Osaka Flu: “Una canzone, tra le bugie, è quella che mente di meno” – INTERVISTA
A tu per tu con gli Osaka Flu in occasione dell’uscita del loro nuovo album, intitolato “Lasciateci divertire”. La nostra intervista al trio aretino
“Lasciateci divertire” segna il ritorno degli Osaka Flu, a sei anni di distanza dall’ultimo lavoro “La strana famiglia”. Il disco è un grido di tre ragazzi di Arezzo che, attraverso il denso lavoro di tredici brani da ascoltare dall’inizio alla fine, rivendicano il diritto sacrosanto al divertimento e alla sperimentazione, fuggendo dalle logiche frenetiche dell’industria musicale contemporanea.
Il titolo è un omaggio esplicito ad Aldo Palazzeschi, poeta e scrittore tra i padri del Futurismo italiano: con la sua celebre poesia “E lasciatemi divertire” (1910), Palazzeschi rispondeva ai critici che non comprendevano la sua nuova arte fatta di suoni e nonsense, rivendicando la libertà di gioco contro la seriosità dell’accademia. Allo stesso modo, gli Osaka Flu trasformano questa suggestione in una dichiarazione d’intenti contemporanea: un atto di ribellione sociale contro un mondo dove tutto deve essere utile, monetizzabile e produttivo.
Registrato a Roma presso lo studio di Valerio Fisik, il disco vede la band abbandonare la “presa diretta” per una cura certosina degli arrangiamenti, dando vita a brani che spaziano dal punk-rock al synth-pop, dal post-punk fino a esperimenti rap, code psichedeliche e atmosfere dance. Gli Osaka Flu hanno voluto sperimentare generi diversi, muovendosi liberamente tra le loro influenze senza badare troppo ai confini. Con quindici anni di attività alle spalle, la band aretina mette al centro l’urgenza espressiva rispetto alle logiche di mercato.
A sei anni dal precedente lavoro, tornate con “Lasciateci divertire”: Come si è svolto il processo creativo di questo lavoro e cosa rappresenta per voi?
«É stato un lungo silenzio, segnato dal covid. In quel momento non è stato facile trovare l’ispirazione, abbiamo dovuto scavare e ritrovare il senso di quello che stavamo facendo. Le atmosfere dell’album rispecchiano quel periodo, con le sue storture. Un album di tredici pezzi è una scelta folle sia dal punto di vista creativo che del mercato musicale, abbiamo sofferto molto nella fase produttiva. Questo disco però è stata anche l’occasione per creare nuove connessioni e nuove collaborazioni ed è propio questa la parte davvero arricchente del percorso. Per noi il disco rappresenta il periodo della pandemia e quello immediatamente successivo, ci ricorda che siamo tre ragazzi che condividono la passione energivora e costosa di fare musica, ma è anche il rifiuto di una vita volta al lavoro e di una musica volta alla vendita».
Il titolo sembra quasi una rivendicazione: quanto è difficile oggi difendere il diritto al “divertimento” in un mondo che chiede continuamente produttività?
«Non è facile e spesso sono proprio le pressioni esterne che rendono il processo ostico. Anche per chi, come noi, è sostanzialmente fuori dal mercato musicale dei grandi numeri esiste una pressione sui risultati, anche noi siamo legati alle cifre delle condivisioni e degli ascolti, anche noi dobbiamo cercare di trovare spazio a suon di video promozionali e gestione dei social. Fare musica indipendente richiede sforzi e rinunce: significa passare serate e fine settimana, tra prove, concerti, scrivere testi, occuparci di produzione. C’è sempre una vocina che ti ricorda che potresti impiegare quel tempo fare altro, fare soldi o a masturbarsi, al limite, a scopare, come diceva Guccini. Però scrivere canzoni è troppo divertente ed emozionante e non potremo farne a meno».
C’è un filo conduttore, narrativo o musicale, che unisce in qualche modo queste tredici tracce?
«Il filo conduttore è raccontare quello che vediamo e sentiamo, descrivere il nostro mondo uscendo dalle logiche del gradimento e dei numeri, tirare fuori tredici canzoni senza pensare al genere musicale o al mercato discografico».
Dal punto di vista delle sonorità, che tipo di lavoro c’è stato in studio dietro la ricerca del sound da restituire a questo disco?
«Questa volta abbiamo deciso di provare a registrare separatamente. I dischi precedenti erano stati registrati in presa diretta. L’album è stato registrato a Roma da Valerio Fisik da Valerio Fisik, ci ha permesso di lavorare con più calma sugli arrangiamenti e sulla cura dei suoni, dando a ogni brano la veste che sentivamo più giusta e permettendoci di sperimentare molto di più. Anche cambiare Aria, registrare a Roma è stato un esperienza che ci a arricchito, soprattutto perchè ci siamo divertiti e ci siamo riempiti di carbonara».
Quali elementi e quali caratteristiche vi rendono orgogliosi di un disco come “Lasciateci divertire”?
«Appena il disco esce fuori inizi a trovare mille difetti e vuoi subito farne uno migliore, ma siamo orgogliosi di essere riusciti a fare un disco che dal nostro punti di vista è un avanzamento musicale e testuale rispetto ai precedenti. Speriamo di superare “Lasciateci divertire” con quello che verrà dopo».
Per concludere, guardando al vostro percorso, qual è la lezione più importante che sentite di aver imparato dalla musica fino ad oggi?
«Ti rispondiamo con le parole di una nostra canzone: una canzone non serve a niente è solo aria che sta tremando, una canzone tra le bugie è quella che mente di meno».