Paola Turci: “Sono nata interprete, oggi scrivo e canto le mie canzoni” – INTERVISTA
A tu per tu con la cantautrice romana in occasione dell’uscita del suo nuovo album “Amore a dismisura”, disponibile per BMG da venerdì 2 ottobre 2026. La nostra intervista a Paola Turci
Dopo sette anni di distanza dall’ultimo progetto, Paola Turci torna con “Amore a dismisura“, un album che mette al centro le contraddizioni dei sentimenti, il confine tra cura e possesso, fragilità e consapevolezza. Un lavoro nato dal desiderio di interrogarsi sul presente, ma anche un nuovo tassello nel percorso di un’artista che, dopo essere nata come interprete, ha trovato nella scrittura una forma sempre più personale di racconto.
Dieci brani, diverse firme e una voce che rimane il punto di incontro tra esperienze e sensibilità differenti. In questa intervista Paola Turci racconta la genesi di “Amore a dismisura“, il suo rapporto con la scrittura, il ritorno sul palco e quei ricordi di Sanremo che, ancora oggi, continuano a far parte della sua storia. Una storia ancora da vivere e da scrivere.
Paola Turci presenta il disco “Amore a dismisura”, l’intervista
“Amore a dismisura” nasce da una domanda più che da una risposta: ti sei interrogata sui confini dei sentimenti, sulle loro luci e sulle loro ombre. Cosa amplifica oggi questi contrasti e cosa li rende più evidenti rispetto al passato?
«Quello che canto e che racconto c’è sempre stato. Oggi, però, c’è molta più attenzione su questi temi anche perché sono aumentate le tragedie, sono aumentati i femminicidi e quando parliamo di amore finiamo spesso per parlare di relazioni che diventano tossiche. Io ci tengo molto a sottolineare che non si dovrebbe nemmeno accostare la parola “amore” a “tossico”, perché sono due concetti che non hanno affinità: l’amore è esattamente il contrario della tossicità. C’è quasi una dimensione cristiana nell’amore e non può quindi assumere la forma della violenza. Si è creata una confusione tale che siamo arrivati persino al punto in cui qualcuno, per ignoranza, pensa che la parola “femminicidio” debba essere abolita. E qui entrano in gioco altre questioni, come la differenza tra uomo e donna e il femminismo, che significa innanzitutto parità: parità di genere, parità di salario, parità di diritti. È un po’ attorno a queste domande che ruota questo disco».
Questo album nasce da una domanda, certo, ma sembra arrivare anche a dare delle risposte, attraverso i testi e soprattutto attraverso l’esempio, ovvero la cura che hai messo nella sua realizzazione. Cosa hai acquisito lavorando a “Amore a dismisura” e cosa lo rende speciale per te?
«Il fatto di averlo scritto, perché è così che concepisco oggi i miei dischi. Ho iniziato come interprete e negli ultimi anni sono tornata a fare semplicemente la cantante con i due spettacoli insieme a Gino Castaldo: il primo dedicato ai cantautori e il secondo alle grandi voci femminili che hanno fatto la storia del nostro Paese. Per me, quindi, arrivare a scrivere questo disco è un traguardo, perché non riesco più a prescindere dalle canzoni che canto. Mi piace essere interprete e qualche volta posso sentirmi perfettamente rappresentata anche da una canzone scritta da qualcun altro. È successo, per esempio, in questo album con “Miss”, scritta da Francesco Bianconi. Ha affrontato un tema che per me è importantissimo, che è appunto quello della violenza di genere. Avevo provato anch’io a scrivere una canzone sullo stesso argomento, ma quando ho letto come l’aveva scritta lui mi sono arresa. Ha centrato il tema nel modo giusto, con immagini molto forti e drammatiche».
La parola “dismisura” suggerisce qualcosa che eccede, che sfugge al controllo. Le relazioni possono trasformarsi in possesso e dipendenza, mentre trovare un equilibrio sembra sempre più difficile. In “E va bene così” parti proprio dal conflitto interiore: cosa ti ha spinto a guardare dentro questi due opposti?
