Max Pezzali, Qualcosa di nuovo

Analisi sulla musica degli 883 e sui motivi che la rendono forte ancora oggi

Due giornate consecutive, un doppio sold-out, 120.000 spettatori: è un autentico trionfo quello di Max Pezzali a San Siro (qui la nostra recensione del concerto). Un karaoke di cinque ore complessive con grandi protagoniste le canzoni degli 883 (e non solo) che, dopo 30 anni, mantengono ancora la stessa forza e vengono cantate a squarciagola da almeno tre generazioni diverse. Vediamo com’è ancora possibile tutto questo.

Canzoni come film |

La forza di Max Pezzali è, innanzitutto, nella scrittura fortemente personale, evocativa e cinematografica. Lo scenario è subito chiaro e le sue canzoni sono come piccoli film: non ti limiti a sentirle, le vedi anche. E questo le rende subito comprensibili anche a chi vi si approccia oggi per la prima volta. Non è mai un mistero, ad esempio, il luogo dove si sviluppa l’azione: pensate, ad esempio, a “La regina del Celebrità” (dove “Celebrità” è una piccola discoteca del pavese) o alla città con “due discoteche e centosei farmacie” di “Con un deca“, o ancora a quei paesini dove tutti “sono sempre a giudicare tutto quello che fai” di “Tieni il tempo“.

La sua poetica in quegli anni si rivela particolarmente figlia della provincia, con l’ambizione però di fare il salto altrove. Un obiettivo ben preciso che si rispecchia in una proposta chiara, diretta, limpida. Il linguaggio è quindi molto giovanile e a tratti gergale. Il messaggio deve arrivare senza ermetismi né fronzoli e il quadro sociale raccontato deve essere subito individuabile.

Alle puntuali connotazioni geografiche si uniscono infatti svariate citazioni di oggetti ed elementi della vita quotidiana. Il cinquantino che “mi portava via dai guai“, il disco orario solare, il banco del bar, il drink, il video juke-box, il cappellino blu dei New York Yankees… Il verso cult dei “tappetini nuovi, Arbre Magique” o quello degli “anni in motorino sempre in due“. Immagini semplici, leggere ma che, inserite nei testi, hanno un grande impatto.
Un modus operandi quello di Pezzali che, nascondendosi dietro al pop più leggero, segue l’obiettivo del rap: fotografare la realtà e la vita di tutti i giorni per raccontare storie di chi sogna, spesso vanamente, una rivalsa.

Protagonisti normali e imbranati |

I protagonisti dei brani degli 883 infatti non sono mai dei vincenti. Sono quelli che vorrebbero andare a New York ma poi si dicono: “Dov’è che vuoi che andiamo con ‘ste facce io e te?“. Che si perdono a “uscire più di dieci chilometri“. Che nel weekend mangiano “pasta in brodo o forse minestrone, ad andar bene un po’ d’affettato“.
A essere cantato è quindi l’arreso che alla fine accetta la sua condizione (“Anche se non cambia niente è lo stesso, tu ti divertirai“) e nutre però ancora un filo di speranza di poterla cambiare (“Devi solo credere che un giorno te ne andrai di qui“).

E questa visione si riflette anche nell’amore, che non è quasi mai quello idilliaco ma quello degli insuccessi. Al centro ci sono quindi le occasioni perse  (“Vedo le fedi alle dita di due, che porco giuda potrei essere io qualche anno fa“) e la difficoltà nel dichiarare i propri sentimenti (“Ti vorrei far vedere tutti i miei foglietti e le lettere, che ti vorrei spedire ma non ho il coraggio e non so perché“). La figura cucita attorno al maschio non è mai quella dello sciupafemmine ma quella degli “imbranati” e “intimiditi” che non riescono a guardare negli occhi la bellona di turno. Che si sentono ripetere “non potrei mai vederti come fidanzato“. E che “dopo i due di picche in discoteca l’abbiam preso anche dalla cassiera“.

Figura del perdente e stati d’animo |

È l’elogio della figura del perdente ed è una delle caratteristiche che rendono possibile la riscoperta di questi classici.
In una società attuale dove si tende a mostrarsi solo al massimo delle proprie possibilità, i giovani hanno bisogno anche di modelli di normalità e non solo di influencer o di trapper che insultano il proprio pubblico perché già esaltati dal successo di una sola canzone.

Pier Paolo Pasolini diceva che le nuove generazioni vanno educate “al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati“. Pezzali non fa che mettere in musica questo concetto e non è quindi un caso che a San Siro si siano visti anche molti ragazzi che, attraverso la sua musica, si riconciliano con valori molto più veri della realtà che li circonda. Trovano più umanità in quei protagonisti che nei loro idoli attuali. Imparano che i momenti di buio sono anch’essi una condizione necessaria per la propria crescita e si sentono parte della comunità del “tranquillo, siam qui noi“.

Quella di Max è infatti una poetica anche degli stati d’animo, e in questo senso non può che unire tutti. A chi non è mai capitato di passare “notti intere ad aspettarti, ad aspettare te” o di chiedersi “se era giusto essere trattato così da una persona che diceva di amarmi e proteggermi“? Chi non hai mai sognato di dipingere “il sogno di poterti amare” o di dire alla propria amata che “nella buona sorte e nelle avversità, nelle gioie e nelle difficoltà, se tu ci sarai, io ci sarò“?
Canzoni che sono quindi veri e propri pezzi di vita, in grado di poter far divertire, cantare, commuovere intere generazioni. In ognuna si può rivivere un proprio ricordo, un volto del passato, un momento speciale o da dimenticare.

In conclusione |

La critica degli anni ’90 aveva una convinzione: il mondo degli 883 non sarebbe durato nel tempo. Troppo incastrato in quell’epoca e troppo giovanilistico per non essere rinnegato dagli stessi che lo amavano, si diceva. Trent’anni dopo scopriamo invece che parlava sì a quella generazione, ma allo stesso tempo anche a quelle future. Perché, evidentemente, quella leggerezza era solo apparente e nascondeva in realtà una grande profondità.

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Nick Tara

Classe '92, ascoltatore atipico nel 2022 e boomer precoce per scelta: mi nutro di tradizione e non digerisco molte nuove tendenze, compro ancora i cd e non ho Spotify. Definito da Elettra Lamborghini "critico della sagra della salsiccia", il sogno della scrittura l'ho abbandonato per anni in un cassetto riaperto grazie a Kekko dei Modà, prima ascoltando un suo discorso, poi con la sincera stima che mi ha dimostrato.

By Nick Tara

Classe '92, ascoltatore atipico nel 2022 e boomer precoce per scelta: mi nutro di tradizione e non digerisco molte nuove tendenze, compro ancora i cd e non ho Spotify. Definito da Elettra Lamborghini "critico della sagra della salsiccia", il sogno della scrittura l'ho abbandonato per anni in un cassetto riaperto grazie a Kekko dei Modà, prima ascoltando un suo discorso, poi con la sincera stima che mi ha dimostrato.

One thought on “Perchè la musica degli 883 ha ancora la stessa forza dopo 30 anni?”
  1. Ho più di 60 anni, Max l’ho scoperto che ero già grande e vissuto successivamente tramite i figli. Questa sua recensione ha colto esattamente il significato e l’impatto delle canzoni degli 883 e di Max poi. Complimenti, ha condiviso la nostra passione di que..”gli anni”!!!

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