PFM Ho sognato pecore elettriche

A tu per tu con Franz Di Cioccio e Patrick Djivas, in occasione dell’uscita del disco “Ho sognato pecore elettriche

Cinquant’anni di carriera e non sentirli, alla base c’è l’entusiasmo che ha sempre contraddistinto il percorso musicale della Premiata Forneria Marconi, la band italiana più famosa al mondo che ha calcato i palchi più prestigiosi dei cinque continenti. Si intitola “Ho sognato percore elettriche” il loro nuovo album di inediti, pubblicato lo scorso 22 ottobre. In occasione di questa interessante uscita, abbiamo incontrato Franz Di Cioccio e Patrick Djivas, le due ispirate anime della PFM.

Ciao e benvenuti. Partiamo da “Ho sognato pecore elettriche“, a cosa si deve la scelta di questo titolo?

«Oltre alla musica, abbiamo in comune la passione per i film di fantascienza. Il titolo prende spunto da una frase di “Blade runner”, una pellicola che ci ha particolarmente colpito per quello che racconta, oltre che per come sono state girate le scene. La cosa più interessante è la descrizione del rapporto tra umani e androidi, questo ci ha portati a riflettere su ciò che vediamo oggi in giro, interrogandoci sul tasso di sensibilità che, a volte, caratterizza più gli esseri artificiali che quelli umani. La risposta alle nostre domande è stata, come sempre, quella di realizzare un disco. Attraverso la musica abbiamo cercato di mettere insieme il lato utopico e il lato distopico».

Un album all’insegna del rinnovamento, ancora una volta avete realizzato un disco che non somiglia a cose passate. Ogni volta riuscite a stupire, proponendo elementi innovativi. Pensate possa essere questo il vostro marchio di fabbrica?

«Più che un marchio di fabbrica è la nostra intenzione, per noi è normale fare questo. Quando ti capita la possibilità di riuscire a fare musica e di ricevere il continuo riscontro del pubblico per così tanti anni, la responsabilità ti porta a compiere delle scelte. Avere successo discografico è un discorso, ma sentirsi soddisfatti del proprio lavoro è per noi estremamente importante. Abbiamo fatto una scelta precisa, pensando che la cosa migliore fosse quella di non ripeterci, conducendo una vita da musicisti. Come accade per qualsiasi altra figura professionale, dai medici agli architetti, pensiamo sia fondamentale continuare ad imparare e a crescere. Per cui è molto importante fare musica diversa e non aver paura di collocarsi fuori dal mainstream. A noi questo non è mai interessato e, forse, rappresenta il motivo per cui dopo cinquant’anni siamo ancora qua».

PFM Ho sognato pecore elettriche

Quali elementi e quali caratteristiche vi rendono orgogliosi di un disco fuori dagli schemi come “Ho sognato pecore elettriche“?

«In assoluto la libertà compositiva e nel trattare argomenti, ma anche nel realizzare un concept album, perché hai più possibilità di far capire quello che vuoi raccontare. In questo caso, siamo riusciti a trovare il giusto equilibrio tra la narrazione e la musica, inserendo elementi che richiedono tanti anni di esperienza, come il senso dell’armonia e della modulazione. Abbiamo lavorato molto su questi aspetti, a partire da un brano molto bello come la ballad “Ombre amiche”, dove siamo riusciti a tradurre in maniera semplice una certa complessità di struttura. Questo ci rende estremamente soddisfatti».

Siete tra i pochi artisti a non aver calcato mai, in gara, il palco dell’Ariston di Sanremo. A parte Frenz che ha partecipato nell’88 con i Figli di Bubba, come PFM avete preso parte alla rassegna in un paio di occasioni in qualità di ospiti. Negli ultimi anni il Festival è cambiato, pensate che la vostra filosofia artistica potrebbe mai sposarsi con quel tipo di contesto?

«Non è un qualcosa che dipende da noi, ma da chi lo organizza, perché il Festival ha degli schemi precisi. Si tratta di scelte artistiche e noi possiamo solo partecipare in quanto artisti, avendo la massima libertà come è capitato di recente con Anastasio. In gara mai, perché siamo contrari a questo genere di competizioni. Le gare non esistono, perché c’è chi suona più strumenti o chi suona in maniera più veloce, ma ci deve essere uno spazio-tempo per questo genere di cose, non si possono mettere in paragone musicisti diversi. Ci sentiamo estranei dalle competizioni musicali, non parliamo di sport, non c’è qualcuno che può arrivare prima di un altro, al massimo può vendere più dischi o avere più persone durante i live, ma non si tratta di arrivare prima o dopo. Ci sono musicisti bravissimi che fanno concerti con pochissima gente, pur essendo assolutamente geniali».

Per concludere, citando un altro famoso aforisma preso in prestito sempre da “Blade runner“, che dice “ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginarvi“, vi chiedo: quali cose altrettanto incredibili hanno visto i vostri occhi in questi cinquant’anni di carriera?

«Beh, insomma, ne abbiamo viste tante (sorridono, ride). La cosa che ci sorprende di più è vedere come è diventato il futuro rispetto a come ce lo immaginavamo quando abbiamo cominciato questo lavoro. Siamo molto fieri di sentirci ancora liberi di poter fare la musica che vogliamo, ma per arrivare ad essere quello che siamo oggi abbiamo sempre e solo puntato sull’entusiasmo. Ecco, se non sogni pecore elettriche vuol dire che sei fondamentalmente un entusiasta! Insomma, oggi possiamo dirlo anche noi: abbiamo visto e sentito cose che voi umani, eccetera eccetera».

© foto di Orazio Truglio

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

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