A tu per tu con la giovane cantautrice venete, attualmente in radio con il singolo intitolato “Geisha

Tempo di nuova musica per Jessica Passilongo, in arte Normal, fuori con l’inedito “Geisha”, disponibile in rotazione radiofonica e sulle piattaforme digitali a partire dallo scorso 3 gennaio. Tanta sperimentazione e tanta ricerca per questo brano che prende spunto da sonorità asiatiche, grazie all’utilizzo dell’erhu, anche detto violino cinese, che ci trasportano in una dimensione onirica e orientale. Un brano importante che affronta l’attualissima tematica dell’amore interrazziale, con la giusta dose di leggerezza. In occasione di questa interessante pubblicazione, abbiamo incontrato l’artista veneta per approfondire la sua conoscenza.

Ciao Jessica, partiamo dal tuo nuovo singolo “Geisha”, che sapore ha per te questo pezzo?

«Direi che “Geisha” ha un sapore decisamente dolce, con una punta di piccante, un po’ come il cioccolato al peperoncino. Racconta infatti di un amore giocoso, tenero e travolgente, che definirei però anche “innocentemente malizioso”. L’amore in “Geisha” non è visto come un sentimento sublime e troppo “zuccheroso” e neppure come pura sessualità e “piccantezza”, ma è piuttosto quella giusta combinazione tra i due che porta a voler immergersi completamente nella cultura dell’altra persona, con pura curiosità e leggerezza. Inoltre nello stesso modo in Geisha si esprime la mia idea di sensualità della donna, spogliata di ogni volgarità, seppur comunque esplicita». 

Dal punto di vista testuale, hai voluto raccontare l’amore in maniera piuttosto leggera e divertente. Da cosa sei stata ispirata?

«L’idea di “Geisha” nasce da alcuni ricordi che risalgono a quando ero bambina: nel mio piccolo paesino era arrivato un ragazzino straniero in vacanza e io, folgorata da un colpo di fulmine e senza nemmeno avergli mai parlato, gli avevo scritto una letterina (mai inviata). Ho scelto di reinterpretare quell’esperienza utilizzando l’immagine della geisha perché al contrario dell’immaginario comune, era un’artista e il suo nome significa proprio “persona versata nelle arti”, perciò il significato secondario della canzone rimanda al desiderio di dedicarsi completamente, anima e corpo, alla musica». 

A livello musicale, invece, a cosa si deve la scelta di questo tipo di sonorità?

«Quando scrivo un nuovo brano parto spesso dall’improvvisazione vocale e sperimentando anche con i suoni dell’ehru, ho creato la scala discendente che è diventata poi il ritornello di “Geisha”. Visto che mi ricordava una melodia asiatica da qui è nata l’idea del tema nipponico e appunto della figura della Geisha. Inoltre ho voluto che ci fosse un lungo bridge non solo per dare respiro alla canzone ma anche per dare l’idea di un amore che parte da un sospiro timido fino a crescere e a sfociare nell’ultimo ritornello, il quale rappresenta la vera dichiarazione d’amore e di totale abbandono all’altra persona». 

Cosa avete voluto trasmettere attraverso le immagini del videoclip diretto da Tommaso Puleo ed Elia Menon?

«Volevamo iniziare il videoclip mostrando chi era la vera Geisha nel passato, ovvero una ragazza colta e volta alle arti. Le immagini estemporanee di questa geisha mentre suona e accarezza il violino, come se ne fosse innamorata, sottolineano che l’amore per l’arte è sublime e resisterà sempre nel tempo. La storia principale invece è ambientata in un futuro distopico in cui le persone sono serie e rigide e cercano lo svago in una realtà virtuale alla quale si accede attraverso un visore. In questa realtà alternativa le persone sono libere di divertirsi e vivere nuove esperienze, ed è proprio in questo contesto che si sviluppa l’attrazione tra le due protagoniste di diversa etnia. Nel senso più letterale questa storia racconta di un amore interrazziale e giocoso ma il vero significato del video è che in un mondo senz’arte sentiremmo il bisogno di evadere e inevitabilmente ci innamoreremmo di essa». 

Facciamo un salto indietro nel tempo, quando e come hai scoperto la tua passione per la musica?

