Paolo Jannacci: “Scimmie ovunque? Un disco di riflessione dal cuore antico” – INTERVISTA

Paolo Jannacci

A tu per tu con Paolo Jannacci in occasione dell’uscita del nuovo disco “Scimmie ovunque”, disponibile dal 16 ottobre 2026 per Ala Bianca Records e distribuito da Warner/Fuga. La nostra intervista

Ironia, poesia e uno sguardo capace di raccontare le contraddizioni del presente senza rinunciare alla leggerezza. Venerdì 16 ottobre esce “Scimmie ovunque“, il nuovo album di inediti di Paolo Jannacci, pubblicato da Ala Bianca Records e distribuito da Warner/Fuga. Undici brani che intrecciano pop e cantautorato, melodie immediate e groove, storie quotidiane e riflessioni su temi scomodi, dal femminicidio alle morti sul lavoro, fino al politicamente corretto e all’autocensura. Un progetto che raccoglie l’eredità artistica di Enzo Jannacci senza rinunciare a una voce personale e a una sensibilità musicale contemporanea.

Tra la necessità di trovare le parole giuste, il valore dello sbaglio e il ruolo dell’artista come osservatore critico della società, il disco si muove tra provocazione e tenerezza, lasciando spazio anche a una dedica intima al padre, “Enzo, l’incrocio e tutto il resto“, e alla riscoperta di “Due gelati“, una canzone rimasta a lungo in ombra nel repertorio di Enzo. Abbiamo incontrato Paolo Jannacci per farci raccontare la genesi di questo secondo capitolo da cantautore, il significato delle sue “scimmie” e le storie che ha scelto di mettere in musica. Il risultato, nelle sue parole, è «un disco di riflessione dal cuore antico».

Paolo Jannacci racconta il disco “Scimmie ovunque”, l’intervista

“Scimmie ovunque” è il titolo del tuo nuovo progetto discografico. Si tratta del tuo secondo album da cantautore, dopo “Canterò”, uscito nel 2019. Prendendo spunto da una canzone di Caparezza, che qualche anno fa cantava che il secondo album è sempre il più difficile, ti chiedo: per te è stato altrettanto?

«Sì, è stato difficile, perché doveva essere un album di impatto, ma anche di crescita. Ci abbiamo messo tanto, e dico “ci” perché c’è Paolo Re, il mio autore, che mi ha accompagnato in tutti questi anni e con cui abbiamo creato tutti questi film, queste storie che poi siamo riusciti a convogliare in dieci brani. Volevamo dimostrare che non fosse un fuoco di paglia, ma che ci fosse una certa maturità di idee, anche difficili e importanti da esprimere, che fossero ben spiegate, ben cantate e ben raccontate. Quindi devo dare ragione al buon Caparezza: il secondo album è difficile, perché devi convincere. Se non hai convinto con il primo, a maggior ragione con il secondo devi essere convincente».

Particolarmente evocativo è il titolo che hai scelto, “Scimmie ovunque”, che è anche la title track e l’ultima canzone che avete composto con Paolo Re per questo disco. Da quale riflessione nasce il brano e cosa ti ha spinto a sceglierlo come titolo dell’album?

«Credo che già un anno fa, se non di più, avessimo deciso che si sarebbe dovuto chiamare “Scimmie ovunque”, perché questo titolo doveva essere il filo rosso che legava tutte le storie. Questa antropomorfizzazione dei miei fantasmi: sono queste scimmie, questa involuzione legata alla volontà di essere a tutti i costi egoisti e di legare l’egoismo alla rabbia, invece di evolvere verso l’empatia, la ricerca della bellezza, della verità, della riflessione e del rispetto verso gli altri. Tutte cose che si ottengono con un’evoluzione mentale, spirituale e armonica. Queste cose vengono a mancare perché c’è questa paura di involuzione, di un processo che potremmo definire “dal miniano al contrario”, anche se è troppo complicato dirlo. Alla fine, però, il titolo è rimasto questo. Noi cerchiamo di fare un pop folk dadaista, ma in questo caso rischiavamo di essere troppo dadaisti: bisognava dare un senso a queste scimmie. È uno dei brani che sono nati più velocemente: in cinque o sei giorni lo avevamo già registrato. Poi, per i mix, attenzione: ne abbiamo fatti cento, perché io sono pazzo e sono il terrore dei fonici!».

