Pierdavide Carone: “Cantare Lucio Dalla è sempre una responsabilità importante” – INTERVISTA
A tu per tu con Pierdavide Carone per parlare dell’opera “L’anno che verrà” dedicata a Lucio Dalla, che lo vedrà protagonista dal prossimo mese di dicembre. La nostra intervista al cantautore pugliese
Da dicembre Pierdavide Carone sarà protagonista de “L’anno che verrà” (qui tutti i dettagli), l’opera dedicata all’universo musicale e poetico di Lucio Dalla, ideata da Marcello Corvino e diretta da Manuel Renga. Un progetto che non si limita a rileggere il repertorio del cantautore bolognese, ma lo trasforma in un racconto teatrale sospeso tra musica, danza e immaginario onirico.
La storia prende forma in un grande hotel sul mare, alla vigilia di Capodanno, dove le vite di alcuni viaggiatori si incrociano tra sogni, fragilità, disillusioni e desideri di rinascita. Ad accoglierli c’è un enigmatico portiere, interpretato da Pierdavide Carone, chiamato a dare voce e corpo a un viaggio emotivo in cui le canzoni di Lucio Dalla diventano linguaggio universale, memoria e possibilità di futuro.
L’opera con drammaturgia e testo di Emanuele Aldrovandi, vedrà in scena Pierdavide, accompagnato dall’Orchestra della Città di Ferrara e dal Coro del Teatro Comunale di Ferrara diretto dalla Maestra Teresa Auletta. A completare un ensemble insolito per il mondo dell’opera lirica, una compagnia di danza che porterà in scena le coreografie di Michele Merola e della Michele Merola Contemporary Dance Company. La direzione musicale de “L’anno che verrà” e gli arrangiamenti sono a firma del Maestro Roberto Molinelli (edizione musicale Universal Music Publishing Ricordi).
Pierdavide Carone torna così a confrontarsi con una figura centrale del proprio percorso artistico. Non un semplice omaggio, ma un modo per restituire qualcosa a chi, con “Nanì”, contribuì a segnare uno dei momenti più importanti della sua carriera. Ecco cosa ci ha raccontato.
Pierdavide Carone presenta l’opera “L’anno che verrà” dedicata a Lucio Dalla, l’intervista
“L’anno che verrà” è il titolo non solo di una delle canzoni più amate di Lucio Dalla, ma anche dell’opera ideata da Marcello Corvino che ti vedrà protagonista. Partirà a dicembre dall’Emilia-Romagna. Con che spirito ti approcci a questa nuova avventura?
«Con lo spirito di chi si ritrova a confrontarsi ancora una volta con uno dei capitoli più belli del proprio passato, quello legato a Lucio. In qualche modo sento di poter restituire qualcosa di ciò che lui mi ha dato in quel Sanremo straordinario che abbiamo condiviso. Lo farò attraverso le sue canzoni, ma in un contesto molto particolare, perché non si tratta di un semplice tributo. Ci sarà una storia che si muove attraverso la sua musica e io ne farò parte come personaggio».
Durante la conferenza stampa hai scherzato dicendo: “Spero di essere un portiere migliore di quanto io non sia tra i pali della Nazionale Cantanti”. Il tuo personaggio sarà infatti un portiere d’albergo che darà voce alle storie raccontate nelle canzoni di Lucio. Ci saranno anche delle parti recitate?
«La verità è che ancora non lo so con certezza. So quali canzoni dovrò interpretare, ma il copione è ancora in fase di definizione. Immagino che ci saranno anche dei momenti recitati, perché il mio è un personaggio inserito all’interno di una narrazione più ampia, però al momento non ho dettagli precisi. Spero ci sia spazio anche per la recitazione, perché è qualcosa che mi diverte e che ho già sperimentato in passato, ad esempio con “Sissi, Regina Ribelle”, dove la parte recitata era persino più importante di quella musicale».
