Peppe Vessicchio: “Il Festival appartiene a Sanremo, il suo tempio resta l’Ariston” – INTERVISTA

A tu per tu con il Maestro Peppe Vessicchio che si racconta parlando del ruolo di direttore d’orchestra e del Festival di Sanremo, manifestazione a cui è legato da profondi ricordi
Per milioni di italiani è il volto rassicurante che accompagna da anni il Festival di Sanremo, ma ridurre Peppe Vessicchio al solo Ariston sarebbe un torto alla sua lunga carriera fatta di arrangiamenti, dischi, concerti e ricerca musicale.
Sanremo, però, non è soltanto memoria collettiva o nostalgia televisiva: è un organismo che negli anni si è trasformato, adattandosi ai tempi e alla tecnologia. E chi meglio di lui può raccontarci come è cambiato il Festival?
Direttore d’orchestra tra i più amati e riconoscibili, ha firmato pagine indimenticabili della kermesse, vincendo ben quattro edizioni: nel 2000 con “Sentimento” degli Avion Travel, nel 2003 con “Per dire di no” di Alexia, nel 2010 con “Per tutte le volte che” di Valerio Scanu e nel 2011 con “Chiamami ancora amore” di Roberto Vecchioni.
Il musicista napoletano prese parte al suo primo Festival nel 1990, ricevendo il riconoscimento per il miglior arrangiamento nel 1994, nel 1997, nel 1998 e nel 2000, quando venne premiato dalla speciale giuria presieduta da Luciano Pavarotti.
In questa intervista, il Maestro Peppe Vessicchio ripercorre episodi curiosi, aneddoti dietro le quinte e ricordi legati a quanto vissuto al Teatro Ariston, un luogo che oggi difende con passione, parlandoci del legame indissolubile tra la manifestazione e la città che la ospita.
Peppe Vessicchio: “Il Festival appartiene a Sanremo”, l’intervista
Negli anni, l’orchestra a Sanremo è stata messa in vari punti della scena: sotto il palco, sopra, di lato. Quindi possiamo dire che hai avuto un punto di osservazione diverso rispetto a chiunque altro. Perciò ti chiedo come hai visto cambiare il Festival in questi decenni?
«Sanremo è cambiato molto, così come è cambiato il mondo che lo circonda. Dal punto di vista prettamente tecnico, quando l’orchestra tornò nel 1990, dopo che era stata assente per quasi dieci anni, fu messa sullo sfondo, e ill rapporto tra l’orchestra, i cantanti e i direttori si rifaceva agli show televisivi. Il cantante stava davanti, in proscenio, mentre il direttore al suo lato destro. In alcuni anni, tipo il successivo, il direttore fu anche messo di spalle al cantante. Strano se consideriamo che tra i compiti del direttore c’è anche quello di dare gli attacchi ai cantanti. Ricordo che quel primo anno diressi Mia Martini con “La nevicata del ’56” e che lei era costretta a girare il collo di 45 gradi per avere un mio cenno, o comunque un suggerimento».
E nessuno diceva niente? Cioè non c’erano delle proteste a riguardo?
«Ma, all’inizio, noi direttori non è che avessimo chissà quale voce in capitolo. Eravamo tutti molto giovani per poter stabilire e proporre cambiamenti. Era già tanto fosse tornata l’orchestra dal vivo. C’è voluto l’arrivo di qualche maestro residente, ovvero colui che cura gli stacchetti, la sigla e gli ospiti fuori gara, per avere voce in capitolo. Accadde con Pippo Caruso che, insieme a Pippo Baudo, stabilirono che in quel modo la relazione tra cantanti e direttori non poteva avere luogo. Fondamentale, così come quella con tutti gli altri musicisti. Ma non sempre è stato così, si sono poi verificate altre difficoltà, tipo quando l’orchestra veniva ripartita su più piani, e tra il primo e il secondo ci sarebbe voluto il citofono per rapportarsi. Per non parlare della sezione fiati. Ricordo un fatto realmente accaduto: per esigenze di scenografia era stata posta una ringhiera proprio davanti al posto in cui sia sarebbe dovuto sedere il professore con il suo trombone, relegato su una specie di balconcino. Il risultato fu che dovettero segare alcune barre della ringhiera per permettere al trombonista di poter suonare il suo strumento che, come è logico che sia, a un certo punto si sarebbe allungato in avanti».
