Parole in circolo

Sì ma la rabbia dei secondi è anche peggio

La parola del mese di luglio è squadra, dal latino quadrare, rendere quadrato. Inutile spiegare il motivo della scelta di questa parola, dopo la recente vittoria agli Europei della nazionale italiana di calcio, la seconda posizione di Matteo Berrettini a Wimbledon, e le varie qualificazioni olimpiche.

È incredibile il sentimento di “italianità” che pervade anche i più cinici in questi momenti, ci si ritrova tutti davanti alla tv o ai maxi schermi, intenditori e spettatori occasionali, pronti a gridare come se a vincere fossimo noi, pronti a sentirci parte della squadra. Lasciando da parte i festeggiamenti poco goliardici, gli episodi spiacevoli che si verificano quando la folla agisce come massa indomita, è interessante pensare quanto nella vita sia complicato tifare per gli altri, soprattutto se non li conosciamo e quanto invece sia normale quando si tratta di sport. Guardando le partite ho spesso pensato a quanto non avrei voluto essere quei giocatori, alla pressione mediatica, alla paura di non farcela, all’ansia del rigore sbagliato, della parata mancata, che sembrano giustificare insulti spesso immondi a ragazzi che forse per primi ce l’hanno con loro stessi. Siamo tutti così forti dai nostri divani, a fare squadra e poi a giudicare, noi che non reggeremmo pochi minuti il peso delle grida in uno stadio immenso.

Noi siamo stati vincitori, ma si sa lo sport è fatto anche di vinti, e sentir associare queste vittorie a una ripresa italiana, permette di capire, quante volte siamo stati vinti. Quanto il virus che ci ha impossibilitati in tutto ci abbia vinti, spenti, quanto la ripresa della normalità invece ci renda vincitori. Ho pensato al gesto di togliere la medaglia dei giocatori inglesi e alla loro “La rabbia dei secondi”, che è poi di tutti noi, di cui ci parla Coez nella sua canzone.

Buongiorno a te che c’hai la faccia pulita
Che nella tua vita
Non hai visto mai una salita
E la prima che incontri sarà tutto più chiaro
A volte esiste il dolce, a volte esiste l’amaro

La canzone inizia con una frase frutto di rabbia, come già prometteva il titolo, ogni volta che qualcuno vince, soprattutto se vince noi, cerchiamo degli alibi perché è molto più facile che ragionare sui motivi della sconfitta. In questo caso viene accusato il vincitore di non conoscere le fatiche, le sconfitte, mentre invece i sacrifici di vinti e vincitori sono spesso gli stessi. Il primo non è un privilegiato, è colui che ha sbagliato meno, che ci ha creduto un po’ di più.

Pesa la solitudine dei numeri primi
sì ma la rabbia dei secondi anche peggio
C’ho fatto l’abitudine, ora sorridimi
Siamo così in basso che non può andare peggio.

Spesso si dice che il vincitore è solo, lo sport di squadra permette un’altra stranezza, la condivisione della vittoria, cosa che nella vita è complesso fare. Le manifestazioni sportive riescono a ribaltare la quotidianità, i successi degli altri sono condivisi e si sentono davvero come propri. Dall’altra parte chi perde è spesso arrabbiato, si chiede cosa avrebbe potuto fare di più, non comprende bene nemmeno il perché degli insulti che volano dagli spalti, che lo umiliano, più di quanto già si senta sconfitto lui stesso.

E chi fa il mio lavoro per restare bambino (oh)
C’è chi lo fa per essere il primo

Ecco un altro luogo comune, un paragone tra il modo di essere di chi perde e chi vince, la verità è che nessuno gioca per partecipare, si punta sempre al meglio, che sia intrattenere, fare squadra, o vincere un campionato, quindi un po’ tutti facciamo ciò che facciamo per essere i primi, non solo chi riesce ad essere effettivamente il primo.

La fine dov’è, mi chiedo se c’è un punto d’arrivo
E una vita che lotti, è una vita che corri per essere il primo
L’arrivo dov’è, dov’è, dov’è, dov’è, dov’è
Il primo dov’è, non c’è, non c’è

Qui una presa di coscienza, quanto è difficile vivere la vita intera puntando al meglio, se poi a sperare che tu dia il meglio sono milioni di persone, che possono essere poi totalmente sfiduciate davanti alla tua sconfitta, la pressione aumenta.

Non giustifico quindi la reazione degli inglesi alla sconfitta, li comprendo, ma penso che non sia stato un atteggiamento sportivo, specialmente se poi questo atteggiamento è proiettato sugli schermi di tutto il mondo, si deve sempre pensare alla propria posizione educativa, all’esempio che siamo per qualcun altro.

Comprendo che si tratta della rabbia dei secondi, di chi ci ha creduto, ha lottato e fatto sacrifici per poi non riuscire, per un soffio, a salire sul carro dei vincitori. La sconfitta va accettata, lo insegna lo sport, quello sano, lo insegna la squadra, quando nulla quadra, appunto, ed è il gruppo a dover rimettere tutti in riga, a calmare atteggiamenti spontanei, ma sbagliati, che in un attimo rovinano tutto.

La rabbia dei secondi la proviamo tutti insomma, spesso offusca la mente e scollega le mani dal nostro corpo ma forse rispondere ad una sconfitta con una stratta di mano, al posto di usare quelle stesse mani per imprecare o togliersi una medaglia dal collo, potrebbe dare un grande insegnamento agli altri, essere sconfitti non fa di noi dei perdenti, fa certamente oggi vincenti gli altri, ma magari domani noi.

Vincere davanti a chi ha qualcosa da insegnare, anche nella sconfitta, è vincere in due, è lo sport che è palestra di vita per diventare persone migliori.

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Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

By Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

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