«Credo che la mia passione per la musica sia nata insieme a me, tramandata dalla mamma. Fin da piccola cantavo in ogni momento e, crescendo, la cosa non è cambiata. Ho iniziato a 10 anni a studiare chitarra per potermi accompagnare e per approcciarmi per la prima volta alla composizione, poi a 13 anni mi sono iscritta all’Accademia Superiore di Canto di Verona, su consiglio del mio professore delle scuole medie. Lui avendo intuito la mia grande passione, oltre ad avermi spinto a studiare, mi ha dato anche la possibilità di fare la mia prima esperienza in studio di registrazione. La soddisfazione di cantare e poi risentire le proprie canzoni è stata straordinaria, un momento che non dimenticherò mai e mi ha fatto innamorare ancora di più della musica. Oltre ad aver studiato canto per molti anni, parallelamente ho conseguito la laurea in Neuroscienze e Riabilitazione Neuropsicologica che io chiamo “il mio piano B”. Nonostante la neuropsicologia mi affascini molto, infatti, sento che non mi soddisfa appieno perché la mia passione per la musica è più forte e non posso far altro che seguirla al cento per cento. La musica è stata sempre presente nella mia vita e la mia passione negli anni non se n’è mai andata, anzi, è cresciuta». 

Quali ascolti hanno segnato e influenzato il tuo percorso?

«La mia classifica è molto variabile e ampia perché sono la classica persona che quando trova una canzone che la emoziona sul serio la ascolta fino allo sfinimento. E’ come essere innamorati e non averne mai abbastanza. Di canzoni importanti per me ce ne sono sempre state tante, e a loro modo mi hanno tutte lasciato un segno. Una canzone però che per me è stata una folgorazione quando ero piccolina è “C’è tutto un mondo intorno” dei Matia Bazar. Oltre a rimanere totalmente rapita dalla voce di Antonella Ruggero, questa canzone nella mia innocenza mi ha fatto capire che fuori dalla mia stanza c’era un mondo bellissimo in cui potevo credere, e che se avessi lavorato sodo mi avrebbe ripagato di tutta la fatica. Solo Dio sa quante volte l’ho cantata (e quanto i  miei vicini di casa l’abbiano di conseguenza odiata……). Altre canzoni che mi hanno segnata sono state “Hide and seek” degli Imogen Heap e nell’ultimo periodo “Chandelier” di Sia e “When the party is over” di Billie Eilish, per la loro originalità e forza espressiva». 

A cosa si deve la scelta del tuo nome d’arte?

«Ho pensato a lungo al mio nome d’arte e non è stato facile trovarlo. Non trovavo nulla che sentissi mio e che mi rappresentasse veramente. Capire chi si è non è facile. Un giorno, parlando di questi dubbi con un mio caro amico, è uscito questo nome. Mi ha detto: “Perchè non Normal? Tu sei normale, una ragazza con una passione, come tante, ma sei anche un’artista e gli artisti non lo sono per definizione. E poi cos’è normale al giorno d’oggi? Non è facile definirlo”. Questa conversazione è stata una rivelazione, ho sentito il nome subito mio, e sapevo di aver trovato quello giusto finalmente».

Con quale spirito ti affacci al panorama discografico? Come valuti l’attuale scenario musicale italiano?

«Il panorama discografico attualmente sta vivendo una fase di cambiamento, e come in ogni momento di innovazione vi sono aspetti positivi e negativi. La quantità enorme di musica che viene prodotta unita al calo delle vendite dei supporti fisici porta comprensibilmente chi fa discografia a puntare su prodotti “sicuri” perché già conosciuti e simili a quelli già presenti, per far breccia nel pubblico nel minor tempo possibile. Ho cercato di avvicinarmi al panorama discografico italiano con un prodotto mainstream ma che richiama molto i suoni internazionali e si apre alle sperimentazioni con coraggio e con coerenza con la mia personalità artistica. Essendo consapevole che molto pubblico cerca l’autenticità e l’originalità la speranza è che con un po’ di fortuna e con l’aiuto di qualcuno che creda in me io possa arrivare al pubblico che ha voglia di novità e che si potrebbe rivedere nelle mie sonorità». 

Sogni nel cassetto e buoni propositi per il prossimo futuro?

«Il mio sogno, che è anche un proposito per il prossimo futuro, è quello crescere come artista, arrivando magari a fare tournée in tutta Italia, e perché no, se devo sognare in grande, anche nel mondo. Inoltre vorrei passare più tempo possibile a comporre e registrare le mie canzoni, perché quando sono in studio di registrazione sento di essere esattamente dove dovrei e trovo una felicità e pace indescrivibili».

Per concludere, dove e a chi ti piacerebbe arrivare con la tua musica?

«Per me la musica è un filo diretto che collega alle emozioni. Spesso sento che è come se avessi una sorta di blocco che mi fa rendere conto di avere qualcosa che non va, ma in maniera poco chiara perché i sentimenti che provo sono latenti, “in sottofondo”. La musica mi aiuta a capire queste sensazioni, a comprenderne l’origine, a risolvere i conflitti interni e a trasformarli in qualcosa di positivo. In questi momenti la musica per me diventa un vero e proprio bisogno, e so che tutti noi prima o poi sperimentiamo questi sentimenti. L’obiettivo per un artista secondo me è quello di far emozionare le persone e di conseguenza di arrivare a chiunque ascolti a cuore aperto». 

© foto di Elia Pavani

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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