come si è sviluppato il processo creativo di questo album?
«Il processo creativo di “Non c’è fretta” è stato completamente nuovo, e per questo stimolante rispetto al primo, e rispetto a qualsiasi cosa che abbia mai fatto, anche perchè avevo poco tempo per farlo, e c’era tutta la fretta del mondo. Mi sono chiuso una decina di giorni in una foresta, in Sila, in Calabria, per scrivere, comporre, arrangiare, tutto quanto. Volevo stare in un posto senza tempo e distrazioni, per ascoltarmi un po’ di più. Ammetto che è stata tosta, sia positivamente che negativamente, perché le emozioni erano esaltate. La tristezza era nera, mentre la felicità era eccitazione totale, però sono comunque riuscito a fare tutto. Tutto tranne un brano, che mi sono portato avanti fino alla fine. Dopo questa fase mi sono spostato in una campagna vicino a Garda assieme ai musicisti della mia band, che sono tutti miei amici, perché volevamo vivere insieme per registrare gli strumenti e sostituirli ai suoni analogici che avevo utilizzato all’inizio. Sono stati quindi quattro/cinque giorni interessanti, perchè poi mi sono messo ad editare e a limare i dettagli di tutto l’album. Quindi possiamo dire che a livello creativo, il poco tempo è stato d’aiuto per quello che è il tema centrale dell’album».
Dal punto di vista tematico, quali pensieri e quali riflessioni hanno ispirato le tracce?
«Dal punto di vista tematico sono tutti pensieri e storie che vengono dai miei occhi, dal mio punto di vista. Un filo rosso che collega tutto l’album c’è, ed è proprio l’osservare tutto ciò che ho attorno, osservare che tutto corre ad una velocità elevatissima, e rendermi conto che anche io vado alla stessa velocità. Non c’è fretta è un consiglio che mi dò da solo, anche perchè, per esperienza personale, ho capito che tutto in qualche maniera si risolve. Le cose si possono tranquillamente fare, non dico stando fermi (conoscendo comunque l’importanza del fermarsi), ma andando un po’ più piano. Questa è una cosa che secondo me di brano in brano si può percepire. Quindi direi che il tempo, la fretta, la distanza (dalla Sicilia), o come un artista emergente viene trattato sotto questo punto di vista, sempre dal mio punto di vista, è ciò che mi hanno ispirato per il disco».
A livello di musicale, invece, che tipo di lavoro c’è stato dietro la ricerca del sound da dare a questo disco?
«A livello musicale c’è una ricerca più importante rispetto al primo album, perchè “Non c’è mare” è una raccolta di brani ai quali abbiamo cercato di dare dei colori simili. Non c’è fretta è nato tutto, o quasi, nello stesso momento. Si sente quindi un filo conduttore più grande tra le tracce. Ho ricercato suoni della tradizione, ho scoperto il Bouzouki e dei suoni armonici tipici siciliani che ho utilizzato in tutto il disco. Poi registrando coi musicisti tutti i brani, tutti insieme, in pochi giorni, si percepisce come in ogni traccia ci sia una ricerca e uno studio sicuramente avanzato rispetto al primo album. È più interessante, che poi piaccia o meno, credo comunque che si riesca a percepire che ci sono delle componenti più complesse che però cercano di mostrarsi semplici».
La Sicilia è una presenza costante, silenziosa ma viva. Che ruolo ha oggi nella tua scrittura: rifugio, ferita o bussola?
«Secondo me la Sicilia è proprio tutte e tre: rifugio, ferita e bussola. Rifugio perchè lo diventa inevitabilmente quanto tutto va ad una velocità diversa dalla mia e si rischia di perdersi. Quando ci si perde, e sono in un posto lontano da ciò che ha caratterizzato tutta la mia vita prima di spostarmi, diventa certezza tra tutte le cose. È una cosa che c’è, esiste, è lì ferma, ci sono le vie, i vicoli, e ogni volta che torno vado ad esempio a salutare il fruttivendolo che mi fa sempre le stesse domande. Tutto rimane identico. La ferita invece si sta rimarginando. In passato era difficile immaginarmi distante, però adesso è diventata una bellissima cicatrice».
Diversi i featuring in scaletta, c’è stato un criterio nella selezione degli ospiti da invitare? Cosa accomuna gli artisti presenti?
«I feat esattamente come nel primo album hanno in comune il fatto di essere miei amici. Sono tutte persone che stimo al di fuori dell’ambiente musicale, e per me è un criterio importantissimo. Amo passare del tempo con loro per scrivere i pezzi. Addirittura per i feat con Ainé e Luryyn, sono andato a casa loro per scrivere insieme da zero. Con gli altri purtroppo non siamo riusciti, per motivi logistici e di tempo, però sono persone a cui voglio bene, che stimo e coi quali mi piace passare del tempo senza parlare di musica. Questo per me è fondamentale, per poi riuscire ad aprire quel cassetto e “sporcarsi” a vicenda, rendendo tutto ancora più interessante proprio appunto per questa stima e l’affetto che viene prima del mondo della musica».
Dal vivo porterai questo disco in giro per l’Italia con il Minchia Che Tour 2026. Che tipo di esperienza vorresti far vivere a chi verrà sotto il palco?
«Sicuramente porterò ciò che ha caratterizzato “Non c’è tour” e “Forse c’è un tour”, perché voglio che il pubblico provi quante più forme emotive possibili: rabbia, felicità, tristezza. Voglio che si esca dal concerto con una lista di pensieri totalmente distanti tra di loro. Per questo la scaletta è importantissima. Sono curioso di come la complessità musicale di questo secondo album possa venire nel live, perchè live è sempre un’altra storia, e vedremo come verrà percepita dal pubblico. Quest’anno il tour si arricchisce di due nuove figure chiave, un fonico e una ragazza, che si uniscono stabilmente alla squadra e completano la formazione che mi accompagnerà in ogni data: Ilaria “Boba” Ciampolini (synth, cori e percussioni), Edoardo Vilella (tastiere), Vincenzo Messina (batteria) e Dave Paulis (basso)».
Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver imparato dalla musica fino ad oggi?
«Dalla musica non credo di aver imparato una lezione, ma di conoscermi sempre di più. Più vado all’interno di pensieri musicali, più scrivo brani, più mi interesso a quello che voglio comunicare, più realmente capisco cosa voglio comunicare al di fuori della musica, cosa mi piace e cosa no. È una forma di terapia, di dialogo che faccio costantemente con me stesso, nonostante non si faccia spesso. Sembra una cosa egoriferita, ma non lo vuole essere. In questa maniera vengono fuori dei pensieri che tutti sanno di avere, dai problemi ai pensieri felici, ma non ci si ferma a pensare. La musica mi da la possibilità di fissare questi ragionamenti e pensieri che ho, e questo è molto interessante, perchè mi stimola nella ricerca delle altre persone. Ascoltare musica di altre persone in questo modo mi rende curioso di capire cosa c’è dietro, chi sono veramente le persone che ci sono dietro. Dalle canzoni si può davvero percepire una persona. Una cosa che mi ha insegnato la musica è che se si riesce a stare attenti alle espressioni, a come gestiscono le mani, si riesce a capire meglio cosa c’è dietro».