Nino Ferrer, il ricordo del poliedrico artista italo-francese
A ventotto anni dalla morte, il ritratto di Nino Ferrer: una voce tra Italia e Francia, un’anima jazz e una carriera segnata dal desiderio di libertà
Ci sono artisti che il tempo consegna alla memoria attraverso una manciata di canzoni. E poi ci sono quelli che, dietro quelle canzoni, nascondono un universo molto più grande. Nino Ferrer appartiene senza dubbio alla seconda categoria. A ventotto anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 13 agosto 1998 a Montcuq, in Francia, ricordiamo un musicista eclettico, curioso, inquieto e profondamente difficile da incasellare.
Nato a Genova nel 1934 con il nome di Agostino Arturo Maria Ferrari, da padre italiano e madre francese, Ferrer cresce tra culture differenti e sviluppa fin da giovane una curiosità intellettuale che lo accompagnerà per tutta la vita. Dopo la guerra si trasferisce in Francia, dove studia alla Sorbona, dedicandosi a lettere e filosofia e approfondendo anche discipline come l’etnologia e l’antropologia. Ma è soprattutto la musica a conquistarlo.
Durante gli anni degli studi si avvicina al jazz, suonando il basso in formazioni amatoriali e poi professionali, e sviluppa una passione che rimarrà sempre alla base della sua identità artistica. Prima ancora di diventare il personaggio popolare che il pubblico italiano avrebbe conosciuto attraverso la televisione, Ferrer è dunque un musicista con una solida cultura musicale, innamorato del rhythm’n’blues e delle sonorità afroamericane.
Il successo arriva però attraverso una strada apparentemente molto diversa. Nel 1966, in Francia, esplode con “Mirza“, canzone ironica e irresistibile costruita attorno alla ricerca disperata di un cane scomparso. È l’inizio di una stagione di grandi successi: “Les Cornichons”, “Oh! Hé! Hein! Bon!”, “Le Téléfon”, “La Rua Madureira” diventano brani popolarissimi e trasformano Ferrer in un volto familiare dello spettacolo.
Anche in Italia il suo nome diventa rapidamente sinonimo di canzone divertente, orecchiabile e fuori dagli schemi. Arrivano “Agata”, “La pelle nera”, “Viva la campagna” e altri brani destinati a entrare nell’immaginario collettivo. Il problema è che quella stessa popolarità finisce per diventare una gabbia.
Nino Ferrer non si riconosce fino in fondo nel personaggio costruito attorno alle sue canzoni più leggere. L’immagine del cantante ironico e scanzonato non riesce a contenere la complessità di un artista che continua a guardare al jazz, al blues e alle contaminazioni internazionali. E così, mentre il pubblico lo associa soprattutto ai grandi successi televisivi, lui cerca nuove direzioni.
Ferrer sperimenta il progressive rock, il funk, il folk-rock e il rock psichedelico, allontanandosi progressivamente dalle formule dello yéyé e dalla musica commerciale. Gli album diventano più personali e ambiziosi, talvolta spiazzando proprio quel pubblico che lo aveva consacrato.
Anche il suo rapporto con l’Italia passa attraverso il Festival di Sanremo. Ferrer partecipa a tre edizioni consecutive: nel 1968 con “Il re d’Inghilterra“, presentata in coppia con Pilade; nel 1970 con “Re di cuori“, insieme a Caterina Caselli; nel 1971 con “Amsterdam“, in abbinamento con Rosanna Fratello. Tre esperienze che raccontano un altro capitolo della sua presenza nella canzone italiana, sempre sospesa tra popolarità e ricerca.
Nel 1975 arriva un altro grande successo internazionale, “Le Sud”. Ma anche questa volta il risultato commerciale non riesce a colmare la distanza tra l’artista che Ferrer sente di essere e quello che il pubblico vede. È a quel punto che la sua insofferenza verso il mondo dello spettacolo diventa sempre più forte. Nino Ferrer decide gradualmente di allontanarsi dai meccanismi dell’industria musicale, lasciando spazio ad altre passioni. Si ritira in parte dalla scena e si dedica alla pittura, alla vita di campagna e a una dimensione più privata.
È una scelta radicale, perfettamente coerente con un uomo che per tutta la carriera aveva cercato di sottrarsi alle definizioni. Nino Ferrer, del resto, non è mai stato soltanto il cantante di “La pelle nera” o “Agata“. Era un autore capace di muoversi tra linguaggi differenti, un musicista con una profonda formazione jazz, un intellettuale curioso e un artista che considerava la libertà creativa più importante della popolarità.
Negli anni Novanta, dopo la pubblicazione di una compilation dedicata ai suoi successi, torna a incontrare il favore del pubblico. Pubblica nuovi album e torna a esibirsi dal vivo, recuperando in parte quel rapporto con la musica che aveva messo da parte. Ma la sua storia personale rimane segnata da una forte inquietudine. Il 13 agosto 1998, a Montcuq, in Francia, Nino Ferrer si toglie la vita dopo un periodo di profonda depressione seguito alla morte della madre, evento del quale si sentiva responsabile.
Aveva composto oltre duecento canzoni, attraversando generi, Paesi e stagioni musicali con una libertà rara. Una produzione che oggi permette di rileggere la sua figura andando oltre il personaggio popolare costruito negli anni Sessanta. Resta così il ritratto di un uomo complesso, sensibile, romantico, ironico e spesso arrabbiato con un mondo nel quale faticava a riconoscersi. Un artista che ha conosciuto il successo e ne ha intuito presto anche i limiti, scegliendo più volte di cambiare strada invece di ripetere una formula vincente.