Orlando: “Canto la vita che voglio ricordarmi quando sarò vecchio” – INTERVISTA
A tu per tu con il giovane cantautore in occasione dell’uscita del nuovo disco “Finché siamo giovani”, pubblicato lo scorso 9 ottobre 2026. La nostra intervista a Orlando
Orlando ha rilasciato il nuovo album “Finché siam giovani”, fuori da venerdì 9 ottobre per Carosello Records / Triggger. Un disco di cantautorato pop che raccoglie storie e quotidianità della banda, ossia il gruppo di amici, nonché collaboratori, con cui l’artista condivide giornate, session e bevute al bar da oltre un anno. In primis, i produttori Etta (Emanuele Cotto) e Macs (Massimo Barberis) e il chitarrista Sic (Simone Panero), che hanno preso parte attivamente alla realizzazione del disco e dell’immaginario che racconta.
Il risultato sono dodici canzoni che cantano la vita, quella dei giovani ragazzi di periferia che scorrazzano tra le strade di città per guadagnarsi da vivere e rincasano al pub di fiducia per incontrarsi con gli amici, prima di archiviare la giornata. Uno slalom tra le preoccupazioni degli adulti, con un’inesauribile voglia di godersi la giornata. Ecco cosa ci ha raccontato.
Il disco si chiama “Finché siam giovani”. Come nasce questo titolo e che cosa rappresenta per te?
«“Finché siam giovani” è la prima frase di un canto popolare che la famiglia da parte di mia mamma cantava in diversi momenti della vita. Conoscevo questo canto fin da piccolo, ma era rimasto ben nascosto tra i miei ricordi. Negli ultimi due anni, riscoprendo parte del mio passato e della mia famiglia, è riaffiorato e ha dato senso a tante cose del mio presente».
Che momento della tua vita fotografano queste nuove canzoni?
«La vita che voglio ricordarmi quando sarò vecchio!»
Quanto hai dovuto scavare nel profondo e quanto è stato difficile mettere in musica le parti più personali della tua storia?
«Io la vivo come una missione. Fa paura, è oggettivamente complesso e devastante a livello emotivo, anche perché ti ritrovi completamente senza scudi, esposto e vulnerabile. E quando arrivano le critiche, per quanto faccia parte del mestiere, la botta la senti. Ma alla fine è una figata, perché ti basta incontrare anche una sola persona che vive le cose esattamente come te e all’improvviso non sei più solo. La tua musica diventa un’esperienza condivisa e il vissuto di uno trova dei riflessi nella storia personale dell’altro».
Nel disco ci sono diverse canzoni d’amore, da “Da quando ci sei te” a “La cometa di Halley”. Come è cambiato il tuo modo di raccontare l’amore nel tempo?
«Penso che non sia mai cambiato nel tempo. Ogni volta che provo a parlare d’amore, mi rendo conto di non saperne niente. Forse è proprio questa la sua forza più grande: riuscire a vincere contro la matematica della vita».
Per realizzare l’album hai lavorato con Etta, Macs, Sic. Che cosa hanno portato al progetto e quanto è stato importante il loro supporto?
«Sono stati indispensabili per me. Il suono che c’è e la direzione che ha preso questo album arrivano tanto da me, quanto da loro. Se suona da paura, è anche grazie al loro talento! Ma, soprattutto, è stata una fortuna enorme poter condividere con loro le canzoni e la mia vita».
Quando e come ti sei avvicinato alla musica? E’ stato un colpo di fulmine o un processo di accettazione più graduale?
«Un colpo di fulmine che mi ha preso in pieno. Il prete della mia parrocchia mi aveva regalato la sua chitarra e, da lì, ho iniziato a costruire il mio mondo alternativo. Grazie, Don!»
Quali ascolti e quali artisti hanno accompagnato la tua crescita?
«Da Ligabue a Vasco, da Dalla a Battisti, dal pop rock americano degli anni 2010 all’it-pop del 2016, dal folk di Bob Dylan al country degli ultimi cinque anni».
Per concludere, cosa ti auguri che il pubblico porti con sé dopo aver ascoltato “Finché siam giovani”?
«Mi auguro che rimanga loro dentro la voglia di sentirsi più leggeri e capiti, e che si portino con sé il desiderio di buttarsi, mettersi in gioco e provare a essere “irresponsabilmente” se stessi».