Nel testo di presentazione del disco scrivi: “Ho imparato da mio padre ad affrontare la signora Tristezza, facendola ridere e diventare solo allora una bella donna”. È un insegnamento importante, che forse non riguarda soltanto il tuo percorso personale, ma anche il compito dell’artista, soprattutto in un momento storico come questo. Che cosa ne pensi?

«Penso di appoggiare la tua idea. L’artista deve poter evidenziare emozioni, problematiche, questioni che meritano attenzione. Aggiungo che dovrebbe farlo con bello stile e con educazione, ma un’educazione legata proprio all’estetica, non a quella più bacchettona, se vogliamo intenderla in senso negativo. Parlo di un’educazione del linguaggio, della ricerca della parola giusta. L’italiano è una lingua splendida e tutto questo fa sì che l’artista abbia quasi un obbligo morale: impegnarsi affinché il proprio pensiero possa diventare fonte d’ispirazione».

Ad anticipare il disco è stato il singolo “Politically Topless”, insieme a Elio, nel quale affronti uno dei temi più discussi del nostro tempo: il politicamente corretto e l’autocensura. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

«È una mia reazione, poi diventata nostra, al fatto che su qualsiasi frase io abbia lavorato, anche nel primo disco da cantautore, mi sia posto subito dei paletti, chiedendomi se potessi o non potessi dirla. Già questo significa fare un’autocensura preventiva. Secondo me è sbagliato, perché influenza il nostro modo di esprimerci. Da un lato, interrogarsi sul modo in cui si dicono le cose può essere un esercizio di bello stile, un’occasione per trovare una forma nuova. Ma il fatto che tu ti chieda in anticipo se puoi parlare o meno di un determinato argomento è controproducente per il nostro modo democratico e liberale di convivere tutti insieme. Per questo abbiamo voluto cantarlo».

Al di là del politicamente corretto, qual è l’atteggiamento sociale di quest’epoca che trovi più sgradevole? C’è un comportamento o un pensiero comune che ti risulta particolarmente urticante?

«Faccio una critica a chi utilizza la possibilità di essere diretto per diventare eccessivamente diretto, violento e volgare. La volgarità ci sta, a un certo punto: quando devi mandare al diavolo una situazione o una persona, può capitare che sia giusto usare una parola più o meno volgare. Ma se la volgarità e la violenza espressiva diventano fini a se stesse, se si inanellano in un unico discorso che magari è anche povero, privo di significati, allora no: è una cosa che non accetto volentieri. Perché devo essere costretto ad ascoltare una bestemmia? Posso anche non essere credente, ma perché devi aggredirmi con qualcosa di fastidioso? Perché così crei un’attenzione particolare? Ecco, questo mi dà un po’ fastidio».

A proposito di tuo papà, la nona traccia del disco è “Enzo, l’incrocio e tutto il resto”, che hai descritto come una dedica commossa a un padre. Nella prima strofa dici: “Quattro cose che non ti ho ancora detto”. Pensi di essere riuscito a farlo con questa canzone?

«Sì, perché la difficoltà stava anche nel riuscire a scrivere un brano che potesse reggere determinati ricordi, qualcosa che non gli avevo ancora detto o raccontato. Parlava di mia figlia, di mia moglie, di come vedo ancora l’incrocio che ci ha visti insieme per tante avventure. Quando ho scritto la musica, ho capito che potevo dedicargli un brano, le mie emozioni e i miei racconti. Sono molto contento di averlo fatto, anche perché ho cercato di utilizzare un linguaggio moderno, con sonorità particolari che so che a lui sarebbero piaciute. Credo che gli avrebbe fatto piacere anche l’arrangiamento di Emiliano Bassi in “Due gelati”. Gli avevo chiesto di fare qualcosa di pop, bello, alla John Mayer. Quando me l’ha fatto sentire, ho pensato: perfetto, siamo a posto, non dobbiamo fare niente».

