Parole in circolo

I matti siamo noi quando nessuno ci capisce

La parola del mese di febbraio è DIVERSO, dal latino diversus, il cui significato è “volto altrove”. Se considerassimo questa parola a partire dalla sua etimologia ci renderemmo conto che ciò che riteniamo distante da noi, incompatibile, poiché diverso appunto, sta dunque solo guardando verso un’altra direzione.

Il 5 febbraio è stata la giornata mondiale dei calzini spaiati, molte sui social le foto di chi ha aderito all’iniziativa e ha trascorso la giornata indossando calzini di fantasie diverse. La proposta ha preso avvio undici anni fa, quando la maestra Sabrina di una scuola primaria di Terzo di Aquileia, ha deciso di spiegare ai suoi alunni l’autismo e la diversità, proprio partendo dai calzini. Un indumento, di taglia, colore e forme diverse ma che tutti indossiamo indistintamente, poiché si adatta ad ogni piede e, comunque sia fatto, rimane sempre un calzino. Tu, ovunque e in qualunque modo sia nato, con qualsiasi abilità e caratteristica, sei e sarai sempre un bambino, questo con estremo amore e un paio di calzini, raccontava la maestra Sabrina.

Questo episodio mi ha ricordato la mia maestra delle elementari, quando curiosi le abbiamo chiesto cosa fosse la dislessia, e lei per spiegarcelo ha ritagliato da un cartoncino rosso una b minuscola, ha iniziato poi a girarla fra le mani rapidamente, ribaltandola, dicendoci: “Ecco, alcuni di voi immediatamente sapranno dirmi che questa lettera in questa posizione è una P, ora è una d, ora una b, altri invece, comunque io la metta, sapranno già che questa può avere molti più significati, già la immaginano capovolta, ora di qua, ora di là… Cosa sono queste facce, non ci avevate mai pensato? Ecco magari questo può causare un po’ di confusione, ma ricordate che un bravo alunno non è colui che arriva per primo alla soluzione, ma colui che con impegno trova quella migliore“. Ah le maestre delle elementari, chissà se lo sanno, mentre ti spiegano la vita con parole semplici, che nessuno saprà mai più farlo allo stesso modo.

Mi sono sempre ripromessa nella mia scrittura di non essere mai troppo autobiografica, ma questo tema mi spinge proprio a raccontare un altro aneddoto. Avevo solo 15 anni ed era il mio primo anno da animatrice quando, in oratorio, il don di allora mi chiese di occuparmi di un ragazzino autistico. Io di autismo non ne sapevo nulla e probabilmente 6 anni fa, se ne sapeva molto meno di quanto non se ne sappia oggi. L’incarico inizialmente mi è molto pesato.

Il ragazzino, Willy, biondo e con gli occhi azzurro ghiaccio, era impaurito da me, aveva sempre lo sguardo perso e per 5 settimane di oratorio mi è sembrato non considerasse minimamente i miei sforzi di farlo giocare con gli altri bambini. Mi sentivo persa, avrei voluto essere parte del suo mondo, avrei voluto che cercasse di far parte del mio. Mi chiedevo se stavo agendo nel modo giusto: non lo forzavo mai, mi sedevo accanto a lui, rispettando la distanza di cui aveva bisogno e lo osservavo, a volte gli parlavo, era il mio modo di sentirmi utile, mentre gli altri bambini giocavano insieme sotto il sole. Willy era contento così. L’ultimo giorno di oratorio estivo, c’era una partita di palla guerra, tutti giocavano, io ero con Willy, nelle settimane precedenti avevo capito che adorava le caramelle e allora ho deciso di promettergli un pacco di caramelle, se avesse giocato anche solo 5 minuti con gli altri bambini, ovviamente Willy non mi ha considerata e ha continuato a giocare da solo, nel suo mondo. Un po’ avvilita sono andata a bere un sorso d’acqua, mentre ero al rubinetto sento gridare dal campo il mio nome da parte del mio capo squadra “Sophia, Sophia, Willy sta giocando!”. Non potete immaginare la mia gioia, Willy in mezzo al campo con gli altri bambini, ma allora non ero una nullità per lui, mi aveva sempre ascoltata, si era fidato di me. Il senso di quelle 5 settimane e un po’ della mia missione, l’ho capito in quell’istante: quel compito tanto difficile, al quale sicuramente non avevo atteso nel migliore dei modi, per me ha trovato piena realizzazione in quel momento. Willy era sempre stato solo “volto da un’altra parte” e per un istante, avevamo guardato entrambi nella stessa direzione, a metà tra le due. Penso che quel venerdì pomeriggio io abbia imparato la più grande delle lezioni sulla vita, io ero diversa da Willy, ma potevo imparare a osservare il mondo con i suoi occhi, perché lì vi era una bellezza che ancora non conoscevo.

