Parole in circolo

Ed ogni corsa è l’ultima

La parola del mese di novembre è addio, l’abbreviazione di una locuzione nata circa nella seconda metà del XIII secolo, la quale sarebbe “Ti raccomando a Dio”. Infatti non ci vedremo più e spero così che tu possa stare bene, essere nelle grazie di Dio.

Perché proprio questa parola? Perché alle 14:41 di domenica 14 novembre, Valentino Rossi, pilota pluripremiato, ha lasciato la MotoGP, incredibile il ripetersi del numero 14, che da fonti non certe sembrerebbe indicare la libertà, il continuo mutamento, ed è quindi in perfetta linea col chiudersi di una carriera iniziata circa 26 anni fa.

Valentino ha dato avvio alla sua carriera, circa due anni prima che io nascessi eppure so perfettamente chi è. Il suo nome ha scandito le domeniche pomeriggio dai miei nonni, quando alla tv risuonava il ronzio sempre uguale di quelle moto. Dunque io associo le gare di MotoGP a uno stato d’animo ben preciso, che mal si concilia all’adrenalina dei piloti: la sonnolenza, causata dal pranzo in famiglia, e dal sole delle 14:00 che irradiava la sala, filtrando tra le pesanti tende di stoffa.

Il motociclista di Urbino, come vuole la narrazione della storia di un campione, è salito in sella alla sua moto all’età di 2 anni e mezzo, mentre gli altri bambini imparavano a muoversi. Supportato dalle mani forti del suo papà, campione prima di lui da cui ha ereditato la passione e il numero 46. Ha iniziato poi la carriera nel mondo dei grandi a soli 14 anni.

Ho avuto modo di guardare le prime interviste, contraddistinte dalla sua parlantina rapida, da quell’accento inconfondibile e dalla spavalderia di rispondere ai primi interrogatori in lingua inglese  “No dai, rispondo in italiano, ma entro l’anno prossimo l’inglese lo imparo, lo prometto”.

Valentino Rossi è stato fortemente amato dal pubblico, poiché ha dimostrato negli anni di avere tutti i requisiti che richiede questa posizione, estrema bravura nel suo sport, leggerezza, umiltà, sincerità e schiettezza. Un ragazzino che di gara in gara è diventato uomo, sotto lo sguardo attento della sua immensa tifoseria e dei rivali, che non hanno potuto che constatarne la bravura. Penso che Valentino sia uno di quei compagni che ammiri e temi, che sei indeciso se osservare per trarre qualche segreto dalla sua bravura, o non guardare mai, consapevole che sia molto più forte di te.

Nella sua ultima rassegna stampa, con un inglese maccheronico, ma come promesso imparato, afferma di voler essere ricordato proprio per la MotoGP, o meglio, per come la sua carriera sia stata in grado di attrarre molti spettatori, in Italia e all’estero. Sorride divertito e curioso mentre gli viene chiesto di completare il murale dipinto dall’artista Axe Colours, con la sua firma. Intanto le parole del telecronista in sottofondo affermano che Valentino sembra per l’ennesima volta, non rendersi conto della sua immensa grandezza.

Valentino è l’emblema del successo che non dà alla testa, ma infonde il desiderio di dare il massimo, ad ogni gara, e fa sentire in imbarazzo, l’imbarazzo di chi non dà alcuna standing ovation per scontata, e vive ogni vittoria come la prima, ogni gara come l’ultima, con quel sorriso imperfetto e semplice, con le parole giuste al momento giusto, mai preparate, sempre così vere.

Cesare Cremonini, che spesso ha tratto ispirazione per i suoi testi dai grandi dello sport, ha dedicato a Valentino la canzone “46”, numero che il pilota ha sempre indossato, anche quando avrebbe potuto indossare l’1 del campione. Incredibile pensare, se un po’ si crede alle coincidenze, che la somma dei numeri che compongono la data della sua ultima corsa, 14.11.21, è proprio 46.

