A tu per tu con la band torinese in occasione dell’uscita del disco “Dis(amore)“, l’ottavo in carriera

Tempo di nuova musica per i Perturbazione, gruppo musicale nato a Rivoli nell’88, in uscita con il nuovo album  intitolato “Dis(amore)”, disponibile a partire dallo scorso 29 gennaio. A quattro anni di distanza dal loro precedente lavoro “Le storie che ci raccontano”, la band capitanata da Tommaso Cerasuolo torna con un lavoro compatto e completo, arricchito da ventitré tracce che viaggiano nell’universo sentimentale in maniera originale, innovativa ed estremamente ispirata. In occasione di questa pubblicazione, abbiamo raggiunto via Skype il leader del gruppo, per sviscerare ogni singolo dettaglio di questo nuovo progetto.

Ciao Tommaso, benvenuto. Partiamo da “(Dis)amore”, il vostro ottavo progetto discografico che sviscera un po’ quello che è il nobile sentimento per antonomasia, diciamo pure l’amore e il suo contrario, proprio come sottolinea il titolo. Da quali idee siete partiti e come si è sviluppato l’intero processo creativo?

«Con Rossano Lo Mele, batterista e co-autore dei testi, ci siamo accorti di aver accumulato tanto materiale negli ultimi anni attorno a questo concetto dell’innamoramento e del disamoramento, affrontandolo di volta in volta con uno spirito piuttosto anticonvenzionale. Ci piaceva l’idea di provare a descrivere una storia che facesse capire quanto entrambe le situazioni non siano affatto contrapposte, bensì parte di una stessa energia emotiva».

E’ un disco ponderato, in ogni parola e in ogni suono, come nella migliore tradizione dei Perturbazione. Quali principali innovazioni pensi ci siano all’interno di questo progetto rispetto ai precedenti?

«Sicuramente la volontà di essere ancora più narrativi, nel senso che abbiamo cercato i fare sempre album che fossero coesi e non delle semplici raccolte di canzoni, quindi che avessero un’anima. Il singolo apripista “Io mi domando se eravamo noi” rappresenta uno dei pezzi dal quale siamo partiti, per poi sviluppare attorno l’intero progetto. Ad un certo punto abbiamo capito che quello che avevamo voglia di fare era un disco narrativo, dall’incontro alla convivenza, fino all’epilogo di questi due personaggi immaginari, protagonisti di una storia non a lieto fine, ma che sfiora nel dettaglio varie dinamiche. Abbiamo scritto questo album come fosse una specie di film, spostando la cinepresa all’interno di una casa che abbiamo cominciato ad immaginare, paragonando le canzoni a stanze, luoghi, sgabuzzini, cantine e tinelli».

Non sono state settimane affatto facili, come hai vissuto questo ultimo complicato periodo? Sia dal punto di vista personalmente che in ottica discografica in vista dell’uscita di questo lavoro…

«Dal punto di vista discografico abbiamo rimandato due volte l’uscita perché, con la nostra etichetta Ala Bianca, ci siamo trovati d’accordo nel riuscire ad individuare la prima finestra utile per permettere di avere una distribuzione. Volevamo che il disco potesse essere tenuto tra le mani, quindi che uscisse non solo in digitale ma anche e soprattutto in versione fisica. Dal punto di vista personale, sono rimasto in casa con i miei due figli e la mia compagna, quindi i soliti problemi con gli spazi, i giga limitati, le lavatrici, la spesa, eccetera eccetera. A turno abbiamo vissuto momenti di disperazione, per fortuna stiamo tutti bene».

Come te la immagini un’estate senza concerti? Immagino che per una band come la vostra non sia capitato storicamente così spesso…

«Non mi nascondo dietro a un dito, negli ultimi anni è diventato più complicato suonare dal vivo, un po’ per questioni anagrafiche, c’è un rinnovarsi di nuove energie e meno spazio, un po’ perché è complicato  co-gestire altre forme di lavoro che devi fare per forza per mettere insieme il pranzo con la cena. Tutto questo è diventato piuttosto macchinoso, personalmente ho accumulato una sorta di stress non indifferente, per cui fatichi ad avere continuità, alterno momenti di entusiasmo a momenti di depressione, sono un essere umano. Sicuramente mi spiace per tutta la filiera, non siamo messi bene, sicuramente ci sarà una scrematura, anzi si sta già compiendo, ma il Paese dovrebbe domandarsi cosa vuole fare con il mondo culturale e quanto può cercare di sostenerlo, capendo che non si tratta di un settore che vive d’aria. L’intero sistema dovrebbe cercare di parlare con una sola voce, consci sia dell’importanza dell’arte sia del fatto che bisogna fare dei sacrifici ».

Trentadue anni di carriera sono tanti, puntate dritti ai Pooh, al traguardo dei cinquanta, nel senso che per una band non è semplice durare temporalmente così tanto. Qual è il segreto della vostra convivenza e, di conseguenza della vostra longevità?

«Innanzitutto anticipo che, quando abbiamo messo in piedi il gruppo nel ’88, in realtà non sapevamo suonare niente, solo per giustificare e non sentirmi troppo anziano (sorride, ndr). Guarda, credo che il segreto sia l’amore e il disamore, accettare il fatto che fisiologicamente ci sono tante pause creative, che si alternano momenti in cui passi tanto tempo insieme ad altri in cui non ti vedi per mesi, che ti vuoi bene ma ogni tanto ti vuoi strozzare perché le cose le vedi diversamente, che ciascuno ha i suoi tempi di arresto e di indecisione. Penso che tutte queste cose abbiano contato molto».

Per concludere, qual è la lezione più importante che vi ha regalato la musica in tutti questi anni di attività?

«Che il talento non ha a che fare con il resto, la musica è una benedizione ma allo stesso tempo una maledizione, ti prendi tutto il pacchetto come l’amore e il disamore. Raccontare storie attraverso le canzoni è una delle forme di consolazione per me più importanti, almeno quando ti riesce, perché non accade sempre, a volte la maionese impazzisce. Quando ci riesci è bello, appagante, qualcosa che ti nutre in un modo tutto suo. Giochi a fare l’alchimista per finta ma in realtà non ci hai mica capito niente, poi all’improvviso viene fuori qualcosa e dici “oh he culo” (sorride, ndr), per me è un po’ così, vorrei avere più controllo. L’immaginazione aiuta parecchio, ti inventi dei modi per non affrontare soltanto la perfidia della logica del tempo, ma per accettare anche e soprattuto la sua magia».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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