Perturbazione: “La musica è misteriosa, puoi provare a fare dieci cose e nessuna riuscirà allo stesso modo” – INTERVISTA

Perturbazione

A tu per tu con la band torinese in occasione dell’uscita del nuovo disco “Risuona”, disponibile per The Saifam Group dal 9 ottobre 2026. La nostra intervista ai Perturbazione

I Perturbazione tornano con “Risuona”, un album che non si limita a rileggere canzoni altrui, ma prova a farle passare attraverso una seconda vita, in italiano, senza perdere il legame con l’originale. Dietro il progetto c’è un lavoro lungo, stratificato, nato da traduzioni accumulate negli anni, da cover suonate per gioco e poi via via trasformate in un discorso più ampio su identità, memoria e assenza.

A raccontarlo è Tommaso Cerasuolo, voce della band, che spiega come tutto sia cominciato con un’intuizione maturata due anni fa, ma che in realtà affonda le radici in un percorso molto più lungo, fatto di ascolti, prove, concerti e tentativi di mettere mano a brani amati senza restarne prigionieri. Tradurre, per i Perturbazione, significa infatti rispettare una tradizione ma anche tradirla un po’, perché solo accettando lo scarto tra le lingue una canzone può davvero “risuonare” in modo personale.



Partiamo subito dall’idea del disco. È un progetto molto particolare, quindi immagino che ci sia una storia dietro. Come nasce?


«Diciamo che l’abbiamo formalizzata noi due anni fa, dicendo: “Sarebbe bello provare a fare un disco con tutte queste canzoni”. E tutte queste canzoni, in realtà, sono la storia dei vent’anni precedenti, perché lavoriamo insieme da tantissimi anni. Fare cover è la prima cosa che fanno i gruppi quando imparano a suonare: provi a imitare, a essere il più fedele possibile rispetto alle cose che ti piacciono. Poi ti accorgi che devi sporcarti le mani e metterci del tuo, altrimenti non vale. Anzi, il valore di quello che reinterpreti si moltiplica in base a quanto riesci a farlo risuonare con un tuo timbro personale, con un tuo arrangiamento. Noi siamo inciampati nella traduzione per gioco, all’inizio degli anni Duemila. Da lì ogni tanto traducevo dei pezzettini di canzoni e magari li cantavo ai concerti, tra un brano e l’altro, durante le accordature. Ci siamo accorti che il fatto di dare personalità a una cover, di mettere qualcosa di proprio, attraverso la traduzione permetteva in realtà di scoprire qualcosa di te stesso. Questo fenomeno si amplificava tantissimo, risuonava molto. Alla fine, è nata l’idea di provare a fare un disco tutto così, giocando su quello che è un rapporto non ambiguo, ma a doppia mandata, con la traduzione. La traduzione è un atto di rispetto nei confronti di una tradizione e, allo stesso tempo, di tradimento, perché devi accettare che, cambiando lingua, alcune cose si perdano e altre si trovino. Cerchi di mantenere fede allo spirito della canzone, alla sua anima, alla sua atmosfera. Però, se ti metti a tradurre letteralmente, diventa tutto un po’ paradossale, un po’ posticcio. C’è una frase di De André che diceva che esistono le traduzioni brutte e fedeli e quelle belle e infedeli».

Bisogna fare i conti anche con il ritmo…

«Eh sì. Da questo punto di vista, l’italiano non aiuta per niente, però è una lingua che per cantare certe cose va molto bene. Per essere estremamente ritmici, invece, è strana. Mi viene in mente tutto quello che è stato fatto con il rap e la trap negli ultimi anni: il modo in cui hanno piegato la nostra lingua. È stato un modo per adattare i nostri suoni e dare loro una musicalità, una maggiore ritmicità. Nel rap non è un caso: se lo fai soltanto in italiano, è complicato».

Quanto tempo avete impiegato per realizzare questo lavoro? Non è un disco semplice, anche per il rispetto nei confronti delle opere originali e per tutto il lavoro che comporta la traduzione

