Patrizia Laquidara: “Le parole hanno un peso enorme” – INTERVISTA
A tu per tu con Patrizia Laquidara in occasione dell’uscita della seconda parte del disco “Flòrula”. La nostra intervista alla cantante vicentina di origine siciliana
Dopo aver attraversato la scrittura narrativa con il romanzo “Ti ho vista ieri” e il teatro accanto a Marco Paolini, Patrizia Laquidara torna alla musica con “Flòrula“, un progetto discografico che unisce memoria, racconto e ricerca sonora. Un album pubblicato in due capitoli che trova il suo compimento nella seconda parte uscita il 29 maggio, ampliando un universo fatto di personaggi, luoghi e relazioni che dialogano tra loro come le specie di un piccolo ecosistema.
Il titolo prende in prestito un termine botanico che indica l’insieme delle specie vegetali presenti in un territorio circoscritto e diventa la metafora perfetta di un disco popolato da figure resistenti, ricordi familiari, viaggi e comunità. Tra elettronica, strumenti popolari, cori femminili e suggestioni che guardano tanto alla Sicilia quanto al Brasile, “Flòrula” si presenta come un’opera corale e profondamente umana, in cui la canzone diventa uno spazio di incontro e inclusione.
In questa intervista, Patrizia Laquidara racconta la genesi del progetto, l’eredità lasciata dall’esperienza letteraria e teatrale, il significato di brani come “Nessuno deve restare di fuori“, il rapporto con la voce e una riflessione sul valore delle parole in un’epoca che rischia di consumare troppo in fretta il desiderio e la curiosità.
Patrizia Laquidara presenta il disco “Flòrula”, l’intervista
“Flòrula” è il titolo del tuo album, ma è anche un termine botanico che indica l’insieme delle specie che abitano un territorio. Cosa ti ha colpito di questa parola e quando hai capito che sarebbe stata perfetta per rappresentare il disco?
«Mi ha colpito innanzitutto il suono. È una parola poco conosciuta e spesso ci si confonde perfino sull’accento. Mi era stata suggerita da un amico mentre stavo pensando a un’altra parola ancora più difficile, “morula”. Per una settimana mi sono limitata a pensare che fosse bella da ascoltare. Solo dopo ho scoperto che esisteva davvero e che si trovava nel dizionario. A quel punto ho capito che racchiudeva perfettamente il senso del disco. La florula è un piccolo ecosistema, un insieme di specie che convivono in uno spazio circoscritto. Mi è sembrata una bellissima immagine per raccontare questo album, popolato da personaggi, luoghi e temi che dialogano tra loro pur conservando ciascuno una propria identità, un proprio colore e un proprio profumo».
Noi ci eravamo sentiti prima di questo progetto, in occasione dell’uscita di “Ti ho vista ieri”, che accompagnava il tuo romanzo. Quell’esperienza letteraria, ma anche quella teatrale accanto a Marco Paolini, abbia cambiato il tuo modo di raccontarti in musica?
«Non riesco ancora a definire con precisione in cosa sia cambiata, ma sicuramente quell’esperienza ha cambiato me come persona e come artista. Scrivere il libro è stata una delle esperienze creative più belle della mia vita. Sul palco c’è sempre una componente di esposizione: devi esserci, devi dare qualcosa al pubblico. La scrittura invece mi ha messo da sola con me stessa, alle cinque del mattino, per ore, in una stanza. Quel confronto intimo mi ha portato a scavare nei ricordi, nelle emozioni e in ciò che volevo davvero raccontare. Credo che tutto questo sia entrato anche nelle canzoni. Sono linguaggi con tempi diversi, ma l’esperienza della scrittura ha sicuramente lasciato una traccia profonda nella mia musica».
L’ascolto del disco si apre con quello che si può considerare un manifesto, “Nessuno deve restare di fuori”. Come è nata questa canzone e come si è sviluppata la collaborazione con Giulia Mei?
«Il brano nasce da “Ti ho vista ieri”, ma sentivo il desiderio di offrirgli una nuova veste. Non volevo semplicemente riproporlo: volevo vedere cosa sarebbe successo facendolo rinascere da una prospettiva diversa. In studio siamo partiti dalla ritmica, dal maranzano e dalle percussioni, invece che dall’armonia. Cantandolo in questo nuovo contesto, una frase ha iniziato a emergere con forza: “nessuno deve restare di fuori”. Ho capito che era diventato il cuore del brano. Non parlava più soltanto del libro o della mia storia personale, ma si apriva a un discorso collettivo, alle persone resistenti, a chi viene considerato marginale o sacrificabile. Questo sentimento si è rafforzato dopo un viaggio in Brasile, dove ho visitato realtà molto difficili nelle periferie di Recife. Due giovani percussionisti conosciuti lì hanno poi partecipato al disco. Mi è sembrata la chiusura perfetta del cerchio. Per quanto riguarda Giulia Mei, affidarle questa canzone non è stato semplice all’inizio, perché contiene elementi molto intimi della mia vita. Ma quando ci siamo incontrate è stato tutto naturale. Ho una grande stima per lei, per la sua identità artistica e per il suo carattere. È stata una collaborazione preziosa e molto significativa.»
