PierC: “Nel fare musica musica non esiste una strada già scritta” – INTERVISTA

PierC

A tu per tu con il giovane cantautore in occasione dell’uscita del suo nuovo singolo “Sul filo”, disponibile per Atlantic Records Italy / Warner Music Italy. La nostra intervista a PierC

Dopo il percorso a X Factor 2025, PierC riparte da “Sul filo”, un singolo che mette insieme ricerca, istinto e desiderio di costruire un’identità artistica sempre più personale. Un brano nato da mesi di scrittura e sperimentazione, ma anche il punto di partenza di una nuova fase, arrivata in parallelo con i primi live da solista.

Con lui abbiamo parlato di musica, palco, pianoforte, voce, dell’esperienza a X Factor e delle persone che hanno accompagnato i suoi primi passi, fino alla necessità di trovare, nella musica come nella vita, una strada che sia davvero la propria.

PierC presenta il nuovo singolo “Sul filo”, l’intervista

“Sul filo” è uscito da qualche giorno. In genere le interviste siamo soliti farle prima della pubblicazione, ma è anche bello parlarne quando il pezzo è fuori, così posso iniziare chiedendoti innanzitutto se sei soddisfatto dell’accoglienza del brano e quali sono stati i commenti, i feedback che più ti hanno reso felice?

«È stato accolto bene e sono contento. Anche le persone intorno a me, che spesso sono le più critiche, mi hanno detto che questo pezzo è molto PierC. E questa, dopo tanti mesi di lavoro, esperimenti e prove, è stata forse la cosa che mi ha fatto più piacere: che sia emersa innanzitutto la volontà di portare qualcosa di nuovo e di personale. “Molto PierC” è già uno stile, e credo sia uno dei complimenti più belli che si possano fare a un artista che è ancora ai primi passi».

Il brano racconta una condizione umana in cui chiunque prima o poi si è ritrovato: quando ci si sente un po’ sospesi, quando le cose dipendono un po’ da te e un po’ da ciò che c’è intorno. A volte bisogna muoversi, in altre invece stare fermi. Come nasce questa riflessione che ha dato vita a “Sul filo”?

«Da tanto tempo maturavo questa metafora del filo, dello stare in equilibrio. Mi ricordo che già quando studiavo mi trovavo sempre in mezzo tra lo studio, le passioni, le relazioni: è sempre complesso riuscire a tenere insieme tutte le parti della propria vita. Mi ero quindi costruito questa immagine di un circense in equilibrio sul filo, anche pensando al periodo rosa di Picasso. Da lì è emersa questa idea dell’equilibrio, che è diventata una metafora di una condizione esistenziale sulla quale ho riflettuto molto. Quale modo migliore di raccontarla se non attraverso una canzone? Tra l’altro volevo farlo anche in maniera un po’ dissacrante, perché c’è un contrasto tra un testo abbastanza profondo e una musica che invece apre, alleggerisce e quasi spensierisce tutto. È stato complesso riuscire a sintetizzare tutte queste riflessioni in tre minuti e nella forma di una canzone, però sono soddisfatto del risultato».

Musicalmente parlando il pezzo ti spinge a muovere l’anca e il bacino, c’è un po’ di disco music. Raccontaci che tipo di lavoro c’è stato in studio per la costruzione del sound.

«È stato bellissimo. Ho sempre sognato di poter fare questo lavoro e ho lottato tanto per arrivarci. Ho fatto tutto il mio percorso, poi è arrivata X Factor e ho avuto l’opportunità di provare a trasformare la musica nel mio lavoro. Per me è qualcosa di sacro, quindi mi sono preso il tempo necessario per far maturare delle idee e delle canzoni. Ogni canzone che faccio la curo tantissimo. “Sul filo” l’abbiamo scritta in un paio di giorni e poi l’abbiamo cesellata per bene. Il nocciolo era già lì, ma dopo abbiamo fatto tanti esperimenti, perché è bello anche provare delle cose, vedere se funzionano oppure no. Abbiamo lavorato molto anche sul take vocale, studiando un delivery che riuscisse a restituire l’emozione che volevo: un misto di angoscia, ma anche di benessere, di quella sensazione per cui, nonostante tutto, magari non sei mai stato così bene. Per me ogni pezzo è un viaggio, un percorso. Il prodotto-canzone è importantissimo, ma dal punto di vista dell’artista il processo è fondamentale. Quando fai nascere un brano lo accompagni, lo lavori insieme ai musicisti dal vivo. Ho insistito perché fosse suonato dal vivo e ho voluto essere coinvolto in ogni passaggio, fino alla fine».

“Sul filo” arriva dopo un periodo di ricerca e di scrittura. Che periodo è stato, come hai lavorato, quanto hai prodotto e cosa ti ha spinto a scegliere proprio questa canzone come primo tassello del tuo nuovo percorso?