«Diciamo che è un lavoro lungo circa venticinque anni. Le traduzioni sono state fatte piano piano e poi ripescate per questo progetto. Abbiamo risuonato e registrato molte cose in questo periodo, ma alcune sono la sedimentazione di un lavoro lungo. C’è il momento in cui ti dici: “Aspetta, però: effettivamente potrebbe funzionare. Sarebbe bello fare un disco così”. A quel punto inizia il gioco di rimpallarci i pezzi: “Proviamo a fare quella”, “Proviamo a fare quell’altra”. Alla fine, c’è una pila di canzoni scartate alta almeno il triplo rispetto a quelle finite nel disco. Provi a fare una cosa, poi ti incagli dentro un ritornello o dentro un passaggio che non funziona, non riesci a risolverlo e dici: “Va bene, la metto da parte”. C’è poi un’altra pila di pezzi che capisci essere paradossali perché sono troppo famosi. Sono già presenti nelle orecchie degli ascoltatori nella lingua originale. Sono brani iconici e proprio per questo è difficile riuscire a renderli in un’altra lingua. Ti scontri con il fatto che, dentro le orecchie di chi ascolta, risuonano già nella lingua in cui sono stati scritti. Poi c’è la fase della selezione e, infine, quella editoriale. Un conto è fare una cover: puoi realizzare tutti gli arrangiamenti che vuoi e cambiarla completamente. Se chiedi i diritti agli autori, il compenso arriva a loro e va tutto a posto. Se invece fai una traduzione, devi contattare l’autore e gli editori originali e chiedere il permesso. C’è ancora una piccola fila di brani che sono stati lasciati da parte. Sono soltanto quattro, mentre gli altri dieci ce l’hanno fatta. In quei casi gli autori hanno detto: “No, guarda, non me la sento”, oppure non hanno risposto».

È comprensibile: ciascun autore deve poter decidere come viene trattato il proprio lavoro.

«Certo. È un lavoro piuttosto lungo, soprattutto nella parte editoriale, però credo che ne sia valsa la pena. Alla fine, è venuto fuori un disco molto personale. Io ci trovo anche un filo rosso che lo lega a un disco di sei anni fa, Disamore, che è il nostro ultimo album, raccontava la storia d’amore di persone qualunque dall’inizio alla fine, con tutta la sua parabola narrativa. Il succo del disco era: che cosa si fa di una relazione, di un affetto, quando non c’è più? Che cosa si fa quando l’assenza diventa il dato centrale? Quando ci siamo alzati un po’ e abbiamo provato a guardare il lavoro dall’alto, cosa che nella creatività non è sempre facile, mi sono reso conto che questo nuovo disco è la continuazione di quel discorso. Il tema dell’assenza, credo, lega moltissimo tutte queste canzoni».


Hai anticipato in parte una domanda che volevo farti. Mi chiedevo se, a un certo punto del lavoro sulle cover e sulle traduzioni, ti sia arrivata una consapevolezza rispetto alla loro utilità nel definire ciò che siete diventati. Avete suonato moltissime cose nel tempo: riesci a ricostruire il modo in cui quei brani vi hanno aiutato a sintetizzare la vostra identità?

«Credo che questa cosa sia anche figlia di un piccolo format che avevamo fatto soltanto su YouTube. Con un amico fotografo mettevamo una camera fissa e risuonavamo canzoni. L’idea era restituire la dimensione di un gruppo quando prova a fare cover. Alcuni pezzi si distaccavano dagli originali per arrangiamento, altri erano più fedeli. Quel bagaglio serve a costruire la propria identità. Il suono che viene fuori nasce per affinità elettive, ma anche per accumulo: sono tutte le cose con cui provi a confrontarti. A volte capisci che alcune ti appartengono più di altre. La musica è misteriosa: puoi provare a fare dieci cose e e nessuna riuscirà allo stesso modo. Alcuni registri ti sono più congeniali. A volte basta spostare un po’ la tonalità di un pezzo per cambiarne la natura. Ed è importante, perché c’è anche la questione della voce. Tra il 2005 e il 2010, ogni tanto, abbiamo portato in giro uno spettacolo che si chiamava “Le città viste dal basso”. Suonavamo canzoni italiane classiche sul tema della città e, in mezzo, c’erano sempre tre o quattro ospiti. Ne sono passati davvero tanti, e raccontavano le loro città attraverso le loro canzoni. Preparare gli arrangiamenti e suonare insieme agli ospiti i loro brani è stata una scuola fortissima. Allo stesso tempo, prendere pezzi di Dalla, Graziani, De Gregori e altri, ti fa capire che per anni ti sei adattato ai chitarristi e alla voce, dicendo: “Quello è il riff, non si può cambiare”. Poi scopri che spostare la tonalità di un pezzo ne cambia la natura. A volte è necessario farlo per la voce, che è una parte molto importante della musica popolare. Tutto questo lavoro di adattamento ti fa capire quali sono le tue corde migliori. Nel nostro caso, essendo cresciuti con la new wave, il post-punk e il grunge, spesso cercavamo un approccio più graffiante, soprattutto con le chitarre. Poi ci abbiamo messo dieci anni a capire che, sottraendo e cercando un po’ più di dolcezza e tenerezza, eravamo più vicini a noi stessi. La traduzione ha ancora a che fare con questo piccolo atto di equilibrio. Giochi con alcune immagini e con la sintassi per riuscire a costruire, a volte, dei pezzettini che diventano tuoi. Se devo trovare un’immagine, il pezzo originale è una retta e la traduzione cerca di stare su quella retta. In realtà, però, va zigzagando. L’importante è che la incroci continuamente, ma per forza deve fare le sue curve e staccarsi. In quelle curve, il tuo slalom diventa il tuo stile».

