Parole in circolo

Cosa diresti di te stesso, ti vedessi da fuori?

La parola del mese di ottobre è pregiudizio dal latino prae (prima) e iudicium (giudizio) dunque sentenziare prima del tempo, ergersi a conoscitori del vero e dare un parere prima di aver saputo la realtà dei fatti. Frequentando un corso di sociologia, ho però scoperto, di recente, che non tutti i pregiudizi sono sbagliati, ossia gli stessi si creano inevitabilmente. Ognuno di noi vive, dal giorno in cui nasce, in base ai contesti che frequenta, esperienze diverse, che lo formano, e gli insegnano come agire.

Questo background informativo diventa essenziale per sapere come comportarsi in date situazioni, il problema del pregiudizio è che talvolta diventa l’unico modo che conosciamo per approcciarci alla realtà, o meglio con il quale non ci approcciamo proprio alla stessa.

Il pregiudizio ci blocca perché, come dice la sua etimologia, non ci da la possibilità di giudicare dopo aver conosciuto. É giusto fornirsi di una buona imbragatura per evitare di precipitare rovinosamente nei rapporti o nelle situazioni. Bisogna, però, saltare per vedere se questa imbragatura tiene veramente, c’è un rischio notevole, quello di farsi molto male, ma ha senso ancorarsi alla roccia e giudicare  gli altri da lì?

Per tutto il resto dei miei sbagli

Giudicare un libro dalla copertina” è la locuzione che meglio rappresenta il pregiudizio e che più si addice a ciò che voglio raccontare oggi, terminata la lettura, proprio in questo mese di un libro, “Per tutto il resto dei miei sbagli” di Camilla Boniardi. Nonostante questa rubrica non si occupi di recensire libri, questo testo è il trampolino per mettermi a nudo e raccontare una colpa di cui mi sono macchiata a causa del pregiudizio.

Questo libro mi è stato regalato il giorno del mio compleanno, quindi ormai 4 mesi fa, e se non mi fosse stato regalato non lo avrei mai letto. Camilla Boniardi, come si firma sulla copertina, è per i più “@Camihawke”, nickname di Instagram, un’influencer a tutti gli effetti. Come vuole la sua professione, quindi, ha un immenso seguito, si fa promotrice di ideali, spesso di contenuti leggeri e divertenti, ma anche di prodotti, ha una sua collezione di make up, mostra i suoi outfit, partecipa ad aventi mondani, ha amici influenti. Insomma in queste poche righe temo di aver rappresentato una figura che mal si concilia all’idea di letterato chino sulla scrivania, immerso tra testi letterari e pagine gettate nel cestino e riscritte da capo.

Aver studiato lettere all’università ha formato attorno a me un’enorme barriera, i classici sono importanti e la base di ogni mio studio, solo alcuni autori vengono citati nei programmi scolastici.

Quando ho potuto seguire un laboratorio gestito da una professoressa, editrice presso un’importante casa di pubblicazione, ricordo perfettamente i suoi racconti riguardo la difficoltà di pubblicare per scrittori emergenti.

Da quando ho letto “Napoli mon amour”, non posso fare  ameno di pensare alle righe con cui Alessio Forgione, lo scrittore, chiude il libro: “diventai blu”. Il triste epilogo di come sarebbe andata la sua vita se l’ennesimo editore avesse scartato la sua bozza, sarebbe annegato tra le onde del mare, perso, senza una lira e con questo bisogno impellente di scrivere ed essere letto.

Per un’influencer da 1,3 milioni di Followers pubblicare e poi vendere sarà sempre immensamente più semplice. Il fatto poi, che a pubblicare in quel mondo, siano tutti, crea un immenso alone di pregiudizio sulle abilità di questi creatori.

Nonostante io segua Camilla su Instagram, per scelta, poiché Instagram crea delle polarizzazioni, ed io ci sono perfettamente dentro, seguendo solo chi vedo rappresentare maggiormente i miei ideali, e quindi per quanto idealmente io la stimi. Nonostante lei abbia dato vita a un club letterario online e spesso condivida le sue letture, sono stata molto restia e ferma davanti a questo libro, rimandando di giorno in giorno la sua lettura.