Vorrei parlare di Sanremo, perché nel corso degli anni hai ricoperto ruoli diversi: nel 1998 hai diretto l’orchestra per tuo padre con “Quando un musicista ride”, nel 2020 hai partecipato in gara con “Voglio parlarti adesso”, nel 2024 sei stato ospite con Stefano Massini per “L’uomo nel lampo”, che hai incluso in questo album, e quest’anno sei tornato per la serata delle cover con J-Ax, Cochi, Paolo Rossi, Ale e Franz sulle note di “E la vita, la vita”. Come hai vissuto, di volta in volta, quel palco?

«Sempre con questo fatalismo e con l’energia che arriva dalle tantissime variabili che esistono durante Sanremo. Ma soprattutto con l’energia che hai dentro e con il desiderio di esprimerti. Sono partito nel 1994 con la fisarmonica e “I soliti accordi”. Poi ho diretto l’orchestra nel 1998, ho diretto Gino Paoli, ho fatto anche il giurato di qualità e sono tornato come ospite, per esempio con Enrico Nigiotti, suonando il pianoforte. Ogni volta c’era qualcosa di diverso. Quando sei lì, senti il respiro degli altri, che tu sia un ospite o che sia in gara, come mi è successo nel 2020. Senti la voglia, il desiderio, l’angoscia e l’energia di tutti, che in qualche modo confluiscono in quello che devi fare sul palco e anche dopo. Il filo conduttore è sempre stato questo: usare la mia energia per il brano, per la storia che devo raccontare, e cercare di fare del mio meglio».

Per il prossimo Festival hai già qualcosa nel cassetto? C’è un brano che potrebbe trovare spazio sul palco dell’Ariston?

«Sì, senz’altro. Avevo già mandato due brani di questo disco, ma non avendo ricevuto nessuna risposta avevo paura di aspettare fino alla fine e rischiare di non essere considerato. Ho preferito far uscire l’album e lasciare che queste canzoni, che aspettavano già da tempo, potessero finalmente parlare e farsi sentire. Ma ho ancora un brano nel cassetto che, secondo me, è molto bello e cinematografico. Volendo, quindi, ci sarebbe».

Sette anni fa, in occasione dell’uscita di “Canterò”, avevi definito quel disco “un disco di canzonette dal cuore profondo”. Come descriveresti oggi “Scimmie ovunque”? Ti chiedo di trovare un titolo anche per questo nuovo capitolo.

«Questo è un disco di riflessione dal cuore antico».

Che cosa ti rende più orgoglioso e soddisfatto di questo lavoro? Che cosa ti fa dire: “Bravo, Paolo”?

«Il complesso delle storie, soprattutto quello dei testi. Mi piace la musica che abbiamo fatto e sono contento del lavoro con Paolo Re, con Stefano Massini, con Maurizio Bassi, con Emiliano Bassi e con tutte le persone che hanno collaborato. Ma sono soprattutto questi testi a rendermi orgoglioso: li trovo più profondi, più pensati, se vogliamo anche più adulti. È un termine che a volte mi spaventa, perché è un attimo passare dall’essere adulti a diventare anziani! Però sono testi che mi fanno piacere, perché mi hanno permesso di raccontare film e storie, a volte attraverso immagini, a volte anche difficili, persino orribili. È necessario uscire dalla prima traccia, che affronta la faccenda dell’ammazzare. Ma un artista, come dicevamo prima, ha quasi l’obbligo di far notare certe cose: il compito del giullare, come si diceva tanto tempo fa, era quello di raccontare al principe e ai suoi studiosi anche ciò che, a suo giudizio, non funzionava. E credo che questo sia ancora uno dei compiti dell’artista».

Scritto da Nico Donvito
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