A tu per tu con uno dei massimi rappresentanti del rock italiano, in uscita con il disco “Dog Eat Dog

Tempo di nuova musica per Pino Scotto, uno dei capostipiti del rock italiano, in uscita con il suo nuovo album intitolato “Dog Eat Dog”, contenente undici brani inediti più la cover di “Don’t Be Looking Back” dei Vanadium, la storica band che lo ha visto protagonista come frontman della scena heavy metal nazionale negli anni ’80. In occasione di questa nuova pubblicazione, abbiamo raggiunto tramite Skype l’artista campano per approfondire la sua personale visione di vita e di musica.

Ciao Pino, benvenuto. Siamo nel XXI secolo e hai da poco pubblicato il tuo ventunesimo album, intitolato “Dog Eat Dog”. La tua intenzione è stata quella di fare un disco diverso dai precedenti, mi spieghi dove trovi tutta questa voglia, la fame di sperimentare, di fare cose nuove, di non adagiarti sugli allori, dall’alto e all’alba dei tuoi settant’anni?

«L’amore e la passione per la musica, questa rabbia sociale che ho, mi sono sempre sentito vicino a determinati temi. Sì, questo è il mio ventunesimo album, sciolti i Vanadium avrei potuto vivere di rendita e continuare a seguire quello stile, invece ho preferito fare quello che mi piaceva, nel frattempo continuavo ad andare in fabbrica a lavorare perché era questo che mi dava la tranquillità, avere uno stipendio a fine mese per permettermi di continuare a fare ciò che mi andava, senza dovermi piegare alle logiche commerciali, come hanno fatto quasi tutti i miei colleghi per portare la pagnotta a casa. Quei trentacinque anni in fabbrica mi hanno fortificato, più andavo avanti e più avevo la forza di lottare per portare avanti la mia musica».

La tua è una bella storia, possiamo dire che ti sei fatto da solo, l’arte è stata un po’ la tua boccata d’ossigeno, la tua ora d’aria, la tua fonte d’evasione. C’’è stato un momento preciso in cui hai capito che tu e la musica eravate fatti l’uno per l’altra?

«Da subito, già a diciassette anni sono scappato dal mio paesino che, si chiama Monte di Procida, per andare a Napoli, dove per i primi mesi ho dormito nelle macchine abbandonate. Cosa ne sanno i ragazzi di oggi? Mia padre voleva che io studiassi, mentre io volevo seguire questo sogno e, piano piano, ho cominciato a suonare il basso nei night con un cantautore che poi è diventato pure famoso, Pino Gagliardi. Già da allora avevo questa forza di voler fare musica a tutti i costi».

Naturalmente è cambiata un’epoca ma, secondo te, quali sono le principali differenze tra i tuoi esordi e quello che è diventata oggi l’industria discografica? 

«Quello che ho visto col passare degli anni è una vera e propria degenerazione della passione, oggi come oggi c’è più la voglia di farsi vedere che la voglia di fare, più la voglia di vestirsi che di suonare. Passo dopo passo siamo arrivati alla trap, onestamente penso che peggio di così non si possa andare. All’epoca c’era più fame di sentimenti e di aggregazione, pian piano questo si è andato a perdere. Il vero problema è sempre stata la razza umana, che dove la metti la metti,  fà danni».

Oggi come oggi ci sono due scuole di pensiero, c’è chi sostiene che il rock sia passato a miglior vita e chi invece sostiene che sia ancora vivo e vegeto e che lotti insieme a noi. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

«Il rock per me è un modo di essere, un sentimento, proprio per questo non morirà mai, però c’è stata sicuramente una degenerazione del genere, a partire dai primi anni ’90, dall’ultimo fenomeno grunge, da quando si sono perse le radici blues. Il metal ha cominciato a degenerare, non ci sono più i riff, le melodie, gli assoli di chitarra e le belle voci, i frontman che cantano veramente. Tutto questo ha in parte funzionato perché, parallelamente, hanno insegnato la depressione alle nuove generazioni, hanno insegnato che non ci sono più i sentimenti, che basta mungere la vacca giusta per avere successo e andare in televisione».

A proposito di televisione, ti hanno mai proposto di ricoprire il ruolo di giudice ad un talent show?

«Sì, è successo all’inizio. Da anni ho un progetto con la dottoressa Caterina Vetro, abbiamo realizzato un ospedale in Guatemala e avevo chiesto alla produzione che mi aveva contatto di devolvere gran parte del compenso, che ti assicuro era una cifra davvero importante, per avere in cambio un minimo salariale, il mio normale stipendio da operaio, a patto di poter scegliere io i giudici e di permettere ai ragazzi di portare brani inediti, non le solite cover, perché è importante insegnare loro che non bisogna scimmiottare nessuno. La risposta della produzione è stata: “Pino se facciamo come dici tu non ci guarda nessuno”, secondo me non è affatto così, se mi dessero la possibilità di fare un talent come dico io, sono certo che la gente rimarrebbe a bocca aperta, perché ci sono ragazzi straordinari in giro, te lo posso assicurare».

Veniamo all’attualità, a quello che stiamo vivendo, all’emergenza sanitaria nei confronti del contenimento del Coronavirus. Tu, personalmente, con quale stato d’animo stai affrontando tutto questo?

«Ti dico la verità, in certi momenti non mi sembra ancora vero, stiamo vivendo un po’ tutti sospesi per aria, non ci siamo resi bene conto di quello che sta succedendo, a parte le famiglie delle persone che purtroppo ci hanno lasciato. La sto vivendo come un leone in gabbia, sono una persona abbastanza super-attiva, sto soffrendo per questa inerzia, però ho già cominciato a mettere giù delle idee per brani nuovi. Insomma, cerchiamo di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno».

Tornando a “Dog Eat Dog”, da come ne parli è davvero un lavoro a cui tieni particolarmente. Nella tua musica ci hai sempre messo il cuore e le palle, qual è l’aspetto che ti rende veramente orgoglioso di questo album? 

«Innanzitutto della mia carriera mi rende fiero l’aver rifiutato i soldi in cambio della mia integrità, di questo album, invece, che all’età di settant’anni ho ancora la voglia di sperimentare e di fare sempre di più il c***o che voglio».

Per concludere, c’è una particolare lezione che ti porti dietro e che ti ha insegnato la musica in tutti questi anni di attività? 

«Per me è stata la musica, per altri qualsiasi altra cosa: la passione. Quello che dico sempre ai ragazzi è proprio questo, trovatevi una passione che vi faccia piangere, ridere, soffrire e gioire, perché è proprio questo che ha fatto per me la musica, mi ha salvato la vita e mi salva ancora oggi, tutti i giorni».

© foto di Nicola Allegri

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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