Oggi vi racconto cosa mi sarei persa

Il libro denota una grande abilità scrittoria, ci sono diversi riferimenti intertestuali, le parole di Calvino le sono dedicate dal papà per superare un trauma amoroso “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. L’utilizzo della parola “roboante” che ha suscitato in me vecchi ricordi, non riuscendo proprio a leggerlo senza l’intonazione di un mio professore della triennale, Michele Mari, scrittore che Camilla ama particolarmente, e al quale il suo nickname sui social è ispirato.

Il testo racconta tutto ciò che sui social non ha raccontato, anche se è liberamente ispirato alla sua vita, si leggono tra le pagine spiegati i motivi delle sue insicurezze, che mostra non senza fatica, ma volendo in qualche modo normalizzare gli insuccessi. Poi la sua vita privata, aneddoti dall’infanzia all’età adulta, relazioni che hanno costruito e distrutto la sua felicità, permettendole però di raggiungere colui che amerà per tutto il resto dei suoi giorni, o meglio dei suoi sbagli: Leandro.

Lui fa il  cantante, e dal primo istante appare come l’uomo giusto per lei, l’incontro ha del favolistico, sembra tutto così perfetto da essere finto, finché sopraggiungono i problemi, anni di separazione forzata e poi un nuovo incontro, carico di dolore e non detti, superati dalla forza del loro amore.

La storia d’amore tra i due nasce con uno scambio epistolare, una serie di mail, in carattere corsivo, si susseguono tra le pagine di questo libro, ognuna termina con una canzone che ognuno dei due amanti suggerisce all’altro di ascoltare per accorciare la distanza, forse anche questo connota il libro di una leggerezza e incredibile musicalità.

I due ragazzi moderni vivono un amore antico, nel mondo del tutto e subito, si aspettano tantissimo, non impongono un visualizzato alle loro conversazioni, sanno che il momento più adatto è quello in cui si ha il cuore predisposto all’ascolto e all’apertura. Il ritmo è lento, ma parlo di una lentezza giusta che insegna anche al lettore ad aspettare.

Cosa ci direbbe mamma

Leandro è la trasposizione letteraria di Aimone Romizi, compagno di Camilla nella vita reale, ed eccomi tornare al motivo principe per cui scrivo questi testi, condividere on voi una canzone, che ci permetta di ragionare sulla parola del mese e sull’attualità. Aimone è il front man dei Fask, e proprio nell’ultimo mese ho spesso avuto modo di ascoltare la canzone cantata con Willie Peyote, “Cosa ci direbbe”.

Questa canzone perfettamente riprende la parola Pregiudizio, una serie di esempi, che mi sento di definire “i topoi del pregiudizio” aprono la canzone:

Hai presente quelle donne sole
Che trascinano le gambe stanche
Che nascondono i propri difetti
Che non sanno a chi lasciare i figli?
Hai presente quelle coppie tristi
Che non parlano mai ai ristoranti
Che si chiudono di fronte a Netflix
Per paura di affrontarsi?

Quante volte io stessa, vedendo delle coppie a tavola col cellulare o delle persone sole provo un senso di profonda tristezza, mi chiedo se agli occhi degli altri appaio anche io così. Ma così come? Come se non mi concedessi e non concedessi agli altri di rimando, dei momenti di silenzio, che ci sono sempre, ci prendiamo delle pause dalle nostre vite, dagli altri di continuo, per stare bene, per non rendere monotono nulla.

Ecco il ritornello:

Che cosa gli direbbe
Che cosa gli direbbe mamma?
Che cosa gli direbbe
Se non fosse fatta?

Questa continua tendenza a giudicare è qui ricondotta alla mamma, che è però, a mio avviso emblema della genitorialità. Noi figli tendiamo sempre a osservare i genitori con gli occhi di chi li ritiene portatori di verità inconfutabili, a volte a causa di questo trasciniamo insieme a noi dei danni immensi per tutta la vita. La mamma di cui parla Aimone, dalla quale tramandiamo la tendenza a giudicare, è però “fatta”, dunque lei per prima in errore; quindi, anche i suoi giudizi non sono poi così corretti.

Parlare di mamma mi rimanda a un fatto estremamente attuale, nel quale è stata coinvolta Ambra Angiolini, vittima di un giornalismo sciacallo, poco interessante e interessato all’umanità delle persone. Il desiderio continuo di sapere degli altri, di giudicarli, il pregiudizio secondo cui, è la donna da punzecchiare in caso di rottura, forse lei la più debole e adirata, la più “accalappia views”.

