Parole in circolo

Sì ma io non sono come te

La parola del mese di giugno è proteggere, dal latino protegere, part. pass. protectus, pro: avanti e tegere: coprire, coprire prima, prendere la difesa.

Appresa la notizia della scomparsa di Carla Fracci, danzatrice italiana, che non avrebbe bisogno di presentazioni, definita dal New York Times “prima ballerina assoluta”, avvenuta lo scorso 27 maggio, non ho potuto fare a meno di interessarmi alla sua biografia. Il padre Luigi Fracci, era stato un sergente maggiore degli alpini in Russia, mentre sua madre era un’operaia. La guerra li aveva obbligati a trasferirsi in campagna, presso l’abitazione della nonna materna e al ritorno, il padre si era reinventato bigliettaio presso l’azienda tranviaria di Milano.

A Carla fu subito permesso di ballare, aveva una naturale inclinazione che notarono tutti, eppure non posso fare a meno di paragonare i suoi grandi sogni al pragmatismo delle occupazioni dei genitori. Per ricordarla, a pochi giorni dalla sua scomparsa, a Milano, un tram si è fermato poco distante dal Teatro alla Scala, suonando, così come faceva il padre per salutarla quando passava da lì.

Ho pensato alle preoccupazioni dei genitori, alla loro tendenza a voler appunto coprire le spalle ai propri figli prima ancora che ne abbiano effettivamente necessità. Il mondo della danza, le attività artistiche in generale, sono realtà molto precarie. Siamo tutti affascinati dai racconti di chi ce l’ha fatta, la spettacolarizzazione di giovani ragazzi che partono con una chitarra e tanti sogni sono all’ordine del giorno. In certi ambiti, in cui come direbbe Gianni Morandi, “Uno su mille ce la fa”, si ha la terribile paura di essere uno fra quei 999, insoddisfatti o non ripagati dei sacrifici fatti.

È fortunato chi ha la possibilità e la forza di non farsi fermare dalle paure degli altri, la paura è un meccanismo salva vita, intendiamoci, se non avessimo paura non scapperemmo da fiamme che divampano o da un mare troppo agitato, ma può anche tarpare le ali, può immobilizzare le gambe e gli slanci verso le proprie ambizioni. Spesso chi ci circonda si proietta in noi, spesso a farlo sono gli adulti, che sono cresciuti, che ci sono passati, che hanno vissuti diversi dai nostri ma che sembrano non riconoscerlo gettando su di noi le proprie preoccupazioni. Per non farci essere uno di quei 999, senza accorgersene stanno già decidendo per noi che non saremo mai nemmeno quell’1.

La canzone che oggi mi sento di accompagnare a queste riflessioni è “Scatole” dei Pinguini Tattici Nucleari facente parte del loro CD “Fuori dall’hype”. È un brano autobiografico, scritto dal frontman della band, Riccardo Zanotti, che racconta la sua giovinezza, i suoi sogni troppo grandi, le parole dure dette con troppa leggerezza, di un padre preoccupato.

Mio padre ha sempre fatto il muratore
odia chi si lamenta, chi sta zitto, gli ottimisti.
Ha sempre poco tempo per l’amore
E tutte le altre cose inventate dai comunisti

Nella prima strofa ci viene presentata la figura del papà del cantante, rispetta lo stereotipo di un uomo che ha duramente lavorato tutta la vita, che non conosce tempo per il riposo, per attività che non portino un guadagno materiale. Forse non è nemmeno vero che non ha tempo per l’amore, tutti abbiamo tempo per quello, semplicemente ora che è adulto vede l’amore con tutta la concretezza che manca a chi si sta innamorando. Per lui amore è lavorare, preoccuparsi che tutti stiano bene, abbiano materialmente ciò che li può far stare bene, chissà di quanti sogni si è privato, di quanti è stato privato.

Il suo diploma da geometra sta appeso in soffitta da vent’anni
In una teca polverosa
E da piccolo sognavo anch’io di avere
Una teca che dicesse che so fare qualche cosa

Ecco gli occhi ammaliati e i sogni grandi di un bambino piccolo, che stima enormemente i suoi genitori, in questo caso suo padre, che non si immagina diverso da lui, poiché è la persona migliore che conosce, le sue spalle larghe l’unico porto sicuro. Il mondo e il tempo gli sveleranno, non con poca sofferenza, che è un essere umano come tutti, quindi fragile, quindi non sempre giusto.

Lui avrebbe voluto che facessi
Gli studi d’architetto
Oppure da ingegnere
Ma io volevo fare il musicista
A suonare la chitarra passavo le mie sere

Qui lo scontro tra due ideali di vita diversi, il padre proietta i propri sogni sul figlio, lui che non ha potuto ambire al meglio, ambisce al meglio per il suo bambino, senza tener conto del fatto che nasciamo tutti con inclinazioni e sogni diversi, senza considerare che il meglio per sé, non è il meglio per gli altri.