C’è sempre stata una forte componente sinfonica nelle canzoni di Lucio Dalla. Non a caso questo spettacolo sarà accompagnato da un’orchestra. La stessa “Nanì”, grazie al suo intervento, aveva assunto una dimensione diversa rispetto alla versione originale, giusto?
«Assolutamente sì. “Nanì” era nata come un brano molto semplice, quasi uno stornello chitarra e voce, dove il testo era il protagonista assoluto. Quando Lucio la ascoltò mi disse: “È bellissima, adesso la rifacciamo da capo”. In quel momento rimasi un po’ spiazzato. Poi però, mettendoci mano dal punto di vista musicale, riuscì a trasformarla completamente. Il testo è rimasto centrale, ma lui le ha dato un respiro enorme, quasi da world music, con un’orchestra protagonista. Ha trasformato una canzone semplice in qualcosa di molto più grande».
Più volte hai raccontato che Lucio ha contribuito a far evolvere la tua musica. Questa volta è quasi il contrario: sarai tu a metterti al servizio delle sue canzoni…
«Sì, ed è una cosa che faccio spesso ormai, soprattutto negli ultimi anni. Però questo progetto è diverso dagli altri perché è multidisciplinare. Non c’è soltanto la musica, ma una storia che accompagna le canzoni. È una responsabilità importante, ma anche un modo molto bello per avvicinare nuove generazioni a un repertorio che considero eterno. Farlo in teatro, che per certi versi è un luogo quasi sacro per la musica, mi sembra il contesto perfetto per raccontare Lucio».
Tra le tante canzoni del repertorio di Dalla, quali senti più nelle tue corde?
«Sicuramente “Cara”. È una canzone che cantavo già nei miei concerti prima ancora che mi chiedessero di dedicarmi al repertorio di Lucio. Mi appartiene molto. In generale, però, affrontare Dalla significa confrontarsi con una doppia sfida: da una parte c’è il racconto, l’emozione delle parole; dall’altra c’è una vocalità incredibile, potentissima. Quando interpreti Lucio devi essere contemporaneamente un po’ De André e un po’ Whitney Houston. Devi avere la capacità tecnica di arrivare a certe note senza perdere il peso emotivo delle parole».
Di Lucio mi ha sempre colpito il contrasto tra il genio creativo e il suo lato più umano, ironico e quasi buffo. Tu che l’hai conosciuto da vicino, come descriveresti questa ambivalenza? Hai un ricordo che racconta bene questa sua parte?
«Lucio era capace di essere solenne e grottesco nello stesso momento. A cena, per esempio, ti parlava di temi profondissimi con un tappo di bottiglia attaccato sulla fronte. E pretendeva pure che tu rimanessi serio mentre lui continuava il discorso come se nulla fosse. Oppure andava a rubare il cibo nei piatti dei fan che lo riconoscevano. Era fatto così. Però, se ci pensi, solo una personalità del genere poteva scrivere sia “Caruso” sia “Disperato erotico stomp”. Ho sempre ammirato questo suo bipolarismo creativo e, nel mio piccolo, ho cercato di portarne qualcosa anche nella mia musica, alternando momenti più solenni ad altri più leggeri e ironici».
Per concludere, prima dicevi che Lucio, con la sua musica, ha contribuito a migliorare il mondo. Che cosa pensi manchi oggi di un artista del suo calibro?
«Credo che oggi manchi soprattutto la voglia di approfondire davvero i temi. Non riguarda solo la musica, ma la società in generale. Viviamo immersi nelle informazioni e questo ci fa credere di sapere tutto, ma spesso riceviamo contenuti superficiali che non si stratificano mai davvero. Anche nella musica esistono artisti che affrontano temi importanti e sociali, ma spesso ci si ferma allo slogan. Lo slogan è potente, lo è sempre stato, ma nel caso di artisti come Lucio c’era molto di più sotto la superficie. Ecco, forse oggi manca proprio quello: la profondità che c’è dietro lo slogan».