Prima citavi De André, uno degli esempi più peculiari e rappresentativi della tradizione italiana delle traduzioni e degli adattamenti. Per molti anni, in Italia, si sono trasportate e adattate canzoni straniere. Forse, allora, era anche più facile: non si aveva sempre accesso all’originale. Oggi siamo collegati a tutto e possiamo ascoltare immediatamente la versione di partenza. Sentite il peso di quella tradizione o avete preferito un approccio più personale e intimo?


«Direi decisamente un approccio più intimo. Il gioco dei riconoscimenti scatterà per qualcuno, ma la maggior parte di queste canzoni non sono particolarmente famose. Anzi, ci siamo accorti che quelle più famose non si riescono a tradurre: diventava per forza una cosa molto personale. Quindi sì, decisamente più intimo. Il rapporto con la storia della traduzione in Italia è una cosa che ci ha affascinato durante il lavoro, e adesso stiamo provando a capire come portarla nei concerti. I concerti saranno da gennaio in avanti; le date le comunicheremo più avanti. Ci sarà una data zero a Saluzzo, in un piccolo posto in provincia di Cuneo. Noi veniamo più o meno da quella provincia, quindi torniamo lì per la data zero, il 7 novembre. Stiamo provando a costruire lo spettacolo anche attraverso un po’ di narrazione tra un brano e l’altro. Ci sono due storie parallele: quella del nostro rapporto con la traduzione della canzone italiana, con esempi eccellenti come De André, ma anche con casi più bizzarri ed epocali. Perché poi è stato fatto di tutto e ci sono caduti anche gli autori stessi».  

È anche la storia di chi, a volte, cambiava completamente il testo originale, senza preoccuparsene troppo, perché erano successi già affermati all’estero ma dovevano ancora arrivare in Italia. Arrivavano in una nuova versione, qualche volta rispettosa dell’originale e altre volte completamente libera.…

«Esatto. In alcuni casi c’erano autori di grande calibro, in altri ci si disinteressava completamente del testo. Ognuno ha provato a fare la propria partita, ma il rispetto per la lingua originale era molto relativo. Anche questa è una storia da raccontare. Dal vivo ci piacerebbe raccontare anche la storia di qualunque relazione tra persone che parlano la stessa lingua. Alla fine, quando due persone parlano lingue diverse, imparano presto quella dell’altro. Dopo pochi mesi, appena la chimica dei corpi lo permette, costruiscono un lessico familiare fatto anche di traduzioni. Le espressioni d’affetto devono essere spiegate attraverso metafore ed esempi, perché è difficile rendere davvero le cose proprie di ciascuna lingua. Due persone che si vogliono bene possono avere due lingue madri diverse e magari parlare una terza lingua per comunicare. Per chi parla due lingue diverse, questa cosa diventa evidente dopo poco, anche negli affetti. Noi invece abbiamo la presunzione che, quando due persone che si vogliono bene usano le stesse parole, stiano dicendo le stesse cose. Ma non è così. La verità è che la maggior parte di noi, anche negli affetti, è fatta di equivoci. Siamo cani e gatti. Il tuo scodinzolio, per me, può significare che sei nervoso e non che sei contento di vedermi. Nel raccontarlo dal vivo, ci piacerebbe trovare una specie di filo intrecciato tra questa storia intima e la storia della traduzione, con i suoi esempi. In generale, l’approccio del disco è piuttosto malinconico, ma dal vivo può diventare anche divertente: si può scherzare e giocare con i riferimenti alla canzone italiana».

Mi hai anticipato anche l’ultima domanda sulla trasposizione dal vivo. Avevate già pensato a come portare questo lavoro sul palco?

«Ci sarà anche un gioco di affinità tra la nostra discografia e i nostri temi. Mentre provavamo, ci siamo accorti che non potevamo fare soltanto i brani del disco: sarebbe venuto fuori un concerto pesante, nel senso di una cosa che scarica tutto sulle spalle di chi hai davanti. Chi viene ad ascoltarci vuole magari sentire anche le nostre canzoni. Allora abbiamo pensato di alternarle».

Scritto da Federico Arduini
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