Tutto questo sottolinea una cosa soltanto: che il Festival di Sanremo è in primis uno spettacolo televisivo…
«Esattamente, lo è di fatto. Di conseguenza, tutto è funzionale alle logiche televisive. Per diverso tempo, si è anche ragionato a compartimenti stagni, nel senso che ognuno aveva un suo ruolo e spesso i responsabili non dialogavano tra di loro. La figura del direttore artistico unico, inaugurata da Baudo, ha risolto un po’ di problemi. Pippo è stato uno stacanovista, supervisionava tutto, persino le lampadine che si erano fulminate o un fiore mal posto sulla scenografia. Tornando alla prima domanda, adesso è un po’ di anni che tutto si è stabilizzato, e la figura del direttore d’orchestra si trova giustamente oltre il palco, con i musicisti posizionati in una buca che permette il giusto dialogo e, a tutti, una chiarezza di visione della scena. Questa è stata una graduale conquista, al punto che tornare indietro sarebbe ad oggi impensabile».
È anche vero che, l’attuale tecnologia, consente una direzione dell’orchestra anche da parte di chi non ne ha le reali competenze, giusto?
«L’uso dei sincronismi, quindi nelle cuffie, ovvero i click del tempo, permettono ai musicisti di essere sincronizzati a prescindere dalla gestualità del direttore. A questo si deve la nuova leva di Maestri che più che direttori sono spesso dei realizzatori. Qualche volta hanno anche difficoltà a leggere la musica che gli altri professori stanno suonando. Ma, come dicevi, la tecnologia oggi permette ad uno che suona la tastiera di vedere il tradotto su pentagramma quello che ha suonato con le mani. E questo strumento, così come altri nuovi supporti elettronici, permettono un allargamento alla possibilità di partecipazione in veste di direttore. Ciò che può risultare dispotico è che il musicista che sta lì seduto davanti, reduce da anni di studi e di letterature impervie e complicate, risulti molto più preparato del direttore, che in teoria dovrebbe conoscere la tecnica di tutti gli strumenti a sua disposizione. La tecnologia ha aumentato le opportunità certo, ma a volte sembra che la situazione stia un po’ sfuggendo di mano».
Spesso e volentieri, gli artisti che partecipano a Sanremo dicono che non la vivono come una gara e che si misurano contro loro stessi. Ma un direttore d’orchestra, che a sua volta si ritrova a lavorare con più artisti nella stessa edizione, quindi super partes, come la vive quella settimana?
«Per quanto mi riguarda, la prima volta che sono stato a Sanremo ci sono andato con Zucchero e la sua “Canzone triste”. Era il 1986, non c’era ancora l’orchestra, si cantava ancora sulle basi registrate e lui arrivò ancora penultimo, bissando il risultato dell’anno precedente di “Donne”, che poi si rivelò un grande successo. Adelmo si giocò tutto con quella sua partecipazione. Quando arrivò il verdetto, eravamo tutti con le mani nei capelli. Poche settimane dopo uscì l’album “Rispetto” e fu un grande successo. Per cui la classifica a Sanremo lascia sempre il tempo che trova. Ho usato sempre metafore di questo tipo per far capire agli artisti con cui ho collaborato, che la bontà del brano avrebbe prevalso sul resto. Come disse Burrhus Skinner: “Cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto”. Ecco, noi abbiamo dimenticato tantissima roba passata dal Festival, e solo quello che rimane nel tempo possiamo considerarlo appartenenza alla memoria collettiva. Questo a conferma e sostegno del vecchio detto “il tempo è galantuomo”. Anche quando mi sono trovato a dirigere cinque o sei artisti, la prima cosa che facevo presente è che dovevano dare il meglio, ma che il vero risultato lo avremmo scoperto molto tempo dopo rispetto alla serata finale».
Per concludere, a proposito della questione Rai-Comune, può esistere un Festival lontano da Sanremo?
«Quando debuttai nel 1990, ci fu quell’unico tentativo di portare la rassegna fuori dall’Ariston. Lo spettacolo si svolse al Palafiori, location piuttosto dislocata rispetto al centro città. La sensazione era veramente strana, anche se eravamo comunque all’interno del perimetro del Comune, seppur molto vicino alla limitrofa Arma di Taggia. Proprio in questo periodo si è parlato tanto di questa ipotesi di spostare Sanremo da Sanremo. Il Festival appartiene ai cittadini sanremesi, così come a quei luoghi che trasudano di storia. L’evento è diventato un tutt’uno con la città che lo ospita. E poi il Teatro Ariston è ormai considerato un tempio, il luogo che ancora preserva la manifestazione da una serie di infiltrazioni. Io non amo i grandi spazi per l’esecuzione musicale, quindi non mi piacciono gli stadi. Nell’ambito dell’esercizio costante e continuo del fare musica, rimango dell’idea che, come sosteneva Toscanini, all’aperto si può solo giocare a bocce… mentre la musica ha bisogno delle pareti e di essere protetta per poter apprezzare, in qualche modo, anche il silenzio».