Nomadi

A tu per tu con il popolare gruppo emiliano, reduce dalla pubblicazione del loro ultimo album “Solo esseri umani

Nel firmamento della musica italiana brilla e risplende sempre di luce nuova la stella dei Nomadi, gruppo che tra due anni compirà ben cinquantotto di carriera. Longevità a parte, la loro storia non ha bisogno certo di presentazioni. In occasione del Premio Ravera, in scena a Tolentino lo scorso 4 settembre, abbiamo avuto modo di incontrare il tastierista co-fondatore Beppe Carletti e la voce della band Yuri Cilloni.

Ciao ragazzi, benvenuti. Ragazzi lo dico volutamente, perchè la musica mantiene sempre giovani. Ci troviamo a Tolentino per il Premio Ravera 2021, una bella occasione per ritrovarci dal vivo. Dopo quello che abbiamo passato, che significato attribuite a questa ripartenza?

«E’ un po’ come tornare a vivere, per chi fa la nostra professione non è stato semplice. La musica è arte, non intrattenimento. Il nostro settore è stato un po’ massacrato in questo ultimo periodo, siamo tra quelli che hanno pagato sicuramente il prezzo più alto. Tornare dal vivo anche con i concerti è stato bellissimo, anche se la gente è seduta e ti sorride con gli occhi, fa assolutamente piacere. Piano piano stiamo tornando alla vita».

Gianni Ravera è stato un protagonista indiscusso della discografia italiana. Beppe lo hai conosciuto, che ricordo hai di lui?

«Nel 1971 è stato lui a volerci per la prima volta a Sanremo, era una persona che sapeva fare il suo lavoro e penso abbia insegnato il mestiere a tanti. Una volta al Festival ci si andava solo con un bel background alle spalle e con tanti dischi venduti, gli sconosciuti non li prendevano perchè non facevano audience».

E qual è stato il rapporto dei Nomadi negli anni con il Festival di Sanremo? Perchè, in realtà, non annoveriamo tantissime partecipazioni…

«Non è stato mai un grande rapporto, forse perché, come suggerisce il nostro nome, noi siamo un po’ uno spirito libero. Detto questo, non abbiamo mai disdegnato un invito a Sanremo, anzi, la consideriamo la più grande manifestazione musicale che c’è in Italia. In cinque giorni fai una promozione che può andare bene per tutto l’anno, questo bisogna tenerlo in considerazione».

Yuri, ci fai un bilancio di questi primi quattro anni in questa grande famiglia dei Nomadi?

«Positivo sicuramente, è stata una bellissima sorpresa, perchè non immaginavo di poter arrivare in una situazione del genere. Ho trovato un bellissimo gruppo, una famiglia. Poi, chiaramente, ci sono stati questi ultimi due anni che ci hanno tagliato un po’ le gambe a tutti. Ma ci stiamo riprendendo alla grande, essendo un gruppo giovane abbiamo un grande futuro davanti (sorridono, ndr)».

A proposito di giovani, in questi ultimi anni si sono formate diverse band, i ragazzi stanno tornando a riunirsi e a suonare insieme, proprio come si faceva una volta. Pensiamo ai Maneskin, ma anche a tanti gruppi che in tutto il mondo stanno riprendendo in mano gli strumenti. Cosa ne pensate di questo ritorno alla musica suonata?

«Ci sembra una bella cosa, perchè fino a poco tempo fa questa non era un’epoca di gruppi. E’ giusto che i ragazzi possano esprimersi insieme, non solo chi canta, ma anche chi suona. La vittoria dei Maneskin è qualcosa di positivo, perchè da la spiata a tanti ragazzi per fare musica insieme. L’importante è rispettarsi reciprocamente, in tanti anni ne abbiamo visti di esempi di frontman che hanno mollato la propria band. Alla fine si rimane fregati in due».

Lo scorso aprile è uscito il vostro ultimo album “Solo esseri umani“, quali elementi e quali caratteristiche vi rendono orgogliosi di questo progetto?

«Il fatto di aver avuto la possibilità di guardarci bene dentro, abbiamo avuto il tempo di elaborare la situazione e di inserirla in qualche modo nelle canzoni. Ci sono pezzi che parlano di sofferenza, di distacchi forzati, di abusi di potere e di tante altre cose. In più c’è un ricordo speciale in memoria di Augusto Daolio scomparso ventinove anni fa, un brano a cui teniamo parecchio che si intitola “Il segno del fuoriclasse”».

Per concludere, prendendo in prestito il sottotitolo di questa rassegna, vi chiedo: una canzone è davvero per sempre?

«Assolutamente sì, tante canzoni sono per sempre. La musica ci accompagnerà per il resto della nostra vita».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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