«Ho lavorato su un insieme di pezzi diversi. È stato anche un periodo in cui, col senno di poi, credo di aver avuto il coraggio di prendermi una pausa. Appena finisce un programma e l’esposizione mediatica che ne deriva è altissima, tutti ti dicono di battere il ferro finché è caldo. Io non ho voluto farlo, ma non per una questione di presunzione: pensavo semplicemente che avrei battuto il ferro quando ci sarebbe stato qualcosa da battere. Altrimenti sarebbe stato come batterlo per aria. È stata una scelta coraggiosa anche psicologicamente, perché vedevo tanti miei coetanei fare i loro percorsi, pubblicare cose, girare, mentre io ero lì a lavorare, a prendere qualcosa e magari a buttarla via perché non mi convinceva. Fa male. Però oggi sono contento. Ho ricevuto tanti feedback positivi e, quando arriveranno le critiche, so che potrò accettarle perché dietro a quello che faccio ci sono impegno, passione, sudore e notti in bianco».

Sono stati giorni abbastanza concitati perché, oltre all’uscita del singolo, hai tenuto due concerti a Torino e Milano e stai per partire per Roma. Sono stati i tuoi primi live da solista, spettacoli tutti tuoi. Come ti immaginavi prima quel momento e come si è rivelato nella realtà? Ha mantenuto le aspettative, le ha superate?

«Il live, nella mia persona sia umana sia artistica, è centrale. Per me è pazzesco, forse ancora più dello stare in studio. Sono una persona estroversa, portata a stare in un contesto sociale, e sicuramente il mio habitat naturale è il palco. Sono rimasto incredulo: entrambi i concerti sono stati sold out, pieni di gente arrivata da tutta Italia e non solo. Sono venuti da Bari, Napoli, Roma, persino dalla Germania. Ho ricevuto una dimostrazione di affetto grandissima da parte di persone che hanno creduto in me e che mi hanno aspettato. Sono immensamente grato. Anche il live ho scelto di strutturarlo in un modo molto PierC. Ci sono momenti più intimistici, altri in cui si balla, altri ancora più giocosi, con delle gag. Volevo dare a chi veniva a vedermi uno spettacolo curato in ogni dettaglio, fatto di tanta sostanza, con musicisti molto bravi. È un periodo in cui sono davvero molto contento».

Nella data di Milano dello scorso 2 ottobre è salito sul palco con te Francesco Gabbani e avete cantato insieme “Buttalo via”. Come prosegue il vostro rapporto dopo X Factor?

«Mi ha fatto una sorpresa incredibile. Avevo già aperto i suoi palazzetti questa primavera e poi è venuto a sorpresa sul palco della Santeria con me, nonostante fosse un palco più piccolo. Quando mi ha detto che sarebbe venuto ero quasi incredulo: “Ma sei sicuro?”. È una persona bellissima e un artista gigante, ma io lo conosco soprattutto come persona, al di fuori dei palchi e della televisione, e per me è una persona incredibile. Il nostro rapporto procede benissimo e sono fortunato ad avere un coach, un mentore nella mia vita anche al di fuori dell’ambito artistico. È una fortuna avere qualcuno che mi ha supportato, che si interessa a come sto e a quello che faccio. Quando gli ho fatto ascoltare “Sul filo” aveva sentito due o tre versioni del brano e, arrivato all’ultima, mi ha detto: “Questo è un pezzo di cui essere molto fieri”. Sentirmelo dire da lui è stato un bellissimo complimento».

Sempre a proposito di live, ti ho incrociato l’altra sera al concerto di Giorgia all’Unipol Dome qui a Milano. È stato un bellissimo concerto. Ti chiedo invece qualcosa sul rapporto con Giorgia, prima da ascoltatore immagino, poi da conduttrice e anche un po’ da sostenitrice durante l’esperienza di X Factor.

«Giorgia, in Italia, a livello di vocalità è una regina indiscussa e l’ho sempre ascoltata con grandissima ammirazione. A X Factor ho avuto modo di conoscerla e sono super contento di questo. Il suo ruolo era molto super partes: è sempre stata corretta con tutti noi e non si è mai sbilanciata, però a volte sentivo il suo sostegno. Quando finivo di cantare mi diceva “bravo” e la sentivo dalla nostra parte, anche se chiaramente il suo ruolo era quello di essere super partes. Potrebbe tranquillamente fare la coach, perché come conduttrice era dalla parte della teoria, ma allo stesso tempo riusciva a far sentire la sua vicinanza. Nei momenti più complicati mi ha stretto la mano in maniera molto forte e l’ho sentita davvero vicina. Quando posso vado sempre a sentirla. Sono andato anche a Milano in primavera e dopo il concerto dell’altra sera le ho scritto per farle i complimenti, perché ci tenevo a dirle quanto fosse bello. È davvero una grande».

Questa è la seconda volta che ti intervisto, era capitato poco prima della partenza dei Live di X Factor, quasi un anno fa. Quel pomeriggio della prova generale in cui avete incontrato noi della stampa avevate addosso degli accappatoi per non svelare i vostri outfit. Ti avevo chiesto qual era il tuo obiettivo e mi avevi detto: “Cantare il più possibile, calcare il più possibile quel palco”. E così è stato. Un anno dopo, come la vedi quell’esperienza?