A difenderla da un servizio di cattivo gusto e costellato da risate fuori campo, è la figlia Jolanda, che proprio non se lo spiega come facciano gli altri a giudicare la sofferenza altrui.

Guardare il mondo e i suoi problemi
Senza chiederti se ne fai parte
Indicare al cieco dove andare
Senza esserci mai stato

Ecco cosa vuol dire giudicare senza aver vestito i panni degli altri, vuol dire indicare l’errore come se si fosse sempre perfetti e la strada, come se la si sapesse.

Cosa diresti di te stesso, ti vedessi da fuori?
Non tutti gli occhi percepiscono gli stessi colori
Se sei severo con te stesso, lo sei anche con gli altri
Ma questo non lo sa nessuno e non vorranno scusarti (che cosa ci direbbe)
Dovrei contare fino a dieci, dimmi, tu ci riesci? (Che cosa ci direbbe mamma)
Sei un fiume in piena in mezzo a tanti zitti come pesci (che cosa ci direbbe)
Prima di fare danni, mettiti gli stessi panni
Come direbbe mamma: “dopo la fiaba, a nanna”.

Le parole più belle queste, che racchiudono il significato dell’intero pezzo, una domanda, quella iniziale, la più difficile, diciamo molto degli altri ma di noi? Io personalmente di fronte alla breve descrizione che il curriculum prevede di me non so mai cosa dire, aspetto che siano gli altri a trovare le parole adatte a definirmi. Importantissimo anche il concetto della severità con gli altri e con se stessi.

Spesso capiamo veramente le decisioni altrui quando viviamo le stesse situazioni, e ciò che abbiamo tanto giudicato diventa anche per noi l’unica via possibile. Così viviamo un doppio dramma, ci giudichiamo da soli e veniamo giudicati da chi abbiamo giudicato in precedenza.

A volte è giusto fare come diceva mamma, dopo la favola, a nanna. Dopo aver ascoltato e appurato che non conosciamo a pieno cosa ha portato l’altro ad agire in un certo modo, conviene abbracciarlo e poi andarsene, senza sentenziare troppo.

Ogni caso editoriale merita la nostra attenzione

Tutto questo per dire che il mese di ottobre per me è stato accompagnato da questo libro, e dal mio averlo giudicato in maniera errata. Sono contenta, però, di non essermi fermata, di avere amici che leggendo la trama abbiano pensato a me.

Il libro è così bello che Camilla meriterebbe di non essere Camihawke, o meglio di non portare con sé i pregiudizi che tanti, oltre a me, avranno avuto, e di essere solo Camilla Boniardi, come si firma lei stessa.

Spinazzola, critico letterario italiano, che non ha bisogno di presentazioni, diceva che ogni caso editoriale merita attenzione  proprio per il suo diventare un caso, e il ricordo di lui, nel corso dei miei studi, è stata la forza che mi ha portata a eliminare oggi i miei pregiudizi.

Camilla, che nel testo è Marta, nome della sua mamma, ci racconta come, se si fosse fatta fermare da quella imbragatura di cui parlavo all’inizio, dalla paura del giudizio materno e dal suo trascorso con Leandro, non si sarebbe data la possibilità di amare profondamente, quello che ritiene oggi essere “la sua persona”.

Il suo comportamento, dinnanzi a una possibile eventuale caduta, è opinabile, una mia amica dinnanzi alla possibilità di sbagliare ancora, forse sarebbe da me redarguita. Eppure Olivia, la migliore amica di Marta, più razionale di lei, non la ferma, non la ferma neanche il giudizio più temuto, quello della sua mamma.

Pensandoci nemmeno io forse la fermerei mai, perché questa storia d’amore romantica ed estemporanea fa venir voglia di sbagliare, per il resto dei nostri giorni.

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Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

By Sophia Crotti

Da sempre appassionata della scrittura e della letteratura, dopo essermi laureata in lettere moderne ho continuato a inseguire il mio sogno iscrivendomi alla facoltà di editoria e giornalismo. La musica scandisce le mie giornate, fin da quando non esisteva Spotify e la domenica, in famiglia, si cantavano a squarciagola i successi radiofonici. Cerco di capire quali siano le affinità elettive che permettono a cantanti e scrittori di raccontare, parlando di loro, le vite di ognuno di noi, e a tutti noi, ovunque siamo, di aspettare e poi far caso ad uno stesso tramonto.

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