Mi sono dilungata, ma questi episodi della mia vita, come tanti altri hanno una colonna sonora, in questo caso “Ti regalerò una rosa” di Simone Cristicchi. La canzone vincitrice di Sanremo 2007, racconta di una lettera mai spedita da un manicomio.

Ti regalerò una rosa, una rosa rossa per dipingere ogni cosa, una rosa per ogni tua lacrima da consolare e una rosa per poterti amare”. La rosa è un regalo semplice, tanto quanto le caramelle di cui ho parlato, e anche in questo caso è per ora solo una promessa, la promessa di amore e di consolazione. “Ti scrivo questa lettera perché non so parlare, perdona la calligrafia da prima elementare”, questa frase esprime pienamente un’incomunicabilità, ma anche il desiderio di colmare questa distanza e poi la richiesta di perdono per una mancanza. Perdonami per come scrivo, potrei non soddisfare le tue aspettative, è qualcosa di molto dolce e triste al contempo, se si hanno messaggi d’amore da mandare, a chi importa veramente il modo in cui si esprimono?

Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura” questa frase è molto forte e difficile da digerire, sottolinea quanto l’essere umano da sempre fatichi a riconoscere le diversità come punto di forza. Personalmente mi spaventa l’idea di una società dei “sani” che emargina chi non lo è. Ma poi chi sono i sani? Quelli che stanno al passo con la frenesia e la crudeltà del nostro mondo? Non sono forse malati? “Punti di domanda senza frase, migliaia di astronavi che non tornano alla base, pupazzi stesi ad asciugare al sole, apostoli di un Dio che non li vuole” tutte frasi che riconducono ad anomalie, che esprimono un senso di vuoto, di nullità, che proviene da chi è emarginato, non capito e senza apparente motivo, lasciato solo. “I matti siamo noi quando nessuno ci capisce, quando pure il tuo migliore amico ti tradisce” questa frase è per me la sintesi dell’intero brano e dell’intero articolo, la canzone racconta di un manicomio, io ho cercato di raccontare la diversità. Proviamo ad immaginarci per un solo istante, condannati tutta la vita a doverci sentire come ci sentiamo in quelle rare occasioni in cui ci concediamo di piangerci addosso, perché nessuno ha compreso il nostro malumore, perché siamo stati traditi da chi amiamo, quando ci sembra che nessuno guardi nella nostra direzione, io personalmente crollerei, questo per dire che così si sente chi facciamo sentire diverso.

Che non debba più esistere una giornata che tuteli le diversità, perché possiamo essere in grado di riconoscerci tutti diversi, unici e meravigliosi, anche perché chi oggi riteniamo diverso sta solo guardando in un’altra direzione.

Non serve nemmeno che ve lo dica, mentre nel nostro emisfero siamo convinti che nel mondo sia giorno e guardiamo verso il sole, chi guarda dalla parte opposta può vedere le stelle, che forse sono anche un panorama migliore.

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Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

By Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

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