Intervista all’autore veronese

Noi di ‘Recensiamo Musica’ abbiamo scelto di tornare a dedicare al mondo autorale italiano dei nostri giorni oggi una nuova serie chiacchierate a sfondo musicale. Oggi è la volta di Stefano Paviani, un artigiano delle canzoni che tanti successi ci ha regalato negli ultimi anni. Attraverso la sua creatività sono passati, negli anni, le voci di interpreti come Laura Pausini, Loredana Errore, Elodie, Marco Carta, Ivana Spagna, i Dear Jack e tanti altri…

In attesa di vederlo alle prese con un’iniziativa del tutto speciale che sveleremo nei prossimi giorni e che, oltre a lui, coinvolgerà altri suoi colleghi in un gioco divertente che abbiamo ideato vi lasciamo con questo veloce scambio di battute:

Ciao Stefano, è un piacere averti per la prima volta qui su Recensiamo Musica!

<<E’ un piacere mio essere qui con voi!>>.

Partiamo dalla strettissima attualità e, dunque, da “100 vite”, il brano che porta la tua firma e che ha segnato da poche settimane il ritorno discografico di Loredana Errore. Ha un valore particolare per te questo brano?

<<Si. Quando scrivi canzoni per altri interpreti non è sempre necessario che ogni volta si racconti un’esperienza che personalmente si ha vissuto perchè fare l’autore è un’arte sartoriale che prevede il raccontare attraverso le parole la storia di qualcun altro. In questo caso, però, ‘100 vite’ è una storia che io ho vissuto in prima persona: è stato un periodo particolarmente difficile della mia vita in cui sono riuscito a riprendermi per mano per vivere le altre 99 vite. Ci sono legate a doppio filo in tutto e per tutto. Loredana è stata molto brava a dare alla canzone una sua particolare interpretazione vocale: lei è molto particolare nel suo modo di cantare ed è stata molto coraggiosa nel mettersi in gioco con un brano che metricamente e melodicamente non era del tutto vicino al suo percorso>>.

Tornerei un po’ indietro nel tempo e, dunque, vorrei chiederti da dove nasce questa tua passione verso le sette note

<<Ho iniziato a strimpellare la chitarra che avevo 11/12 anni ma ho razionalizzato solo dieci anni dopo che l’esigenza di mettere in musica le parole che avevo dentro c’era fin da subito. Il percorso, poi, è stato abbastanza canonico perchè come fanno in tantissimi verso i 16 anni ho formato un gruppo di sette elementi: facevamo ovviamente le cover ma, quasi subito, abbiamo iniziato anche a proporre brani nostri ed ero io che, il più delle volte, mi trovavo a scrivere le melodie ed i testi>>. 

So che, però, hai iniziato anche ad insegnare nel frattempo

<<Esatto! Parallelamente ho iniziato ad esercitare la professione di docente di canto moderno che è stato sicuramente un modo per entrare nel mondo della musica. Nel frattempo ho provato anche un mio percorso cantautorale>>. 

Che cosa ne hai ricavato da quell’esperienza?

<<Ho sempre suscitato l’interesse di diversi addetti ai lavori ma tutti, pur non conoscendosi tra loro, mi ripetevano la stessa cosa>>. 

Cioè?

<<Che scrivevo molto bene ma che avevo una varietà di scrittura molto ampia il che costituiva un problema dal punto di vista di dover trovare un’identità discografica. Per questo tutti mi consigliavano di aprirmi all’idea dell’autorato per altri interpreti, una cosa che allora, per ignoranza, non sapevo nemmeno esistesse come possibilità. Per me, poi, quella scelta è stato un attraversare naturale una porta che la musica mi ha aperto: ho capito che la mia predisposizione mi portava in quella direzione e, di conseguenza, l’ho seguita in modo molto naturale e senza vederla come un ripiego>>.

Esiste, tra i brani che hai scritto, un pezzo che, in qualche modo, ti è rimasto nel cuore a prescindere dal successo che ha avuto? 

<<Si, ce ne è uno in particolare ed è “Amarsi non serve”, un brano che ha interpretato Francesca Miola per le selezioni di Sanremo Giovani. L’abbiamo scritto io e Zibba insieme durante il mio primo camp d’autore per Warner Chappel. Era il 2013 o 2014 ed ho un ricordo importante di quella canzone perchè era la prima volta che andavo in un grande studio in centro a Milano con degli autori grandissimi e ricordo che, fumando una sigaretta insieme, Zibba mi disse che avrebbe voluto scrivere qualcosa insieme. Ne è uscito quel pezzo molto particolare che è rimasto tanto tempo nel cassetto e che, poi, Francesca ha interpretato benissimo dandomi davvero una grande soddisfazione>>.

Nelle ultime settimane, a causa di questa situazione d’emergenza, anche voi autori siete stati costretti, in qualche modo, a vivere una vita un po’ falsata. Questo stato ha, in qualche modo, condizionato anche la tua creatività ed ispirazione non potendo far ricorso alla vita di tutti i giorni?

<<Personalmente mi ritengo un lavoratore nel senso provinciale del termine se vogliamo. Credo che l’ispirazione crei il metodo ed il metodo crei l’ispirazione e per questo non posso resistere più di 3 o 4 giorni senza scrivere da sempre. La reclusione in casa sicuramente non aiuta però in questo periodo ho lavorato a diversi progetti tra cui anche ad una colonna sonora per una serie televisiva che uscirà a giugno. In quel caso, avendo un copione ho potuto immergermi nel mondo della storia dimenticandomi il bisogno di dover trarre degli spunti da solo. Ho scritto anche dei brani per la discografia tradizionale e, in questo senso, ho avvertito invece la diversità di approccio ma ho cercato di ridimensionare l’atmosfera in casa per prendere il positivo della situazione>>. 

Per concludere Stefano, proviamo a ragionare insieme sul lungo periodo: il pop, che è il tuo mestiere, si è trasformato moltissimo negli ultimi anni ma verso dove stiamo andando?

<<Non lo so ma posso dirti che cosa non faccio: non seguo mai il trend perchè nel mentre che lo insegui è già in atto una nuova trasformazione. Non ha senso arrivare sempre e comunque secondi. Tra noi autori chi è riuscito per un periodo ad imporsi con un proprio stile ce l’ha fatta perchè ha capito perfettamente il campo nel cui era vincente prima che quel campo diventasse un trend. Credo profondamente nella contaminazione e nel fatto che se una formula non c’è per mettere insieme delle cose che apparentemente non hanno nulla a che fare tra loro bisogna semplicemente trovarla. Nello spettro del possibile, dunque, si tenta di far stare in piedi l’impossibile quando è richiesto di avere coraggio per affermarsi come novità. Per quanto riguarda il futuro credo che avremo presto bisogno di un ritorno agli strumenti veri ma non nel senso di un recupero del passato>>.

In che modo allora?

<<Con l’evoluzione che è fatta di modernità e di qualcosa del passato che viene rimesso dentro. Ultimo e Fasma ce lo stanno dimostrando in qualche modo. Chi capisce come reinserire gli strumenti veri nel pop senza cadere per forza nel rock ha una grande chance in mano a patto che non faccia sembrare il tutto il pop di vent’anni fa. La contaminazione con il rap dal punto di vista della melodia è davvero solo all’inizio secondo me e questo rende il nostro periodo uno dei più belli in cui sperimentare qualcosa di nuovo musicalmente>>. 

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Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci che possano accompagnarmi.

Di Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci che possano accompagnarmi.

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