«È stata un’esperienza fondamentale. X Factor mi ha dato la possibilità di entrare in un mondo che per me era nuovo e di capire tante cose di me stesso, sia dal punto di vista umano sia artistico. Quello che mi porto dietro soprattutto è la consapevolezza di quanto sia importante il percorso. Adesso sto continuando a fare esperimenti, sono entrato in un mondo nuovo per me, quello di trasformare la musica in un lavoro. E credo che anche X Factor mi abbia insegnato a vivere questa dimensione con consapevolezza, senza perdere però la parte più autentica di quello che voglio fare».

Cosa pensi di aver imparato da X Factor e cosa credi che invece sia rimasto inalterato, magari tra le skill che ti portavi dietro già da prima?

«Sicuramente ho imparato tanto a stare sul palco, a gestire la pressione, a confrontarmi con situazioni nuove e con persone diverse. Ma credo che alcune cose siano rimaste inalterate: la curiosità, la voglia di sperimentare e soprattutto il rapporto con la musica. Quello che sono oggi non nasce soltanto da X Factor, perché mi porto dietro anni di studio e di ricerca. Anzi, forse l’esperienza mi ha fatto capire ancora di più quanto sia importante trovare la propria strada. Non credo che esista un modo giusto in assoluto per fare questo mestiere: devi trovare il tuo».

In quell’intervista ti avevo anche chiesto cosa ti lega al pianoforte, al tuo strumento. Mi avevi detto che era un’orchestra portatile. Ti chiedo se e come è cambiato nel tempo il tuo rapporto con quegli 88 tasti e cosa rappresentano concretamente per te.

«Ho cominciato a suonare il pianoforte quando ero piccolo, anche se non ne ho avuto uno mio fino al liceo. Ho fatto le medie musicali e lì studiavamo soprattutto i brani d’orchestra e la musica d’insieme. È stato un ambiente bellissimo che mi ha fatto innamorare della musica. Al liceo ho avuto un rapporto un po’ di amore e odio con il pianoforte, anche perché studiare musica classica è impegnativo, soprattutto quando contemporaneamente frequenti un liceo classico molto intenso, fai sport e cerchi di avere anche una vita al di fuori dello studio. Però devo molto a quel percorso, perché oggi non mi considero soltanto un musicista virtuoso, ma ho una grande confidenza con lo strumento. Credo si veda anche durante i concerti: suono in piedi, mi muovo, tengo una gamba in un modo o nell’altro… Ho una certa libertà. E questa libertà per me è fondamentale, sia nel momento della creazione sia durante la performance. Ultimamente sto cercando di affidarmi molto di più all’intuito. “Sul filo”, per esempio, è partita da Matteo che suonava il basso e da lì è nata un’idea. Non sempre un brano nasce da una frase precisa o da una melodia già definita: dipende. Molte ballad, invece, sono nate in maniera completamente diversa».

C’è poi un altro strumento, naturalmente: la voce. Com’è cambiato nel tempo il tuo modo di cantare? Perché è chiaro che alla tecnica va abbinata l’interpretazione.

«Penso che sia cambiato molto e che stia ancora cambiando. Lo sento proprio come un percorso in evoluzione. Quando sei piccolo sei affascinato dalla tecnica, vuoi studiare, capire come fare le cose. Poi crescendo magari diventi perfezionista e ti fissi su determinati aspetti. Ora sto capendo che la musica è soprattutto emozione: deve arrivare a emozionare una persona. Forse è proprio nell’imperfezione che può esserci l’emozione. Cerco di portare questa idea nei miei delivery vocali, sia dal vivo sia in studio. In studio, per me, è ancora più difficile. Nel live hai il pubblico, hai la sua energia; in studio sei solo e devi trovare dentro di te il modo di trasmettere qualcosa a qualcuno che in quel momento non vedi. Quindi sto cercando di lasciarmi andare molto di più. La tecnica è importante perché ti permette di avere un range di scelte molto più ampio, però a un certo punto bisogna quasi dimenticarsene e andare dritti verso quello che è il fine della musica: emozionare».

Sei molto giovane e molto talentuoso, ma soprattutto trasmetti tanta passione. Quindi vorrei lasciarti chiedendoti: qual è l’insegnamento più importante che pensi di aver imparato fino a oggi dalla musica?

«Sto ancora facendo tanti esperimenti e sono entrato in un mondo nuovo per me, quello della musica trasformata in lavoro. Però una cosa che la musica mi ha insegnato, e che cerco di portare anche nella vita, è che non esiste una strada giusta. Quando studi uno strumento o la voce devi trovare il tuo modo di fare le cose, per lasciare un segno, per essere incisivo. Anche nella vita esiste un sistema di regole che per alcune persone funziona benissimo, ma se non ti senti a tuo agio dentro quel sistema devi trovare il tuo. Devi riuscire a svincolarti dalle regole già scritte e fare la tua musica. Credo che questa sia una delle cose più importanti che sto imparando».

Scritto da Nico Donvito
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