Dopo Giulia Mei arrivano anche Antonio Vargas dei Delicatoni e il giovane rapper El Coco, che è anche tuo nipote. Che cosa aggiungono questi ospiti alla narrazione del disco?
«Mi piace pensare che rappresentino un passaggio di testimone. Antonio Vargas ha una voce che mi riporta a casa, con quelle sonorità morbide e calde che ricordano anche certa musica brasiliana. Era perfetto per un brano come “Ali Cubi”. El Coco invece arriva da una canzone scritta insieme a Lorenzo Maragoni, dove c’era una parte molto ritmica e parlata. Non volevo interpretarla io e ho pensato subito a lui. Scrive bene, ha una sensibilità che apprezzo e mi sembrava la persona giusta. La cosa bella è che il disco parte dalle trisavole e dalle figure femminili del mio albero genealogico e arriva fino a mio nipote: è un percorso che attraversa le generazioni e che però non resta chiuso nell’autobiografia, ma si apre a qualcosa di più universale».
Dal punto di vista sonoro, nel disco ci sono cori femminili, percussionisti brasiliani, strumenti popolari ed elettronica. Che tipo di lavoro c’è stato dietro la ricerca del sound?
«La collaborazione con Edoardo Piccolo è stata fondamentale. Fin dall’inizio gli ho spiegato che desideravo una forte componente ritmica, una pulsazione che guidasse la narrazione del disco. Da lì è nata la parte elettronica. Poi Edoardo mi ha suggerito di tornare anche alle mie radici siciliane, inserendo strumenti che richiamassero quelle sonorità. Così convivono il maranzano, le percussioni brasiliane, l’elettronica e strumenti acustici che rendono il tutto più organico e popolare. È stato un lavoro collettivo, costruito insieme ai musicisti con cui collaboro da anni e che conoscono profondamente il mio linguaggio. Anche i cori femminili hanno avuto un ruolo importante: per la prima volta ho aperto il mio mondo vocale ad altre cantanti, creando una dimensione corale molto significativa».
La tua musica si muove da sempre sul confine tra tradizione, originalità e contemporaneità. In questo percorso un ruolo centrale lo ha avuto la tua voce. Com’è cambiato il tuo rapporto con lei e come te ne prendi cura?
«Ci sono periodi in cui la curo moltissimo e altri in cui sento il bisogno di lasciarla libera. La voce è uno strumento particolare perché te lo porti addosso sempre. Appena mi sveglio so già come sta, ancora prima di emettere un suono. A volte la proteggo in ogni dettaglio, da quello che mangio a quello che bevo; altre volte preferisco non pensarci e lasciarla riposare. Spesso, dopo una pausa, la ritrovo addirittura più viva. Sicuramente il teatro e il lavoro con Marco Paolini hanno influenzato il mio modo di cantare: oggi mi sento meno legata a un canto lirico e più vicina alla figura della cantastorie. Mi interessa raccontare una storia e portarla a chi ascolta, più che mettere in mostra la vocalità in sé».
Per concludere, vorrei fare una riflessione sulla parola. Recentemente Frankie hi-nrg mc mi diceva che la parola è un’arma a doppio taglio, capace sia di costruire ponti sia di distruggerli. Tu pensi che oggi venga usata più in modo costruttivo o distruttivo?
«Dipende molto dai contesti e da chi la utilizza. Esistono parole che aprono mondi e aiutano a comprendere la realtà, e altre che hanno perso completamente il loro significato. Le parole hanno un peso enorme, perché cambiano il nostro modo di percepire il mondo. Penso che nel rap e nella poesia orale esista ancora un potenziale straordinario: la possibilità di dire tante cose e di raccontare il presente. A volte però questa possibilità non viene sfruttata fino in fondo. Detto questo, credo che quando una società si affida troppo alle parole sia anche il segnale di una certa depressione collettiva. Il suono possiede una forza diversa, spesso più profonda del significato stesso. Quando perdiamo il rapporto con il suono e restiamo soltanto nel significato, rischiamo di impoverire l’esperienza. Forse oggi viviamo anche il paradosso di avere tutto a disposizione immediatamente: informazioni, musica, contenuti. E quando non c’è più distanza tra noi e ciò che desideriamo, si perde anche una parte della curiosità. Credo molto nella “giusta distanza”: è quella che salva il desiderio, nell’arte come nelle relazioni e nella vita».