La canzone sembra ripercorrere le tappe di una carriera molto lunga, e si apre con un invito ad ascoltare il suono del rombo del motore, io mi sono immaginata Valentino, piccolo, inesperto, che si diverte a sentire il rumore della sua moto, ancora poco consapevole dei prodigi che avrebbe fatto quel ruggito, allineandosi al battito del suo cuore.

Senti qua
Come strilla questo motore
Come va
Non lo senti mentre viaggia
Che musica fa
Come me non sa frenare l’amore che dà
Non è stanco di lottare

Ora una strofa più forte, più vera e matura: gli occhi del papà sempre addosso, quelli di chi ti sostiene e conosce, poiché ha già bruciato tutte le tappe prima di te. Gli occhi giudicanti, comprensivi, spaventati, davanti a una gara che non lascia sconti, e a volte spezza le ossa. Sapete c’è un modo di dire, ogni volta che qualcuno dopo un forte trauma riprende a compiere le azioni quotidiane è sempre sconvolgente per chi lo circonda e si rende conto della forza dell’essere umano. Si dice “è come con la moto, quando cadi devi risalire subito, altrimenti non lo fai più”, ecco la musica di cui Cremonini ci sta parlando, quella del campione, che ha paura ma non si fa vincere.

Io le sento ancora addosso le paure
Gli occhi di mio padre
Le ossa rotte
Ma poi la musica che ho dentro sale
Ed io so solamente andare

Ora spazio allo sguardo della mamma, ammirato e spaventato, ancora una volta le paure non lo frenano, corre e va.

Io le sento ancora addosso le parole
Gli occhi di mia madre
Le ossa rotte
Ma poi la musica che ho dentro sale
Ed io so solamente andare

Qui Cremonini sembra creare un parallelismo con la sua vita, la canzone ricorda infatti un suo grande successo, “Padremadre”, in cui racconta la difficoltà di farsi capire dai suoi genitori che forse avrebbero sognato un futuro diverso per lui, dalla vita della pop star. Lì Cremonini si scusa e dice che è scappato lontano per salvarsi. Come Vale, è scappato dalle paure che lo avrebbero ancorato al suolo, dalla possibilità di odiare per sempre i suoi genitori per non avergli permesso di essere chi avrebbe voluto, col coraggio di chi sente la sua vocazione nel cuore.

Vado via per salvare un po’ di me
L’asfalto sembra fatto di plastica
Ed ogni corsa è l’ultima

Ogni corsa è l’ultima, chissà se Cremonini mentre lo scriveva si prefigurava questo giorno. È come quando ascolto una canzone bellissima e mi chiedo, se mai ci sarà qualcuno in grado di sostituire questo cantante alla sua dipartita, se qualcuno riuscirà a scrivere una canzone altrettanto bella. Mentre penso a questo, però, Spotify ha già cambiato traccia, e forse nemmeno la ricordo benissimo la canzone insuperabile di cui parlavo.

Valentino oggi lascia ma rimarrà nella storia, come lui tantissimi atleti che in questi anni stanno abbandonando il loro sport, ultime Tania Cagnotto e Federica Pellegrini. Chissà se ci saranno piloti migliori di lui, chissà se tra 100 anni verrà ancora ricordato. La fama è qualcosa di incredibile, un giorno fa sentire eterni e il giorno dopo qualcuno ha preso il nostro posto.

Mi sento di dire però, caro Valentino, che se non ci fossi stato tu mai avrei scritto un articolo sulla MotoGP, se così si può definire questo articolo, perché il tuo personaggio, la tua storia, mi attraggono molto di più di quel rombo ripetitivo di cui mai capirò nulla.

Ho scelto la parola addio, ma credo sarà più un arrivederci, perché sai, tanti saranno i campioni dopo di te, ma la tua immensa fama piomberà su di loro, che saranno eternamente secondi a te. Tu che rimarrai sempre il primo, un primo anomalo, che forse non ha mai davvero capito di esserlo.

Arrivederci Valentino, a te che ti sei beffato del destino fin dal primo giorno, quando ti hanno dato quel nome e tu lo sapevi, ah se lo sapevi, che invece, saresti andato velocissimo.

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Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

By Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

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