«“E va bene così” è una sorta di invito a guardare le diverse parti di noi stessi, i nostri opposti, i rovesci della medaglia. Nel mio caso c’è una certa durezza, c’è del cinismo, ma non c’è aggressività e non c’è violenza. Ognuno di noi può interrogarsi su questo, mettendosi davanti allo specchio. Io affronto il lato oscuro e quello luminoso di noi stessi in maniera disarmata, senza giudicare né l’uno né l’altro. Anzi, sentendoli quasi alleati. È interessante perché è la parte fragile che si allea con quella più dura e le dice: “Io ho sempre avuto fiducia in te”. Ci si perdona per gli errori, perché anche la parte più forte può commetterli. Ma quella parte più forte deve arrivare in aiuto di quella debole, di quella sottomessa. Penso a tante donne e ragazze che sono vittime di oppressioni, violenze psicologiche e violenze verbali, che sono forme di violenza a tutti gli effetti anche quando non lasciano segni evidenti. A volte le ferite psicologiche rimangono per tutta la vita. E poi c’è la violenza economica. Quando si parla di violenza, spesso si pensa soltanto all’aggressività fisica o addirittura al femminicidio, mentre esiste tutta una filiera di violenze nascoste, invisibili, psicologiche. Sono violenze vere e proprie e possono essere molto subdole. Non possiamo più girarci dall’altra parte facendo finta che queste cose riguardino sempre gli altri, perché possono succedere ai nostri figli, alle nostre figlie, alle nostre amiche, alle nostre nipoti adolescenti. Non possiamo nascondere questa problematica enorme: è una piaga della nostra storia».
Visto che si avvicina un’altra edizione del Festival, vorrei tornare al tuo rapporto con Sanremo, che ha scandito la prima parte della tua carriera, poi una lunga assenza, il bel ritorno con “Fatti bella per te”, fino all’ultima partecipazione con “L’ultimo ostacolo” del 2019. Undici presenze sono un bel bottino. Come è cambiato negli anni il tuo rapporto con la kermesse?
«I primi cinque Festival sono stati uno di seguito all’altro e quattro di questi li ho fatti tra i giovani. In qualche modo questi cinque anni li racchiuderei in uno solo. All’inizio, quindi, avevo una visione un po’ distorta di Sanremo: per me era una trasmissione televisiva come un’altra. La mia casa discografica diceva: “Dobbiamo andarci”, e io rispondevo: “Va bene, andiamo”. Poi, a un certo punto, ho deciso che non volevo più farlo. Nel 1993, però, avevo scritto la prima canzone della mia vita e allora ho pensato: “Bene, adesso voglio andare a Sanremo”. E così è arrivata “Stato di calma apparente”, poi c’è stato l’incidente e nel 1996 ho deciso di tornare con “Volo così”. Nel 1998 ci sono andata soprattutto perché mi convinse la mia casa discografica, ma avrei potuto evitarla quella partecipazione. Di quell’edizione ricordo soltanto di aver incontrato Cher. Poi c’è stato “Saluto l’inverno”, nel 2001, scritto con Carmen Consoli, un periodo bellissimo di musica suonata. Dopo è arrivato un lungo silenzio: tanti concerti, tanti dischi, anche indipendenti, perché non volevo più una major che mi proponesse soltanto raccolte delle mie canzoni. Sono rimasta indipendente per diversi anni, poi sono tornata con nel 2017 con “Fatti bella per te”, nel 2019 con “L’ultimo ostacolo” e ho fatto due dischi con la Warner. Poi è arrivata la pandemia. E sono qua. Ho mille ricordi di Sanremo e mi piace sempre immaginare un nuovo Festival, anche solo per gioco. Non so nemmeno io se sia giusto che lo faccia ancora, ma sicuramente lo farei con uno spirito diverso e con disco come “Amore a disminsura”. Porterei sul palco quella che sono oggi».
Dopo l’uscita di “Amore a dismisura” tornerai dal vivo con i primi concerti a Milano e Roma. Tra le nuove canzoni, ce n’è una che non vedi l’ora di cantare per e con il tuo pubblico?
«È una domanda che mi sto facendo anch’io, perché non sono ancora riuscita nemmeno a suonarmi queste canzoni con la chitarra. Ce ne sono diverse che vorrei cantare dal vivo, ma devo ancora costruire la scaletta, anche insieme alle canzoni del passato. Voglio scegliere un po’ di sonorità e capire come mettere tutto insieme. Una cosa, però, la so: sarà un concerto suonato. Non ci saranno sequenze, forse ci sarà soltanto una registrazione. Sto pensando, per esempio, di inserire “Gesù di Michelangelo” con la voce di Farah in arabo, quindi ci sarà un piccolo campione. Ma devo ancora strutturare tutto quanto».
Per concludere, c’è un aspetto che non abbiamo affrontato e che ti rende particolarmente orgogliosa di “Amore a dismisura”?
«Ci tengo anche a dire che questo disco, per tre mesi, sarà disponibile soltanto in formato fisico. È una cosa che mi piace particolarmente: un ritorno nei negozi. Qualcuno mi ha persino chiesto: “Ma dove si compra?”. Le grandi catene stanno scomparendo e proprio per questo mi piace l’idea che, se vuoi questo disco, devi andare a comprarlo, avere uno stereo, un lettore, cercarlo e poi godertelo. Ci ho tenuto molto anche alla parte grafica: ho scritto tutti i testi all’interno della copertina, ci sono le fotografie e i ringraziamenti. I miei pensieri sono tutti lì. È un oggetto che ho voluto curare perché facesse parte dell’esperienza del disco».