Ricordo un giorno mi prese da parte
Mi disse “Non capisci proprio un cazzo della vita
Perché solo a chi si sporca le mani
È concesso il privilegio di avere una coscienza pulita

A pronunciare questa frase si impiegano circa 5 secondi, la potenza delle parole, l’accortezza con cui dovremmo sempre saper scegliere quelle da non dire, le si ritrovano qualche strofa più in là. Queste parole rimarranno sempre nel cuore di questo ragazzo, a volte saranno adombrate dai successi, ma negli insuccessi si sommeranno alle critiche, e faranno sempre un po’ male. Parole che suonano come “vai piano, altrimenti cadi e ti fai male”, ma che non ammettono neanche un tentativo, non ci sarà nessuno ad asciugare le lacrime e pulire le ferite, se non il bruciore di un disinfettante troppo forte, quello di queste parole che immobilizzano.

Io volevo far piangere la gente
E davanti a dei mattoni nessuno si commuove
Perché le case in fondo sono solo scatole
Dove la gente si rifugia quando fuori piove

Ecco le motivazioni, chissà se mai veramente raccontate al padre, del ragazzo, che, ormai cresciuto non si riconosce più nei sogni paterni, anzi, erroneamente li svaluta, non desidera più quel diploma nella teca, ma di far commuovere con la sua arte. Questo passo mi ricorda una scelta importante, presa tanti anni fa, dopo un test d’ingresso non passato, che mi avrebbe portata a seguire quella che ero convinta essere la mia missione “salvare vite”, è servita quella sofferenza per farmi capire che le persone si salvano in tanti modi, anche con le parole giuste, ho avuto la fortuna, io, di avere, tra le paure, anche tanto sostegno.

E poi un giorno sono andato a Londra
Era per studiare musica all’Università
E durante gli anni, tra un esame e l’altro
Ho ripensato spesso alle parole di papà

Ho ripensato spesso alle parole di papà, come dicevo prima, parole che rimbomberanno per sempre, nonostante il coraggio di inseguire i propri sogni, quel desiderio di evadere, la possibilità di farlo. Non serve scappare di casa, non bastano i 1276, 78 km che in questo caso separano Bergamo da Londra, certe parole riporteranno sempre a casa, se la casa era un posto sicuro ma angusto, con le finestre non spalancate sulle possibilità che riserva il mondo, non basterà aprire quelle della nuova casa per respirare meglio.

E adesso anche io c’ho una soffitta
ed un pezzo di carta in una teca pulita
e non faccio l’architetto o l’ingegnere
mio padre in qualche modo ha accettato la mia vita

Finalmente il distacco, finalmente il racconto, Riccardo ce l’ha fatta, ha inseguito il suo sogno ed è arrivato al successo. Ma un padre un po’ burbero, non può che essere spaventato da una scelta di vita sempre un po’ precaria. Forse perché è una di quelle che non permettono mai un terreno saldo sotto i piedi, ma terremoti continui, cadute nell’oblio improvvise, perché il successo è stagionale, e un uomo che ha passato una vita a costruire fondamenta solide, certo non può accettare se non “in qualche modo” questa vita.

Gli dicevo io non sono come te
Io sono diverso, io sono migliore
Ma le canzoni in fondo sono solo scatole
Dove la gente si rifugia
Quando fuori piove

Qui il ricordo di quelle parole cattive, che solo i figli sanno dire ai genitori, nel momento in cui spezzano quelle catene che tengono lontani dai pericoli, che andranno inevitabilmente affrontati. Leggevo qualche tempo fa degli studi che affermavano che l’età adulta si raggiunge quando si smette di avere paura del padre, qui Riccardo non ha più paura, si riconosce identico, fragile, capace di sbagliare e di scrivere canzoni, non tanto diverse da quelle scatole che costruiva suo padre col cemento.

La strada per il successo è in salita, spesso qualcuno ci trattiene al suolo, non per cattiveria ma per paura, dall’alto si cade, dal basso no. Forse se Carla avesse ereditato la pragmatismo dei suoi genitori non avrebbe danzato e oggi la prima ballerina assoluta di cui parlava il New York Times sarebbe stata un’altra. Se Riccardo non avesse cantato, studiato musica, oggi non esisterebbero i Pinguini Tattici Nucleari e 538 Mila persone, esclusi i non utenti di Instagram, proprio non l’avrebbero quella scatola in cui rifugiarsi quando fuori piove.

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Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

By Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

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